Giulio Zelig
Mario Pianta
Ieri a Parigi Tremonti ha messo in scena uno dei suoi mille volti: il nostro ministro è infatti uno Zelig capace di assumere le più svariate sembianze: da "Giulio Zelig il Debitore" a "Giulio Zelig il Lombardo"
, il manifesto, 7 gennaio 2010
Giulio Zelig si è esibito ieri a Parigi nella consueta girandola di trasformazioni. A denunciare che «la crisi non è finita», è stata gestita «usando il denaro dei contribuenti per finanziare le banche», e «con le banche è stata salvata la speculazione» era Giulio Zelig l’Anticonformista, capace di rimpiangere una politica che negli anni trenta affrontò la grande depressione con la spesa pubblica «per finanziare l’economia reale, l’industria, le famiglie». La speculazione, si sa, attacca un paese dopo l’altro: prima la Grecia, poi l’Irlanda, oggi il Portogallo, domani forse Spagna e Italia.
Per tenerla lontana ha di nuovo proposto che l’Europa emetta eurobond in sostituzione del debito nazionale, ma in questo momento si stava già trasformando in Giulio Zelig il Debitore, che ogni mese deve rifinanziare un debito salito ora al 122% del Pil (tre anni fa, prima del suo arrivo, era al 105%). È questo il ruolo più difficile, più esposto sui palcoscenici della vorace finanza mondiale, in cui il protagonista si atteggia a inflessibile tagliatore di spesa pubblica – resistendo anche a qualche insistenza del suo premier – a cultore dell’austerità, a tecnocrate super partes.
Ma a vederlo da vicino, il volto muta in Giulio Zelig il Feroce, che con precisione da cecchino ha tagliato solo le spese che danno fastidio al blocco sociale del suo premier, che possono sostenere i più poveri: la spesa sociale, per gli enti locali, l’ambiente, la scuola, l’università, la cultura, l’informazione cooperativa, risorse che possono dare lavoro, reddito, cultura, idee al blocco sociale che non vota centrodestra.
Tanto è feroce lo strangolamento finanziario di queste attività, quanto è comprensivo il volto di Giulio Zelig l’Evasore, che assiste sereno al calo, per la prima volta nella storia, delle entrate fiscali dello stato per via di un’evasione fiscale incoraggiata da cambiamenti di norme, minori controlli, scudi fiscali e condoni. Tutte misure calibrate sul blocco sociale dei più ricchi: grandi imprese, piccoli imprenditori, professionisti e lavoratori autonomi.
Parigi è un palco per grandi discorsi, dove si può citare Churchill, ma quando ha detto che «è finita l’Europa degli stati-nazione e bisogna far prevalere una logica federale» sogghignava Giulio Zelig il Lombardo, pensando al federalismo casareccio, la cambiale che per prima arriva in scadenza con le norme di attuazione della riforma a cui sono appese le sorti del suo premier. Le misure avranno effetti sulla spesa pubblica solo tra due anni, ma si sa già che ci saranno forti aumenti delle entrate per le regioni del Nord (Lombardia e Veneto soprattutto) e cali pesanti per Roma e per il Sud. Ancora un primo piano, e si può ben vedere che – con una torta che non cresce – è un altro modo di dare ai più ricchi, togliendo ai più poveri.
(7 gennaio 2011)
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