Genova, dieci anni dopo

Angelo d’Orsi



Il decennale dei fatti di Genova 2011 è stato ricordato da radio, tv, giornali, riviste; anche in seminari e convegni. Esagerazione? In realtà un po’ tutti, anche coloro che a lungo avevano sottovalutato quegli avvenimenti, avvertono, tanto più a distanza di anni, con una prospettiva più “storica”, che si è trattato di qualcosa di sconvolgente. Fu il biglietto da visita del II Governo Berlusconi, dove, non dimentichiamo, Gianfranco Fini “dirigeva” le operazioni dalla Questura del capoluogo ligure.

Personalmente, non sono tra coloro che insultano la polizia, e sono stato, posso ricordarlo, uno dei primi in Italia a studiare le forze dell’ordine, sul piano storico, sociologico, antropologico, con articoli e un libro all’inizio degli anni Settanta. Allora avevo letto molto, anche i manuali di istruzione degli agenti e carabinieri, e ne avevo intervistato; poi molti ne conobbi, e partecipai a convegni che videro la presenza anche di poliziotti. Né ritengo, in tutta onestà, si possano sottovalutare, anche in relazione a Genova, la gravosità del “servizio”, la tensione tremenda, lo stress dei turni lunghi, la paura fisica, l’abitudine ad obbedire senza discutere né ragionare, spesso; e così via. E l’antico problema della carente formazione, specie in fatto di diritto costituzionale, e più in generale dei diritti di cittadinanza, di coloro che dovrebbero esser i tutori della legge.

Ma quello che accadde a Genova, ai margini del G8, esula da tutto questo, che, nell’insieme, è routine, sia pure, sovente, come in quel caso, pesantissima. I fatti di Genova, anche al di là dei soggetti politici in azione, dunque il governo di destra, rivelavano una concezione dello Stato che sembra rinviare a Giovanni Battista Botero, che, nel suo celeberrimo Della ragion di Stato (1589), definisce lo Stato “dominio fermo sui popoli”: ecco, a Genova potemmo vedere quel tipo di Stato in azione, o piuttosto il sembiante di quel tipo di Stato, dietro il quale c’era il vuoto. E ci sconvolse. Potemmo vedere uno Stato, tanto truce quanto inefficace, che si comportava come una banda di lanzichenecchi che occupavano una terra, la devastavano, e non esitavano a usare ogni tipo di violenza, ma proprio ogni tipo, nei confronti della sua popolazione. Fu, la polizia italiana (quante e quali forze erano impegnate a Genova, in quelle giornate?) una forza di occupazione. Anzi, un esercito coloniale.

Certo, di fronte essi si trovarono anche resistenti, a loro modo armati: i famigerati Black Block. Ma al di là del fatto che sono più che probabili collusioni, e accorti utilizzi, tra gli uni e gli altri, tutto il resto di quella popolazione era inerme, innocente, e soprattutto, combatteva, con dichiarati metodi nonviolenti, una battaglia di civiltà che pochi all’epoca giudicavano degna di essere combattuta. Era nientemeno che la battaglia per la salvezza del mondo.

A Genova assistemmo a cose inammissibili in qualsiasi società moderna e “civile”. Vedemmo trasformarsi le forze dell’ordine non solo in strumenti del disordine, anche per una pessima gestione da parte delle autorità preposte, ma addirittura le vedemmo agire come un esercito nemico. Avere paura delle istituzioni (e degli uomini che le incarnano) il cui compito è la tutela della vita e della incolumità dei cittadini, quello fu il paradosso di Genova. Non mi riferisco tanto agli avvenimenti in piazza, dove tutti possono perdere la testa (e anche il povero Carlo Giuliani, con quell’estintore ingenuamente, assurdamente scagliato contro la camionetta, da cui partì il colpo che lo uccise, sparato da un suo coetaneo altrettanto spaurito), ma ai fatti della caserma Diaz, ai fatti di Bolzaneto: là furono girate scene di un film dell’orrore. I poliziotti che incarnarono le peggiori ingiurie che sono abituati a sentire al proprio indirizzo. Furono davvero sbirri boia, furono macellai, furono criminali in libera azione contro una massa di persone indifese, innocenti. Una macchia indelebile sulla divisa di agenti, carabinieri, finanzieri e quant’altro. Una macchia che fu sporcata di sangue. Una macchia intrisa di menzogna, detta e reiterata fino ai nostri giorni. Una macchia che è stata addirittura lucidata con le promozioni di taluni personaggi che avrebbero dovuto esser radiati dai ranghi di qualsiasi pubblica amministrazione.

E quale era la “colpa” di quelle persone contro cui si accanivano, prima in piazza, poi al chiuso in luoghi inaccessibili a giornalisti e fotografi? Era di prendersi a cuore i destini dell’umanità; compresi quello dei loro carnefici, i poliziotti che urlavano, pestavano, minacciavano, colpivano, umiliavano, in ogni modo possibile, specie, come si può immaginare, verso le ragazze prigioniere. Era da tempo che circolava nelle teste e nei cuori di molti una insofferenza acutissima per come il capitalismo si stava riorganizzando, secondo regie più o meno occulte di ristrettissime oligarchie che decidevano i destini dell’umanità. Sul finire del 1999, a dieci anni dal crollo del Muro, le grandiose manifestazioni di Seattle, in occasione del vertice del WTO (o OMC, Organizzazione Mondiale del Commercio, uno di quei centri oligarchici), avevano dato la squilla.

Quella umanità trasformata in massa informe di consumatori tassati e tartassati, di utenti senza diritti, di sudditi, cui si concedevano le briciole del banchetto del pugno di ultraricchi padroni delle borse, delle banche, delle multinazionali, si stava risvegliando. E intorno ad essa, una più vasta umanità, il grande mare dei senza terra, senza reddito e senza speranza, premeva. Scrissi allora un articolo (sul “Manifesto”), in cui segnalavo che a Seattle era nato un movimento che sarebbe andato molto, molto lontano; e fui sbeffeggiato da qualche luminare. A Seattle cominciò ben di più, una fase nuova della storia, e Genova, con la grandiosa, pacifica protesta di massa, quel movimento si materializzò, gridando che un altro mondo era possibile. L’altermondialismo era il volto ambizioso e, certo, utopico, del rifiuto degli assetti economici, delle situazioni sociali, delle ideologie che giustificavano gli uni e gli altri, persino della forma della comunicazione di quelle ideologie e delle strategie mercantili che ne erano parte integrante. Non è casuale la pubblicazione del fortunatissimo No logo, di Naomi Klein, in quello stesso fatidico anno 2001.

Insomma, a Genova si provava a dire che l’umanità era su una strada sbagliata e che non si poteva accettare che un pugno di persone decidessero i destini di qualche miliardo di esseri umani. Che lo sfruttamento delle risorse stava diventando dissennato. Che le disuguaglianze sociali erano cresciute fino a diventare insopportabilmente scandalose. E che, in fondo, dieci anni dopo la caduta del sistema socialista sovietico, ci si stava accorgendo che quelle accattivanti pubblicità politiche di cui ci avevano nutrito, dalla “fine della storia”, a un mondo pacificato e sereno, sotto le bandiere del Libero Mercato, erano clamorosamente false. Come, del resto, solo due mesi dopo, i fatti dell’11 settembre negli Usa avrebbero dimostrato tragicamente. Il mondo non era affatto contento e in pace.

(22 luglio 2011)

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