Gli eredi del partito di Hammamet

Angelo Cannatà

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Caro direttore, mi rivolgo a lei perché i lettori di MicroMega conoscono i fatti che mi condussero ad Hammamet e non ho bisogno di riassumere. Lei non è stato tenero – è vero – con la mia vicenda giudiziaria, ma le riconosco imparzialità nella critica ai corrotti di destra, centro, sinistra. Ricordo una sua lettera a D’Alema (10 novembre 1995), allora segretario del Pds: una serrata critica alla politica giudiziaria “impropriamente spacciata come ‘garantista’.” In realtà – scriveva – “sottrae ai pubblici ministeri strumenti per le indagini, garantendo alla corruzione affaristico-politica ulteriori e incredibili vantaggi”. Parole profetiche, lette oggi. Obiettivo: “Non perdere di vista il discrimine essenziale: il partito della legalità e il partito di Hammamet” (MicroMega, 5/95).

Come vede, non ho nessuna intenzione di stendere un memoriale di difesa. Sottoscrivo le accuse. Purché la cosa resti tra noi, direttore, le confesso che “non si trattò di mele marce”, sono responsabile della fine del partito socialista italiano.
L’unica cosa su cui le chiedo giustizia e riparazione è la frase usata – di fronte agli scandali odierni – da un ingenuo giornalista: “Craxi si rivolterà nella tomba”. Eh no, direttore, questo no. Le assicuro che io nella tomba non mi rivolto affatto, e se potessi, lo farei solo per applaudire coloro che stanno continuando la mia opera. È una gara tra chi riproduce, anche nei dettagli, modi di essere, comportamenti, giustificazioni alle immoralità (“non c’è rilevanza penale”) che io – nel modo più alto – ho elevato a categoria interpretativa della corruzione.

Poi, naturalmente, ci sono i reati: li avete denunciati: dalla Liguria di Burlando, alla Campania di De Luca. Una corruzione dilagante che coinvolge le coop rosse e le Fondazioni. E ancora: gli scandali più noti: dall’Expo al Mose, da Mafia Capitale – con Carminati, Buzzi, il mondo di mezzo – ai fatti di Ischia. Un sistema diffuso di finanziamenti occulti, secondo i puri canoni del craxismo: un incarico, una gara d’appalto, una mazzetta al partito, come usava ai miei tempi. Bravi ragazzi!

È da me che hanno imparato, caro direttore, a usare i tecnici per scopi “politici”. Accade anche il contrario, è vero, ma incompetenti come Lupi ce ne sono pochi e comunque quell’Incalza – lo ricordo agli inizi della carriera – era proprio bravo. Oggi è in galera, certo, ma questo è un altro discorso. Non faccio il moralista e non scrivo, l’ho detto, per difendermi. Rivendico, piuttosto. Nessun padre – me lo lasci dire – è rivissuto nei propri figli come rivivo io nei miei persecutori di un tempo.

Quanto a D’Alema che si fa comprare – così dicono le cronache – 500 copie del libro e 2000 bottiglie di vino dalla coop, è, in fondo, un dilettante. Sono passati 20 anni dalla sua lettera, ma sembra ieri. D’Alema è sempre lì ad attaccare i magistrati – “devono smetterla di trascinare le persone per bene nel fango” –, mentre i giornali pubblicano la missiva (fine marzo 2011) della fondazione Italianieuropei che chiede soldi alla coop rossa. Un mercato. E un unico pericolo (ora come allora): i magistrati. Ancora dalla sua lettera a D’Alema: Caro Massimo, contro i pubblici ministeri sei intransigente… “Bisogna tagliare loro gli artigli, per usare una delle tante graziose metafore del campo berlusconiano, dal tuo partito fin troppo avallate… gli attacchi ai giudici sono diventati moneta corrente di tanti dirigenti del Pds”.

Con vent’anni d’anticipo, direttore, indicava la strada che il partito democratico (già craxiano: nei fatti, se non nelle parole) aveva intrapreso. Oggi ne vediamo gli effetti: non si tratta solo del telefonino pagato da Marco Carrai: Renzi crescerà, ha la stoffa anche per il lato oscuro della politica. I giornali scrivono che “Simone, manager arrestato di Cpl, aveva un ‘canale preferenziale’ col Premier”. Crescerà, riconosco i segnali: non si sa chi finanzia la sua Fondazione (bene); non si sa chi paga e quanto alle sue cene elettorali (bene); candida gli inquisiti alle elezioni (benissimo). Il Pd di Renzi eredita il meglio della mia tradizione.

Devo riconoscere che il Premier e il cerchio magico sanno simulare. L’onorevole con i boccoli – Boschi – non c’era al Consiglio dei ministri dove si discusse (e decise) di misure bancarie, ma, guarda caso, il titolo della banca del padre lievitò in borsa. Non sapeva nulla? Ma certo, non sapeva nulla!

È da me che hanno imparato. Simulano e dissimulano. Mi imitano in privato, e disprezzano in pubblico: un modo per apparire immacolati. Tecnica impeccabile. Altro che Di Pietro, povero contadino molisano: si limitava a denunciare. I miei giovani socialdemocratici sono più sofisticati: copiano e criticano; votano la legge anticorruzione perché non possono sottrarsi. Leggo che l’Anm ha dichiarato: “Si può fare più e meglio”. Vedrà, troveranno il modo di renderla inapplicabile. Un classico.

Infine. La legge sulla responsabilità civile dei giudici. “La virulenta campagna contro la magistratura avviene mettendo la menzogna al posto della verità: si accusano di politicizzazione i magistrati imparziali, e si considerano invece apolitici i magistrati che ascoltano sirene e desiderata degli eccellenti di ogni potere” (op. cit). Era vero venti anni fa, è vero oggi. Le riconosco una coerenza di fondo, direttore, ma me lo lasci dire: sono fiero soprattutto di loro: della “nuova” classe dirigente. Miglioreranno, vedrà. Nella tomba mi rivolto, sì, ma di felicità. Perché fin quando la lotta alla corruzione sarà nelle loro mani, Craxi potrà anch’essere disseppellito e mandato al rogo. Ma il craxismo può dormire sogni tranquilli: ha trovato i suoi eredi.

Bettino Craxi

* L’articolo riprende – liberamente – uno schema argomentativo usato da Montanelli il 19 giugno 1988.

(7 aprile 2015)



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