Grillo, gli oligarchi e la domanda di buona politica

Pierfranco Pellizzetti

Per chi, come il sottoscritto, scruta la politica italiana dal punto visivo della propria città – Genova – è impossibile parlare di elezioni prescindendo da quanto qui è accaduto lunedì scorso in via Montello, verso le 8 del mattino: la gambizzazione, ad opera di un commando dal volto coperto, di Roberto Adinolfi, AD dell’Ansaldo e uomo di punta del nucleare made in Italy.

Al di là dell’orrore che sempre si prova davanti allo scatenamento della violenza brutale contro un inerme, il chiaro sintomo della tendenza all’impazzimento di tensioni sociali a lungo represse e che non incontrano più forme di mediazione in grado di integrarle, riportandole nel circuito del discorso pubblico. In altre parole, qui (come altrove, seppure non ancora in forme rivolte contro terzi: sino ad ora la disperazione tendeva al suicidio!) sta esplodendo la pentola sul cui coperchio bivaccano le varie bande di oligarchi, locali e nazionali.

Una situazione oscillante tra la tragedia biografica individuale e la catastrofe collettiva, i cui effetti sempre meno sono mascherabili mediante l’indecenza intollerabile di catalogarli alla stregua di “antipolitica”. Come insisterebbe a fare il cardinale Bagnasco e quelli come lui: appunto, gli oligarchi che hanno reso la politica qualcosa di assolutamente ributtante.

La retorica dell’antipolitica come terrorismo verbale che veicola una vera e propria menzogna. Infatti è stata appena pubblicata l’accurata ricerca di Donatella della Porta, sociologa dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, sulle motivazioni degli attivisti e dei partecipanti a tre manifestazioni del 2011, presunte anti-sistema, particolarmente significative: l’EuroMayDay a Milano, il Primo Maggio a Firenze e lo sciopero generale del 6 maggio indetto dalla CGIL. Ebbene, per il 70/80 per cento dei partecipanti la priorità è quella del rafforzamento delle istituzioni, correlata alla contestuale domanda che la democrazia torni a fare il suo mestiere di strumento per ridurre le disuguaglianze (rompendo i colli di bottiglia di una rappresentanza formale ridotta a puro esproprio da parte degli oligarchi che ne presidiano i varchi).

Ci potrebbe essere un punto di vista più costruttivamente politico di questo? Anche perché lo stesso si potrebbe dire degli Indignados come degli Occupy Wall Street, i vari movimenti critici delle oligarchie politicanti – al servizio collusivo dei vari “uno per cento” privilegiati e plutocratici in età di globalizzazione – che hanno trovato ad oggi epigoni in ben 951 città di 82 Paesi.

Il vero problema – drammatico al punto da indurre allo sconforto – è che queste istanze assolutamente positive non trovano sponda nelle istituzioni, che la cecità di un dominio aggrappato alla propria miserabilità da “ultimi giorni di Pompei” ha cancellato la presenza di qualsivoglia mediatore sociale sul fronte del disagio: l’insorgenza virata a rabbia distruttiva proprio perché non trova sbocchi credibili sulla direttrice del cambiamento radicale; più semplicemente, effettivo.
Potrà diventare tutto questo il movimento Cinquestelle, reduce da un consistente successo elettorale?

La sua capacità di intercettare la domanda di nuova politica parlerebbe in tal senso. Induce perplessità il controllo capillare esercitato sulla massa di nuove entrate nell’arena pubblica da parte di spregiudicati imprenditori quali l’ondivago Beppe Grillo (nella parte odierna del santone messianico, dopo una carriera nello show-business in cui ha rivestito ruoli e assunto posizionamenti molto variegati) e la società di advertising profit-oriented Casaleggio & Co. Ossia gli inventori di questo singolare “movimento in franchising”, il cui marchio è proprietà personale del comico genovese (e indirettamente della sua consulenza esclusiva).

Da qui il mix di spontaneismo assembleare on line e gestione verticistica che prefigura possibili cortocircuiti. Acuiti dal fatto che gli adepti del Meetup, architrave del movimento, entrati oggi da neofiti nei vari consigli comunali presentano profili comunque propri. Che emergeranno a fronte dei problemi dell’amministrazione locale (non riducibili a battute o a formulette abrakadabra), man mano che si attenuerà l’effetto di innamoramento nei confronti del guru maximo.

Da genovese conosco il candidato sindaco Cinquestelle Paolo Putti, che ha sfiorato il ballottaggio, mi è nota la sua precedente militanza ambientalista, so del suo lavoro come animatore sociale nel disastrato quartiere di Bolzaneto. Mi sento di escludere – tanto per dire – che condivida le intollerabili battute xenofobe e razziste grillesche sui figli degli immigrati.

In sostanza, mentre il mondo degli oligarchi liberticidi va evaporando, è importante capire come evolverà l’intercettamento della domanda di buona politica. Se resterà un’operazione mediatica di marketing alternativo (ma sempre di marketing si tratta), oppure saprà liberarsi di tutele sospette raccogliendo l’invito di una persona al di sopra di ogni sospetto quale Pierre Bourdieu. Il grande sociologo francese, animatore del movimento dei sans papier, che così scriveva poco prima di morire: «l’ultima rivoluzione politica, la rivoluzione contro il clero politico e contro l’usurpazione potenzialmente iscritta nella delega, resta ancora tutta da fare».

(9 maggio 2012)



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