Genova, tra identità e disgregazione

Pierfranco Pellizzetti

La “Grande Genova”, creata artificialmente dal Fascismo nel 1926 (allo scopo di riassorbire nella diluizione isole del dissenso al Regime e – soprattutto – la resistenza operaia a Ponente), non ha mai dato vita a una nuova realtà unitaria. Ancora nel 1965 il sociologo Luciano Cavalli parlava di “città divisa” (la spartizione tavianea, tutta “politica”, tra il centro controllato dal city-boss democristiano – Paolo Emilio Taviani – e la periferia delle fabbriche lasciata al controllo dei “Rossi”, il PCI).

La condizione odierna segnala ulteriori e sempre più gravi fenomeni involutivi della civica convivenza, nel passaggio dalla “divisione” alla “disgregazione”. Fenomeno acuitosi, nella seconda metà degli anni Ottanta, per l’esaurimento del locale “modello di sviluppo novecentesco” incentrato sulla Grande Fabbrica partecipata dallo Stato. Catastrofe i cui effetti restano ferite aperte e da cui i vari pezzi della comunità genovese tendono a fuoriuscire in ordine sparso. Secondo almeno quattro diverse strategie di fuga:
– La città dell’identità retroversa;
– La città dormitorio;
– La città della marginalità;
– La città della nostalgia.

La città dell’identità retroversa è quella che insegue la riappropriazione di soggettività riallacciandosi a simbolismi di quartiere storici o idealizzati: la tradizione industrialista e le solidarietà mutualistiche del Lavoro (a Sestri Ponente, forse al Lagaccio o Bolzaneto), il ricordo di comunità agricole degli ipotetici comuni rustici (a Molassana come a Pontedecimo). Narrazioni funzionali per residenti di età avanzata quanto insignificanti per le generazioni più giovani, prive di memoria e repertori iconografici che le rendano – innanzi tutto – immaginabili.

La città dormitorio è quella dove il tessuto relazionale ha subito tali e tanti processi di consunzione da risultare del tutto lacerato. Le persone non si riconoscono reciprocamente e qui si abita nel totale isolamento atomistico, forse soltanto come luogo del pernottamento; sovente blindate nella paura di quello che c’è fuori: dell’altro percepito come minaccioso. Dunque, tanto “dormitorio per ricchi” (Albaro) come pure “per poveri” (Sampierdarena).

La città della marginalità è quella dell’afasia indotta dalla consapevolezza delle opportunità perdute e irripetibili. Ad esempio Nervi, luogo di un’antica movida e dello shopping, poi calamitati dal nuovo polo del Centro Storico attorno Porto Antico, e – forse (?!) – taglieggiata dalla penetrazione malavitosa nella vita di quartiere (il “pizzo”, spesso evocato sottovoce e mai diventato problema politico prioritario). Certamente abbandonata al degrado, a partire da quell’arredo urbano che costituiva la sua fierezza, oltre che importante asset di attrattività turistica (il Parco che ospitava la stagione estiva del balletto… il roseto…).

La città della nostalgia è quella delle enclaves dell’antico decoro borghese, sotto crescente minaccia per le mutazioni in atto della composizione sociale. Tanto a Castelletto come a Pegli; in cui la difesa dei riti cortesi del buon tempo antico – che comunque facevano società – tende a scivolare nel fatalismo.
Sempre e comunque, soltanto strategie difensive. Va detto: quando ci sono. Comunque linee di fuga che non vanno da nessuna parte. Se è vero che ci si salva insieme o insieme si precipita nel pozzo senza fondo della disgregazione.
Sicché l’unica via per l’uscita di sicurezza è la costruzione di una forte identità collettiva, capace di indicare un senso alto allo stare insieme; una ragione civica aggregante come senso e significati condivisi. Dunque, un contesto in attesa di impellenti risposte politiche alle questioni che pone: economiche, sociali e culturali.
Andando sul positivo: lo sviluppo economico come condizione di coesione, la relazione sociale come fondamento della convivenza civile, la cultura come strumento per ricomporre le frammentazioni.

Questioni economiche, ossia l’individuazione di specializzazioni territoriali che valorizzino tutte le componenti d’area, nessuna esclusa, quali soggetti attivi e significativi per un comune disegno orientato al futuro. Esperimenti europei di pianificazione strategica territoriale (da Barcellona a Stoccarda, da Lione a Lisbona) potrebbero fornire preziose indicazioni al riguardo. I temi prioritari posti da tali casi continentali di successo vanno dalle scelte in materia di politica (post)industriale alle destinazioni d’uso dello spazio urbano.

Questioni sociali, ossia la frantumazione dei colli di bottiglia che strozzano le ragioni dello stare insieme per il Bene Comune. Qui si pongono – tra gli altri – due problemi che stanno gravemente incancrenendo: quello delle politiche integrative, in una società sempre più multietnica, e quello generazionale, in una situazione che attualmente non offre ai giovani opportunità di socializzazione come apprendimento delle regole fondamentali per praticare spirito civico. A partire da strutture dedicate.

Questioni culturali, ossia la produzione/socializzazione/interiorizzazione dei modelli collettivi di rappresentazione che rendono plausibile pensarsi comunità coesa. Ciò significa portare a progetto complessivo le tante cose buone che già oggi vengono fatte. Dai generosi sforzi volontaristici nelle nostre scuole da parte di singoli insegnanti, troppo spesso abbandonati a se stessi, alla diffusione attraverso il decentramento di quanto si è realizzato nell’apprezzabile contenitore di Palazzo Ducale (visto che Genova, lunga una ventina di chilometri, ha bisogno di politiche culturali policentriche).

Tutti temi per un dibattito che dovrà impegnare la città a partire dall’avvio del nuovo ciclo amministrativo.

Dibattito che potrebbe sintetizzarsi nella formula “rifondare democrazia dal basso”. Come sentiero virtuoso per fondere le tante anime cittadine centrifughe in un’unica identità genovese; tale da riconnettere e mobilitare le donne e gli uomini, che qui vivono e lavorano, nell’impegno di costruire il proprio domani. Insieme.

(14 aprile 2012)



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