Genova, cosa vuol fare da grande? Lettera aperta a Marco Doria
Pierfranco Pellizzetti
Caro Marco, ci incrociamo da tanti anni e quindi conosci la mia natura sfrontata tendente al ribaldo (talvolta ti ho visto inarcare il sopracciglio alle mie birichinate da liberale critico e di sinistra). Perciò credo di poterti parlare liberamente della nostra città e dei suoi tanti problemi, senza dover indossare maschere seriose di maniera.
Alcuni di questi problemi sono parte costitutiva nell’agenda del “dichiarato ufficiale” permanente, tanto da trasformarsi in ritualità cerimoniali inerti; altri restano nell’ombra incancrenendo, al punto da essere diventati purulenti.
Parto dai primi, tra cui i più drammatici mi sembrano due: sanità e legalità.
Nel febbraio 2009, in piena campagna per le regionali, sottoponevo al Governatore uscente sul Fatto Quotidiano nove domande. Una di queste era la condizione della sanità genovese, che definivo “alla canna del gas”. Mi fu replicato a botta calda addebitandomi valutazioni malevole e tendenziose, stante la messa in sicurezza contabile del nostro sistema ospedaliero. Poi – a rielezione avvenuta – questi amministratori annunciarono che il presunto risanamento era in realtà il cratere di un deficit pauroso. Da qui la necessità di operare tagli, con ulteriore peggioramento del servizio ai cittadini. Oggi sappiamo pure che le strutture pubbliche lavorano al di sotto delle loro potenzialità e i ticket pagati per l’opera sostitutiva dei privati sono un’altra voragine. Tanto da indurre la ragionevole domanda del “che cosa ci sta dietro?”. Tanto da far scrivere che se a Ponente il business è “il cemento su costa e porticcioli”, a Levante potrebbe essere quello delle “mani sulla salute”.
Poi c’è la legalità. Persi nelle fanfaluche del centro cittadino trasformato in bronx, tra sindaci sceriffi scatenati contro la movida giovanile e vecchi fascisti che reclamavano l’intervento dell’esercito, si sono chiusi gli occhi sulla penetrazione della grande malavita organizzata nelle aree periferiche (anche se MicroMega, a mia firma, lo aveva denunciato già nel supplemento del 23 marzo 2006: “La Piovra a Genova”). Una questione che se ne porta dietro altre due: lo stato comatoso delle nostre periferie abbandonate e i sospetti di benigna indifferenza verso tale penetrazione da parte di alte sfere dell’establishment politico locale (considera i nomi dei finanziatori di certe iniziative presunte culturali).
Culpa in vigilando? Soltanto? Certo è che persino le condizioni della mobilità urbana inducono sospetti, a partire dal costo dei parcheggi appaltati a società che praticano tariffe spaventosamente gonfiate rispetto al resto d’Italia. Mentre il trasporto pubblico va verso lo sbaraccamento e nessuno ha mai visto i parking di interscambio alle uscite autostradali, previsti nei programmi di passate “discontinuità”.
Veniamo all’occultato. Mi limito a citare il tema complessivo della coesione, che il ministro Fabrizio Barca (uno dei pochi che apprezzo nell’attuale compagine governativa) sintetizza in “sviluppo e inclusione sociale”.
Ormai siamo al totale esaurimento del “modello economico novecentesco” d’area e qui si raschia il fondo del barile. Eppure la politica mainstream continua a gabellarci meraviglie di Genova “capitale di qualcosa”: della logistica (ogni anno perdiamo quote di traffico), della nautica espositiva (la Fiera vivacchia da tempo immemorabile), dell’accoglienza (sempre meno visitatori)… Poi c’è la bufala “capitale dell’hi-tech”, quando a Erzelli ci sono ragionevoli sentori di speculazione immobiliare e l’IIT resta un corpo separato che non irrora il territorio (per inciso, i massimi dirigenti dell’Istituto di Tecnologia, incontrati più volte, mi confessano di non essere mai stati traguardati dal mandante politico a svolgere un ruolo di locomotiva dell’innovazione locale diffusa per nuova impresa e lavoro di qualità: solo fungere da fiore all’occhiello per chiacchiere convegnistiche).
D’altronde Genova non può decidere “cosa vuole fare da grande” fino a quando resterà imprigionata nel cerchio stregato di un dibattito pubblico che è l’apoteosi della finzione manipolatoria; vero cortocircuito di democrazia.
Per romperlo ci vuole grande coraggio. Credo che tu questo coraggio ce l’abbia, forte di una tradizione temprata nelle battaglie per la verità e la giustizia della Sinistra storica (vedi le antiche lotte genovesi del lavoro). Che può felicemente dialogare con la mia, di tradizione: il Liberalismo critico degli amici de Il Mondo di Mario Pannunzio, dei “democratici ribelli” alla Ernesto Rossi.
GENOVA, ITALIA
(8 aprile 2012)
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