Genova 2001, la memoria contro le menzogne
Roberto Ferrucci
, da il Fatto quotidiano, 20 luglio 2011
Quei nomi, dieci anni dopo. Via Tolemaide, via Caffa, corso Buenos Aires, Piazza Alimonda. Scendo dal treno, il tempo di lasciare i bagagli all’hotel e poi subito qui, al Bar Lino, all’angolo fra la piazza e via Caffa, seduto al tavolino di fronte a una targa che non ha più nulla a che vedere con quella dove una mano anonima cancellò Alimonda sotto a Piazza, e scrisse "Carlo Giuliani, ragazzo". Ora quella targa ha tutta l’aria di essere qualcosa di simile al marmo, lucida, brillante. Questa era la posizione privilegiata, quando tornavi qui, nei mesi successivi a quel luglio 2001, e te ne stavi a guardare la ringhiera a lato della chiesa di Nostra Signora del Rimedio, diventata subito luogo di pellegrinaggio, di testimonianza, di solidarietà, di indignazione. Quella ringhiera era una sorta di mausoleo spontaneo, pieno di fiori (ricordo tanti girasoli), di quaderni fitti di pensieri, di disegni, di dediche, di poesie (ne ricordo uno dal quale pendeva una bic blu e sul quale anch’io scrissi qualcosa, quando tornai a Genova, dieci giorni dopo. Non ricordo cosa) e poi magliette, foto, oggetti, a mantenere viva la memoria dell’omicidio di un ragazzo di ventitré anni. Non c’è più alcuna traccia di quella memoria. Da anni, ormai. Fu il parroco a farlo smantellare. Distraeva i parrocchiani, diceva. L’unica scritta, spruzzata frettolosa su un muro adiacente, poco più in là, è "Panionios Panthers Club since 1983", una delle squadre di Atene.
LA PRIMAVERA E IL GELIDO INVERNO
Atene, la Grecia. Il primo paese a dimostrarci, oggi, che un mondo diverso non è più possibile (lo slogan no global del 2001), ma ormai dannatamente necessario. Oggi è lampante: il movimento del 2001 aveva previsto tutto. Aveva ragione. E forse fu proprio per questo che venne annientato. Annientato fisicamente, dieci anni fa, annientato nella memoria collettiva, negli anni successivi. Giri per Genova, passi attraverso i luoghi cruciali di quei giorni, e noti che non c’è più nessuna traccia visibile – istituzionale, intendo – che ricordi ciò che è stato. Certo, magari non proprio il "non lavate questo sangue" scritto all’ingresso della Diaz il mattino dopo "la macelleria messicana" della notte del 21 luglio 2001, ma qualcosa. Come se Genova avesse voluto cancellare, per quanto possibile, quei giorni dal calendario della sua storia.
Genova, ma non solo. Lo Stato, soprattutto, che non si è mai pronunciato ufficialmente se non giustificando l’ingiustificabile. Aiutato dai tempi, anche, perché dieci anni, oggi, sono una vita intera, col mondo che corre sempre più in fretta (talmente in fretta da essere entrato in un corto circuito, ormai), e la memoria, anche quella collettiva, è quel che è, come trasferita dai nostri cervelli a degli hard disk esterni. E allora, in questi anni, il ricordo di Genova è stato tenuto vivo da pochi, da tutti quelli che, con l’anima, non hanno mai abbandonato la Genova del 2001, soprattutto Haidi e Giuliano Giuliani, i genitori di Carlo, che dal giorno dopo l’uccisione del figlio, hanno consacrato le loro vite alla ricerca della giustizia – che non hanno ottenuto – e soprattutto al racconto continuo della verità. Da dieci anni stanno scrivendo e narrando al mondo la storia di Genova 2001.
E quest’anno, più di tutti gli altri, sono impegnati in mille iniziative, la vecchia Panda rossa di Carlo parcheggiata fuori da Palazzo Ducale e loro dentro, a seguire l’organizzazione di decine di incontri, proiezioni, la mostra Cassandra. Dentro a quello che fu il cuore istituzionale del G8. Il Palazzo Ducale, che il nostro capo del governo (unico politicamente sopravvissuto di quegli otto, a parte Putin) volle rialzato, fuori, uno strato di terreno che rendesse meno impervia la salita verso l’ingresso agli otto G (un po’ quello che avviene, con effetto opposto, dentro alle sue scarpe, ogni giorno). Che volle ricoprire una grigia banca là di fronte da un pannello raffigurante un pacchiano palazzo d’epoca. Finzione, come sempre. Messa in scena. Apparenza. Oggi Palazzo Ducale è il cuore degli incontri del decennale. Ed è stato davvero strano partecipare a un reading di scrittori laddove venne scattata, la mattina del 21 luglio 2001, la famosa foto degli otto G che guardano tutti in alto. Con aria ebete, più che smarrita. Hanno l’energia della memoria, Haidi e Giuliano. Un’energia che non tiene in vita solo il ricordo di Carlo, ma Carlo stesso.
I luoghi della Genova di allora. Arrivo davanti alla Diaz in luglio, come dieci anni fa, ed è sabato, come quella notte. Chiusa, oggi, d’estate. Aperta, nel 2001, per ospitare i manifestanti del social forum. Che vennero massacrati di botte, feriti, picchiati a sangue dalla polizia. Non l’avevo più rivista. Ridipinta di un colore più chiaro, oggi, mi sembra. Ripulita dal sangue, ovviamente, ma per sempre marchiata da quel rosso, da quel mattatoio. Indelebilmente. Il cortile vuoto, senza tutti i computer, gli armadi, le sedie, i banchi che i poliziotti gettarono dalle finestre, quella notte. Ricostruita, oggi, quella notte, la scuola, e tutto il resto, in Romania, dove, proprio in questi giorni Daniele Vicari sta girando il film che racconterà la Diaz e quel che vi avvenne.
I PROFESSIONISTI E LA SEMPLIFICAZIONE
Un lavoro immane, quello di mantenere viva la memoria, di tenere ordinati tutti i tasselli che formano l’insieme di quei giorni. Perché i teorici del "se la sono cercata" – dieci anni fa, nel 2001 – sono sempre attivi. Professionisti della semplificazione, nell’unico paese al mondo ad avere addirittura un ministero, per la semplificazione. Che è, la semplificazione, la spina dorsale dei nostri telegiornali. Che ci ha abituati a risolvere le complessità con didascalie, con slogan, con frasi fatte. Teorici che hanno ormai una formuletta magica invincibile, formata da due parole in inglese,black bloc. I reportages di questi giorni, gli speciali dedicati al G8 del 2001, partono sempre dalla violenza dei black bloc per dire, a volte fra le righe, a volte esplicitamente, che fu a causa loro che scattò la repressione. Alcuni altri, invece, a dire che fu un certo linguaggio usato dai Disobbedienti, a scatenare la repressione. Nessuno che ricordi che i black bloc calarono su Genova in un paio di migliaia, quando sia prima che dopo non sono mai stati più di un manipolo, patetico e controllabile. Nessuno che ricordi che quegli "anarchici antagonisti" provenienti, così ci dissero, da tutta Europa, conoscevano Genova meglio di qualunque genovese, che apparivano e scomparivano, riapparivano e riscomparivano con una velocità e una precisione a dir poco sospetta. Io li vidi, quei ragazzini, divisi in piccole squadre di cinque o sei, guidati da signori spesso assai maturi. Nessuno che dica (omissione volontaria o no, chi lo sa) che i black bloc facevano parte di un disegno preordinato.
IL PLASTICO DEL RIDICOLO
Protagonisti necessari della drammaturgia di Genova 2001. Ancor oggi, nonostante i processi, le testimonianze, le centinaia di ore di immagini, i milioni di foto digitali, c’è chi sostiene che il corteo delle Tute bianche fu attaccato "per errore". Mi piacerebbe – non fosse l’epoca stessa a impedirmelo, e una questione di statura, anche, letteraria, poetica – poter fare come Pasolini e dire a voce alta "io so". Io so che cosa è successo a Genova nel luglio del 2001 perché faccio lo scrittore. E inveceio so che cosa è successo a Genova, e come è successo, soprattutto perché c’ero, perché il 20 luglio del 2001 sono stato prima testimone delle distruzioni dei black bloc in centro città, con le forze dell’ordine a far
e da spettatori, e poi sono stato in testa al corteo delle Tute bianche, accanto a Luca Casarini da dentro lo stadio Carlini fino all’attacco "per errore" di via Tolemaide. Io so che cosa è successo a Genova perché l’ho vissuto, perché ho studiato gli atti dei processi, ascoltato, parlato, condiviso. Io so, perché alla fine di questo percorso ci ho scritto un romanzo.
Quello che io non so e che non sapremo mai è chi e perché volle trasformare Genova in un massacro. E so che non furono i black bloc, quei black bloc che oggi, invecchiati di dieci anni, sono – secondo Maroni e gran parte dei media – i delinquenti della Val di Susa. I nuovi terroristi. Rievocati e riutilizzati allo stesso modo di Genova, perché sono perfettamente conformi alla drammaturgia della criminalizzazione di un movimento. Perché mai i media, a proposito delle manifestazioni nel Nord Africa, parlano di movimenti di liberazione democratica, e quando si rievoca Genova o si parla dei cortei in Val di Susa si parla di delinquenti? In un paese dove il consenso è strutturato come il televoto, non può esistere la contestazione, l’indignazione, la rabbia. Los indignados, da noi, ci fossero, occupassero le piazze, urlassero la loro collera al mondo, sarebbero dipinti come dei black bloc. Sarebbero liquidati dentro a nuvole di gas CS, vietato in guerra, ma consentito in Italia per questioni di ordine pubblico.
La rabbia, dalle nostre parti, è messa fuorilegge dal linguaggio catodico.
E allora in questi giorni, a Genova, in vista di un corteo, fra l’altro, per nulla arrabbiato, si mette in atto il piano antiviolenti. Via i cassonetti dal percorso del corteo del 23 luglio, un modo per sussurrare ai genovesi e all’Italia intera che chi verrà a manifestare dopo dieci anni, a Genova, è un black bloc di allora, un "anarchico antagonista" della Val di Susa. A Piazza San Lorenzo, due passi da Palazzo Ducale, di fronte alla splendida cattedrale, sono già schierati dei blindati di carabinieri e polizia. La gente, seduta all’ora di pranzo sulla scalinata a sbocconcellare focacce genovesi e panini, assistono, guardano, non capiscono. E poliziotti e carabinieri sembrano sentirsi già in un set, come dieci anni fa. Solo che è tutto diverso, stonato, ridicolo. La sensazione, però, è che – così come la maggior parte d’Italia – anche la maggior parte dei genovesi siano indifferenti a questo decennale. Anzi girando per la città si percepisce una certa irritazione. Cerco il luogo ideale dove chiudere questo racconto, dieci anni dopo. Vado verso il mare, arrivo in cima alla ripida scalinata che porta alla chiesa dei Santi Pietro e Bernardo alla Foce. Era il passaggio da Piazzale Kennedy, cuore del Social Forum nel 2001 e la Diaz. Il 21 luglio fu per tanti la via di fuga inevitabile dal campo di battaglia di Viale delle Brigate Partigiane, Piazza Rossetti, Piazzale Kennedy. Da lì lo spettacolo era lancinante, oltre che irrespirabile. Oggi, dieci anni dopo, c’è solo gente che va al mare, in una Genova che sì, sembra non voler ricordare, ma che, nonostante tutti gli sforzi, non potrà mai dimenticarlo, il G8 del 2001.
(20 luglio 2011)
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