Giorgio Fornoni intervista Anna Politkovskaja

Giorgio Fornoni

Proponiamo un estratto da "Ai confini del mondo. Il viaggio, le inchieste, la vita di un reporter non comune" di Giorgio Fornoni e Gianandrea Tintori (Chiarelettere). la nostra intervista a Giorgio Fornoni.

CECENIA, PARLA ANNA POLITKOVSKAJA

Ufficialmente in Cecenia non è in corso una guerra, ma quella che i comandi russi definiscono un’«operazione antiterrorismo» in risposta agli attentati del settembre 1999 nel centro di Mosca e a quelli più recenti del teatro Dubrovka e di Beslan. Ma la verità è che i russi hanno messo in campo i professionisti delle loro migliori unità speciali. E i crimini da loro commessi ai danni dei civili hanno scatenato l’odio dei ceceni. La loro vera colpa è quella di non avere mai accettato la dominazione russa. Era così al tempo degli zar. Fra le due guerre mondiali la Cecenia fu vittima delle purghe di Stalin e di un biblico esodo di popolazione. E la storia continua oggi, con quello che sempre più appare come un genocidio etnico-culturale ai danni di una popolazione che ha il torto di essere terra di frontiera fra due mondi apparentemente inconciliabili come l’Europa e l’Asia. Il prezzo pagato dalla piccola repubblica del Caucaso è stato altissimo e forse è ancora impossibile tradurlo nelle aride cifre della statistica.

Agosto 2003. Per capire meglio le reazioni della popolazione cecena di fronte all’offensiva russa, ho incontrato a Mosca Anna Politkovskaja, autorevole giornalista della «Novaja Gazeta», una delle voci più coraggiose che hanno osato criticare la politica di Putin. Da anni la Politkovskaja è la testimone più onesta e credibile sul fronte della guerra cecena. Non schierata politicamente, denuncia allo stesso modo i soprusi dei soldati russi e le violenze dei guerriglieri ceceni, che continuano a fornire alibi alla repressione, stando attenta soprattutto a difendere la dignità dell’uomo e il rispetto per la vita.
«È vero, Basaev è un fanatico estremista» mi dice nella redazione del suo giornale, in un quartiere periferico di Mosca. «Quello che non capisco è perché contro l’uomo Basaev si debba rispondere con quattro anni di azioni terroristiche militari che coinvolgono l’intera popolazione.»

Su questo punto di svolta centrale nello scontro fra russi e ceceni, Anna Politkovskaja ha le idee chiarissime. «Russi contro ceceni, ceceni contro russi» prosegue. «Non è così. Sono i militari della federazione russa contro la popolazione civile. Questo è il quadro di ciò che sta accadendo in Cecenia oggi. Conosco russi che sono stati torturati e altri russi le cui case sono state fatte saltare in aria intenzionalmente. Perché i militari pensavano che nelle loro abitazioni si nascondessero guerriglieri ceceni. I metodi utilizzati sono diversi e spesso ci si comporta da bestie più che da uomini.»

Ma che cosa pensa Anna Politkovskaja delle scelte dei dirigenti ceceni, della loro ambiguità sul terrorismo che li rende impopo-lari perfino tra i civili che vorrebbero rappresentare? «Nemmeno io credo a loro – mi risponde ugualmente decisa – così come gran parte della popolazione. Per me come giornalista vengono prima di tutto le esigenze dei civili. Loro dicono che non c’è differenza se al governo vada Maskhadov o Putin, entrambi sono banditi. Loro vogliono vivere. Ho scritto a Maskhadov, prima che morisse, ho parlato con i suoi rappresentanti, ho detto loro che non capisco e non capirò mai le sue scelte testarde, “sovranità o niente”. Avrebbe dovuto cambiare la sua politica molto tempo fa per salvaguardare il suo popolo.»

Le chiedo se qualche volta ha paura, se non ha mai pensato di essere più prudente in quello che scrive e che denuncia. «Certo che ho paura – mi risponde – ma questa è la mia professione. Avere paura è una cosa tua personale. Ciò che conta veramente è dare voce alla gente, raccontare questa grande tragedia del nostro paese. Perché lì la gente muore, ogni giorno, lì si consumano orrori indescrivibili. E avere paura o non averne poco importa.»
Basta girare fra le tende dell’Inguscezia o nei campi profughi della Valle di Pankisi, dove sono tornato nel 2003, per ascoltare testimonianze da brivido sulle atrocità dei russi a danno dei civili ceceni. Denunce, è il caso di gridarlo forte, che non hanno mai trovato eco e sostegno nemmeno all’interno delle Nazioni unite e delle grandi agenzie umanitarie internazionali.

«È stata la morte di mio figlio a spingermi fuori da Groznyj. I soldati russi me lo hanno ammazzato. Hanno bombardato il mercato nel centro della città quando mio figlio si trovava lì. È stato terribile… morti ovunque, senza testa o senza braccia. Mio figlio aveva perso la gamba sinistra e sanguinava da tante ferite. Non ho potuto dargli nessun aiuto.»
La strage nel mercato di Groznyj, avvenuta nell’inverno del 1999, è passata nel silenzio. Nessun video, nessuna notizia, al contrario di quella di Sarajevo che alla fine del 1995 determinò l’intervento americano e la fine della guerra in Bosnia. Ma il bilancio di quel bombardamento fu ancora più tragico.

Come agiscono i soldati russi lo ha denunciato più volte, anche sul suo giornale, Anna Politkovskaja, che mi ricorda che i politici di Mosca continuano a rifiutare la presenza in Cecenia di osservatori internazionali. Perché sarebbero immediatamente testimoni degli eccidi commessi e dei tanti crimini compiuti. Vedrebbero le violenze ai danni delle donne e i tanti cadaveri, i desaparecidos e le fosse comuni. Perfino Amnesty International, a suo giudizio, ha deluso in parte le aspettative. «Come tante altre organizzazioni internazionali – commenta – Amnesty International si è burocratizzata, è diventata meno efficiente. Si è perfino sottomessa a un diktat di Putin quando ha rimosso dall’incarico un responsabile locale che aveva avuto il coraggio di denunciare violazione dei diritti e torture. E ha sostituito la bulgara Mariana Katzarova con una persona meno decisa di lei.

Ora nemmeno io trovo nessuno in quell’organizzazione al quale fare riferimento per le mie denunce. E Amnesty International va al guinzaglio di questa comunità internazionale antiterroristica globale.»
«Ci sono tecniche di pulizia etnica – mi dice la Politkovskaja – che in sostanza sono operazioni punitive che si riversano su villaggi interi. Viene circondato un villaggio, vengono portati via tutti gli uomini e molti di loro non vi fanno ritorno. Dicono che cercano i guerriglieri. In realtà portano alcuni uomini fuori dal villaggio, li picchiano e poi li uccidono.»

Ecco un’altra delle innumerevoli testimonianze da me raccolte nei campi profughi ceceni. «Avevo una nipote ed era incinta» miha raccontato una donna piangendo. «Aveva altri cinque figli con sé e partì da Groznyj il giorno prima di me. Era su un pulmino con tanti altri. I soldati russi hanno fermato e circondato il mezzo e tirato fuori tutti i passeggeri, compresa mia nipote. I soldati l’hanno violentata uno a uno, poi hanno fatto risalire tutti a bordo e hanno dato loro fuoco.»

A raccontare questa sconcertante vicenda è stato l’unico sopravvissuto. Le sconvolgenti immagini sono state documentate clandestinamente dai ceceni, in un nastro che ho p
otuto fortunosamente recuperare nel corso del mio ultimo viaggio per Report, la trasmissione di inchiesta di Rai3. Per quanto insabbiate dalle autorità, esistono testimonianze e denunce analoghe anche da parte di ufficiali russi che si sono apertamente esposti, disgustati dalla brutalità di alcune operazioni.

(27 gennaio 2011)

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