Governissimo, sì o no? Dibattito tra Paolo Flores d’Arcais e Luca Telese

Paolo Flores d’Arcais

da Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2010

Transizione necessaria
Perché possano svolgersi elezioni vere bisogna prima risolvere tre questioni: legalità, informazione imparziale, nuova legge elettorale

Governo tecnico? Dipende. L’emergenza che vive l’Italia è un’emergenza democratica, il passaggio già avvenuto dal malgoverno (che non sarebbe una novità, è praticamente la costante dell’ultimo mezzo secolo) al regime, e la sua rapida trasformazione in peggio (perché al peggio non c’è mai fine) attraverso innesti già programmati di vero e proprio fascismo, come la legge sulle intercettazioni che garantisce la galera ai giornalisti ancora giornalisti (il loro mestiere sarebbe infatti informare) e impedisce ai magistrati di indagare seriamente su tutti i reati per i quali le intercettazioni sono “conditio sine qua non”, calpestando con ciò il dettato costituzionale della “obbligatorietà dell’azione penale”. Da questo avvitamento antidemocratico, i cui modelli sono del resto due fraterni amici di Berlusconi, Putin e Gheddafi, l’Italia non uscirà certo grazie all’opposizione, secondo il modello dell’alternanza in uso nelle democrazia liberali europee anche le più malmesse, visto che da noi l’opposizione è un simulacro, ha la consistenza dei lemuri, non agisce e neppure parla, qualche volta semmai pigola e cinguetta, tranne quando i gerarchetti sopravvissuti si insolentiscono (obliquamente) l’un l’altro. Dalla morta gora della ruberia di cricche e caste l’Italia perciò uscirà, se uscirà anziché finire in un precipizio di stile greco, solo attraverso la crisi interna dell’attuale maggioranza di malgoverno. Crisi della quale si vanno accumulando motivi e sintomi ma per la cui apertura manca ancora l’ingrediente irrinunciabile, un barlume di coraggio e di coerenza tra il dire e il fare di una fronda, quella di Fini e dei “suoi” (non sappiamo quanti), che fin qui da brava fronda si è limitata a stormire. Se in politica valesse la regola di una razionalità anche minima, la crisi dovrebbe aprirsi sul federalismo o sulla giustizia, visti gli appelli alle ragioni della nazione e della legalità repubblicana che lo stormire di Fini e dei suoi ha replicato in ogni trasmissione tv. Ma l’incidente scatenante potrebbe invece avvenire sulla proverbiale buccia di banana di una questione assolutamente minore, come pure il governo potrebbe continuare a malgovernare per i prossimi tre anni senza inciampare mai nell’auspicabile (per quel che resta della nostra convivenza civile) capitombolo di un voto sfavorevole che costringa il caimano alle dimissioni. Qualora il fausto evento accadesse davvero, però, il problema posto ipoteticamente dall’immarcescibile Pier Ferdinando Casini, e sdegnosamente snobbato dal suo alter ego di partitocrazia Walter Veltroni, diventerebbe la non aggirabile questione del giorno. Nella speranza che gli eventi ci sorprendano dal punto di vista del calendario, proviamo a discuterne per non trovarci “sorpresi” politicamente, dovesse una volta tanto accadere il meglio e non il peggio. Quel giorno, infatti, il dilemma sarebbe proprio: elezioni o governo di transizione? Dipende. Le due cose, a voler essere dei democratici coerenti, non sono infatti in contrapposizione ma anzi debbono integrarsi necessariamente. Perché per “elezioni” dobbiamo intendere delle elezioni democratiche, mentre quelle che si dovessero svolgere “sic stantibus rebus” assomiglierebbero all’accezione di democrazia cara al caro amico Putin. Tre sono infatti le questioni da risolvere preliminarmente, perché possano svolgersi delle elezioni democratiche non solo di nome ma, approssimativamente almeno, anche di fatto. Legalità, informazione imparziale, nuova legge elettorale. Già nelle passate elezioni la situazione dei media era di uno squilibrio ingiurioso in sé e offensivo per i criteri minimi di qualsiasi democrazia occidentale (non a caso siamo stati retrocessi al 72° posto, come paese dove l’informazione è solo “parzialmente libera”). Nel frattempo l’occupazione “manu militari” dell’etere è minzolianamente proseguita con gli stivali delle sette leghe, e dovesse passare la legge sulle intercettazioni saremmo addirittura alla fascistizzazione “in progress”. Perché ci siano elezioni democratiche, perciò, è inutile continuare a nascondersi dietro un dito: bisogna liberare l’etere (bene comune esattamente come l’aria) dall’attuale manomorta berlusconiana, dall’esproprio feudale compiuto in nuce un quarto di secolo fa con la legge Mammì e perfezionato anno dopo anno (la voracità del caimano c’era già tutta, bella e squadernata). Questo in primo luogo. Ma bisogna anche garantire che valga il principio “una testa un voto”, anziché quelli alquanto incompatibili con la democrazia liberale che suonano “una pallottola un voto”, “una bustarella un voto”, “un ricatto un voto”, che sono invece ormai una presenza dilagante nell’Italia devastata da mafie, corruzione e altre lepidezze per le quali l’impunità di regime è sempre più garantita. Il che significa, se non si vuole affrontare un cancro con l’aspirina o peggio l’omeopatia, che si tratta di tornare alla situazione legislativa del ’92, abrogando con un sol tratto di penna tutte le norme, troppo spesso bipartisan, penali e procedurali, che hanno regalato ai delinquenti ogni ben di Dio impunitario e a magistratura e polizia frustranti e punitive camicie di forza. Dando vita, infine, a una legge elettorale, uninominale o proporzionale (o mista) che sia, ma rispettosa del principio di rappresentanza, oltre che dell’obiettivo della governabilità. La quale ultima, come è noto, la sanno raggiungere anche le dittature. Quando parla di governo tecnico, Casini ha in mente queste misure, preliminari ad un ritorno alle urne? Sarebbe allora opportuno chiamarlo con il suo vero nome: governo di lealtà costituzionale. Casini però pensa a qualcos’altro, tutto interno alla Casta e ai suoi maneggi. Non è un buon motivo, comunque, perché questo “governo di lealtà costituzionale” non sia fin da ora l’obiettivo e il “tormentone” di ogni democratico.

Così si regala l’anticasta a B.
Questa soluzione non paga sul piano della tattica né su quello dell’utilità e del gioco machiavellico. Ma soprattutto, non funziona su quello democratico

C’è un 40 per cento buono di italiani che – più o meno da quindici anni – fa questo sogno: svegliarsi una mattina e ritrovarsi a Palazzo Chigi un nuovo Comitato di Liberazione nazionale, una union sacrée democratica, un governo di salvezza nazionale che metta tutti insieme per cacciare “Il puzzone”, per far cadere Silvio Berlusconi e sostituirlo con qualsiasi cosa, pur di allontanarlo dalla stanza dei bottoni. Bello (di sicuro) impossibile (forse). Ma anche sbagliato (soprattutto). Le motivazioni per coltivare questa amena speranza, ovviamente, non mancano. Anche chi pensava malissimo dei dirigenti del centrodestra non immaginava che sette esponenti del governo sarebbero finiti contemporaneamente sotto inchiesta per reati gravi (o gravissimi). O che avremmo assistito al puerile balletto di “A mia insaputa&r
dquo; Claudio Scajola. Nessuno, nemmeno armato di grande fantasia, avrebbe mai ipotizzato che un sottosegretario fosse giudicato incandidabile (per i suoi rapporti con la camorra) dalla sua stessa maggioranza , o immaginato il diluvio delle leggi ad personam, liberticide o ammazza inchieste scomode che ci sono state regalate in questa porzione di legislatura. Poi – per giunta – a far cadere in tentazione i sognatori, sono arrivate le due ciliegine sulla torta: la ribellione di Gianfranco Fini e il vaticinio di Pier Ferdinando Casini. Domenica, ospite di Lucia Annunziata, Casini ha rinfocolato la speranza dell’Italia del quaranta per cento: “Un governo tecnico di salute pubblica, primo o poi è inevitabile”. Ora, tutte queste speranze e ragioni sono espresse con molta efficacia, qui a lato, da Paolo Flores d’Arcais. Se c’è “un’emergenza democratica” – ragiona Paolo in estrema sintesi – a brigante brigante e mezzo: qualsiasi cosa pur di ripristinare la legalità. Credo che questo suo articolo aprirà un grande dibattito, un dibattito necessario e utile. Ma confesso che leggendo le sue motivazioni ho detto – nella nostra riunione di redazione – che mi sento combattuto come l’omino di Altan, quello che soavemente confessa: “A volte ho dei pensieri che non condivido”. Ecco: leggo, capisco, sono tentato di condividere, ma allo stesso tempo non ce la faccio. In primo luogo perché li ho seguiti da cronista, tutti i governi tecnici di questo sgarrupatissimo ventennio di transizione italiana. Quello di Ciampi – oggi idolatrato da una nube di nostalgia retroattiva superiore ai suoi meriti – non lasciò leggi memorabili al Paese, se non altro perché non poteva prendere grandi decisioni: era un governo in cui la politica entrava di contrabbando, e in cui non si sapeva da chi provenisse il mandato né quale fosse. Quello di Dini, venne inaugurato drammaticamente dal “bacio del rospo”, dalle lacrime in aula di Marida Bolognesi (alcuni “eroi” di Rifondazione, fra cui Nichi Vendola ruppero con il loro partito per farlo nascere) e da un grido di battaglia contro i berluscones che nell’emiciclo di Montecitorio in bocca al suo premier suonava simpaticamente improbabile (“Adesso mi sono rotto il cazzo!”). Ricordo la fila di deputati leghisti nell’ufficetto di Bossi che all’epoca diceva cose godibilissime: “Basta con il mafioso di Arcore” e “A Silvio bisogna segare il balconcino da piccolo Duce”. Il bilancio si chiude con Umberto “il miglior alleato” di Berlusconi e Dini che ritorna “a casa”, come Lassie, nel centro-destra (a via della Conciliazione era quello appisolato vicino a Fini, mentre lui ululava). È stato bello, ci abbiamo sperato, ma non c’è nulla da fare. Il governo D’Alema – strano caso di auto-cannibalismo a sinistra ai danni di Prodi – riuscì a regalare la pallida esperienza “del D’Alema bis” con la caccia ai voti, il sottosegretario missino Misserville (simpaticissimo, ma costretto alle dimissioni in 24 ore per aver portato il busto del Duce nel primo esecutivo post comunista del dopoguerra) e una dimenticabile parentesi di calciomercato parlamentare, con il gruppo misto che cresceva ogni giorno come una metastasi. Ci siamo divertiti, è vero, a raccontarlo quel suq trasformista. In cui – come nell’ultimo Prodi – si andava a caccia di voti con il pallottoliere, finendo a regalare gli sgravi benzina in Trentino e Val d’Aosta per ottenere una fiducia dall’Svp o dell’Union Valdôtaine. Adesso, per favore basta: non si può più. Io non so perché Casini – una vita per costruirsi fama da moderato – abbia scelto proprio la locuzione estrema della “salute pubblica”, che evoca Madame de Guillotine e il Terrore. Ma in ogni caso bisogna che i sognatori si rassegnino all’idea: non si esce dal berlusconismo con una scorciatoia o un golpe. Non c’è un intermezzo della salute pubblica che prepara un nuovo inizio. Il berlusconismo (e il leghismo) hanno costruito in questo paese un blocco sociale vero, una solida coalizione di interessi. Hanno costruito una leadership, hanno ottenuto un mandato. Pensare che i 20 “vietcong finiani” possano diventare il piede di porco con cui si scardina questa maggioranza (intanto bisogna vedere se loro sono d’accordo, e non sembra) è una trappola onirica. E poi Berlusconi si può battere, ma non si può rimuovere. Ricordo che per anni si parlava di come sarebbe scomparsa la Lega senza il carisma di Bossi: ebbene, nel 2004 Bossi fu colpito dall’ictus, la Lega rimase un anno senza padre, alle Europee il partito crebbe. Il governo tecnico non paga sul piano della tattica, quindi, ne su quello dell’utilità e del gioco machiavellico. Ma soprattutto, non funziona su quello democratico. Regalerebbe a Berlusconi una campagna elettorale anti-Casta. E regalerebbe ala sinistra la parte della Casta. Come se ce ne fosse bisogno.

(11 maggio 2010)

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