Giunta Marrazzo, un bilancio troppo impietoso?
Pubblichiamo una lettera di Giancarlo D’Alessandro, amministratore delegato di Lait S.p.A., in risposta all’articolo di Marcello Degni "Marrazzo bocciato anche in politica", pubblicato sul di MicroMega, attualmente in edicola. A seguire la replica dell’autore.
Gentile direttore,
mi occupo da molto tempo della vita politica della nostra città e della nostra regione perché mi potesse sfuggire l’articolo pubblicato sull’ultimo numero della sua rivista, a firma di Marcello Degni, dal titolo "Marrazzo bocciato anche in politica".
Un titolo amaro che apre un articolo ancora più amaro. Nell’occhiello si parla di "bilancio impietoso", ma trovo che ciò non sia corretto. Innanzitutto perché non abbiamo a che fare con un bilancio, che presuppone come dice la parola, una lettura del bene e del male di una esperienza. Ma qui il bene non c’è mai, c’è solo pattume, c’è solo il desiderio di far male, di colpire qualcuno alle spalle.
Ecco questo è il vero motivo per cui sento l’esigenza di chiedere la sua attenzione, l’attenzione cioè del direttore di una rivista di approfondimento e analisi politica.
Le valutazioni personali del signor Degni sono utili secondo lei a capire cosa non ha funzionato negli ultimi cinque anni di governo della Regione Lazio e quindi ad offrire un utile punto di partenza per la definizione del programma del candidato alle prossime elezioni? Non crede piuttosto che l’eccessivo livore che trasuda da ogni riga non "nei confronti" ma "contro" singole persone sia il frutto di una rabbia personale covata a lungo e poi esplosa così volgarmente?
Come giustifica lei tanta rabbia da parte di un signore che è stato per cinque anni partecipe del carrozzone di cui tanto sparla? Pur essendo un pensionato (non baby, ma neanche proprio vecchio!) del Senato, il sig. Degni ha infatti sentito l’esigenza di trovarsi un contratto aggiuntivo di consulenza in una di quelle "famigerate" società regionali, fino a che il contratto non gli è stato interrotto in quanto si è rivelato Degni di nome ma non certo di fatto, e comunque non degno della fiducia e della stima che gli era stata accordata. Un signore cioè che a fine mese prendeva lo stipendio ma si attivava spesso per diffondere clandestinamente documenti più o meno riservati che riguardavano l’attività della Regione e delle società collegate.
E poi direttore, non ha notato che tra tanti orribili personaggi, c’è solo un fiore nato dal letame come direbbe Fabrizio de Andrè? Il fiore, "illegittimamente espropriata di tutti i suoi poteri e sottoposta a mobbing selvaggio" forte invece di "grande coraggio e senso civico" è la signora Alessandra Poggiani, compagna di vita del sig. Degni. La informo che la dottoressa Poggiani, già direttore generale della società di cui sono amministratore delegato, anziché prendere atto delle decisioni della Regione in ordine alla nuova governance aziendale si è rivolta al magistrato del lavoro rivendicando il mantenimento di deleghe che il cda ha deciso di esercitare direttamente.
Naturalmente il magistrato ha respinto nettamente la sua istanza ed allora, piuttosto che rimanere in azienda, ha preferito concordare un congruo incentivo all’esodo come si usa in questi casi. Altro che mobbing!
Non vado oltre direttore, non vorrei prestarrni a usare gli stessi mezzi poco ortodossi utilizzati dal suo collaboratore. Ma una cosa mi sento di chiederle.
Vorrei che lei verificasse personalmente chi sono, cosa ho fatto, nel sindacato prima e nella vita politica/amministrativa della città dopo. La polemica politica è legittima, è parte del gioco. Ma l’insulto personale, specie se gratuito, è inaccettabile. Perché devo consentire a un signore che non conosco, che non ho mai visto, che so solo essere il compagno della dott.ssa Poggiani, di parlare di me con i toni che lei stesso può verificare? E lei direttore perché ha consentito tutto ciò senza andare a verificare chi erano gli insultati?
Stia tranquillo direttore, non minaccio querele, non mi interessa. Ma vorrei pregarla di salvaguardare un po’ meglio la qualità della libertà di opinione che da sempre caratterizza la sua rivista.
Con simpatia
Giancarlo D’Alessandro
Caro direttore,
rispondo per chiarire alcuni aspetti che potrebbero, visti dall’esterno, generare perplessità.
Cominciamo dalla mia posizione professionale. Nel maggio 2005, quando Marrazzo vinse le elezioni, ero consigliere parlamentare del Senato della repubblica, dove sono entrato, vincendo un concorso pubblico, nel 1980. Della regione Lazio sapevo ben poco e, anche per la dimensione “nazionale” in cui lavoravo, non ero particolarmente interessato dalle cronache locali. Da cittadino avevo seguito sui giornali lo scandalo del Laziogate e l’insperata e conseguente vittoria di Marrazzo, che era dato perdente da tutti i sondaggi. Ricordo anche il disappunto rispetto alla reiterata scelta, dopo la deludente prova di Badaloni, di un giornalista televisivo. Mi sembrava l’ennesima prova dell’incapacità dei partiti, gusci sempre più vuoti senza legami con la società (avrei preferito la Melandri, di cui in quei mesi si era parlato come possibile candidata). Vince Marrazzo e si comincia a parlare della formazione della nuova Giunta. Dopo varie schermaglie leggo con sorpresa che l’assessorato al bilancio, una posizione di grande rilievo, viene assegnato ad un esponente di Rifondazione, Luigi Nieri, assessore alle periferie della giunta Veltroni (ho saputo poi che l’ex sindaco ha avuto un ruolo non indifferente in questa scelta, effettuata per sparigliare le carte all’interno della coalizione). Non conoscevo Nieri, né personalmente, né per sentito dire ma, dopo neppure una settimana, un amico del Centro per la Riforma dello Stato, Stefano Anastasia, mi chiese se volevo collaborare con l’assessore al bilancio: serviva un esperto di finanza pubblica. Confesso che è scattato in me il richiamo della foresta. L’idea di mettere le mie competenze scientifiche, maturate in anni di studi e di lavoro (al Senato ho lavorato molti anni al servizio del Bilancio con De Ioanna, sono stato al Tesoro al tempo dell’ingresso nell’euro con Giarda, al Quirinale, ho fatto parte dell’unità di valutazione finanziaria degli atti normativi istituita dal Presidente Ciampi, da vent’anni insegno contabilità pubblica in varie Università) al servizio della buona politica, mi ha entusiasmato e ha prevalso su ogni altra considerazione. Ho iniziato a collaborare con grande lena ed il lavoro è presto cresciuto in modo esponenziale. Mi sono occupato della riorganizzazione del debito sanitario, scoperto gradualmente nel corso del 2006; del rapporto con le agenzie di rating e gli investitori (sono stato molte volte in giro per l’Europa per presentare i piani di risanamento della Regione); ho scritto i documenti di programmazione economico finanziaria, riorganizzato la legge di contabilità regionale; ho gestito i rapporti con i fornitori sanitari, rompendo il cartello bancario che li ingessava da anni. Insomma, un grande lavoro e anche qualche colpo ai poteri forti, di cui sono molto orgoglioso. Tutto questo ben presto risultò incompatibile con il lavoro in Senato (dirigevo, insieme ad una collega, l’ufficio dei resoconti parlamentari, una struttura con oltre 100 persone). Inoltre la mia collaborazione non era passata inosservata. Ero stato citato nella discussione in Consiglio regionale. Augello
e Gramazio, senatori laziali di centrodestra fecero una interrogazione parlamentare. L’amministrazione del Senato aprì un procedimento disciplinare a mio carico. Ero di fronte ad un bivio: mollare tutto o andare in pensione. Ho scelto la seconda strada perché il richiamo della foresta era molto forte, nonostante questo comportasse una forte penalizzazione sotto il profilo finanziario, tanto penalizzante che non sono riuscito a raccontarlo al mio vecchio padre. Il compenso (80.000 euro lordi annui) che ho percepito come responsabile del servizio studi di Sviluppo Lazio (“una di quelle famigerate società regionali”, cui non faccio sconti nel saggio) è quindi solo una compensazione parziale, molto parziale, di ciò che avrei guadagnato restando in Senato. E’ del tutto priva di fondamento quindi (ma ritengo non sia ontologicamente comprensibile da D’Alessandro) l’affermazione della mia presunta “esigenza di trovarmi un contratto aggiuntivo di consulenza”. Peraltro il ruolo di responsabile del servizio studi non è stato per nulla una copertura delle altre attività, ma un vero e proprio lavoro fatto, parallelamente all’altro, con grande applicazione e notevoli risultati, apprezzati da molti (il modello econometrico regionale, i rapporti sulla società e l’economia del Lazio, le convenzioni con le università).
La diffusione clandestina di documenti. Ovviamente non esiste. Si tratta solamente degli articoli apparsi sul Corriere della Sera dell’11 giugno 2009, di cui si fa cenno nel saggio (Francesco Di Frischia, “Nomine Lait, al comando la strana coppia”; e, nello stesso numero e dello stesso autore, un altro articolo “Ma il Recup ancora non vede la luce. Contratto scaduto nell’aprile 2005”). Gli articoli, pienamente condivisibili e che narrano fatti del tutto noti, sono stati ricondotti a me. La storia è la seguente. Qualche giorno prima lo stesso giornale aveva pubblicato un articolo di Bernardo Pizzetti, “Elogio di Forrest Gump” (5 giugno 2009), in cui si sollevava il problema “dell’orientamento alla professionalità” delle nomine ventilate sia al comune di Roma che alla Regione. Si diceva: “Medesimo auspicio andrebbe rivolto alla regione Lazio nel caso dovessero trovare conferma le voci secondo cui per le cariche di amministratore delegato della Lait (che si occupa di sistemi informativi) e Cotral Patrimonio, sarebbero stati individuati due ex-assessori della giunta Veltroni”. Era in perfetta sintonia con quanto pensavo e che ho cercato di sostenere per mesi, sia con Nieri che con Marrazzo. Entrambi si sono dimostrati sordi ad ogni ragionamento. Il primo, con approccio doroteo, ha classificato la questione come affare interno del Pd. Il secondo era parte in causa, sia dell’azione di riciclaggio dei “trombati”, sia nella questione ben più opaca del Recup (di cui accenno nel saggio). Vista la sordità mi sono rivolto alla stampa. Dal colloquio con Pizzetti sono scaturiti gli articoli dell’11 giugno. Purtroppo è trapelato il mio contatto con il Corriere e ciò ha determinato la mia epurazione (negli anni trenta avrebbero probabilmente mandato il sicario). Peraltro, ritengo doveroso sottolineare che l’accusa di “spia” che mi rivolge D’Alessandro, in un paese “normale” mal si attaglia al ruolo di public servant che ho sempre ritenuto di svolgere e che non si trattava certo di rivelare brevetti industriali ma scelte “pubbliche” di chi amministra la cosa pubblica con atti che dovrebbero essere pubblici.
La questione del direttore di Lait. Sulla “nuova governance aziendale” decisa dalla Regione, ho detto nel saggio. Una decisione in contrasto con la normativa nazionale, quella in discussione alla Regione, le regole vigenti nelle altre società e il buonsenso. Varata al solo scopo di piazzare il “trombato”. Il direttore di Lait non ha accettato la situazione e, come nei suoi diritti, ha promosso un ricorso d’urgenza per il reintegro. Come noto, nel diritto del lavoro, il ricorso di urgenza non si interessa del merito ma dell’urgenza giustappunto. E nel ricorso, non è stata respinta “nettamente” la sua istanza. E’ stata rigettata la ragione d’urgenza ma sono emersi significativi elementi per una vittoria nel giudizio di merito, che hanno aperto la strada alla transazione economica. Detto questo confermo tutte le valutazioni espresse nel saggio, compreso il “mobbing selvaggio”, ancora in atto nei confronti dei suoi più stretti collaboratori rimasti in azienda. Rispetto ai rapporti personali tra me e il direttore di Lait mi sono posto una sola domanda: avrei scritto le stesse cose se non la avessi conosciuta? La risposta è affermativa. Del resto molte persone sono rimaste disgustate da quanto è accaduto in relazione alle nomine di cui parlo nel saggio. Comunque, il passaggio più inquietante della lettera è a mio avviso, il seguente: “vorrei che lei verificasse personalmente chi sono, cosa ho fatto, nel sindacato prima e nella vita politica/amministrativa della città dopo”. E’ tale l’autoreferenzialità di questi politici decotti, che la realtà sembra sfuggire dalle loro valutazioni. Basta citare il suo nome tra chi conosce un minimo le cose romane e non fa parte della cricca per suscitare perlomeno alzate di spalle e disappunto. Non solo per il modo con cui viene gestita la cosa pubblica (le opacità del caso Romeo sono state oggetto di ampio dibattito sulla stampa), ma per la sicumera e l’onnipotenza nei comportamenti, che sembra sempre essere al disopra di ogni giudizio. E’ proprio vero quello che ha detto Nanni Moretti a piazza Navona: finchè ci saranno loro non vinceremo mai.
Un saluto,
Marcello Degni
(18 marzo 2010)
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