I costi della precarietà

Renato Fioretti

Già l’immediata vigilia della protesta dello scorso 9 aprile – con centinaia di migliaia di lavoratori che, sotto lo slogan “Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta”, avrebbero denunciato la situazione di diffusa precarietà che caratterizza e limita la condizione di alcuni milioni di cittadini, prima ancora che di lavoratori – aveva offerto alcuni interessanti motivi di discussione e confronto.

Il tutto, naturalmente, a prescindere dall’insensata affermazione di Sacconi: “Non sono i precari, sono alcune associazioni; anzi la Cgil è l’unica organizzazione che appoggia le manifestazioni, non la Cisl e la Uil”! Una dichiarazione – quella dell’incauto erede al dicastero già diretto da eminenti personalità politiche quali Brodolini, Donat Cattin e Giugni – di fronte alla quale anche il più convinto sostenitore della nota massima volterriana avrebbe titolo a un (legittimo) motivo di ripensamento!

Tornando alla “vigilia”: in effetti, quella che molti osservatori “indipendenti” avrebbero (poi) descritto come una grande manifestazione nazionale – sebbene (necessariamente) articolata a livello locale – aveva avuto un prologo di carattere “epistolare”; in qualche caso: “senza esclusione di colpi”.
L’imput fu rappresentato da un articolo: “Figli e padri contro l’apartheid per il merito nel lavoro”, firmato da Pietro Ichino, Nicola Rossi e Luca Cordero di Montezemolo e pubblicato, con grande risalto, sul “Corriere della Sera”.

In sostanza, l’insolito trio coglieva l’occasione dell’imminente protesta per fare il panegirico di un vecchio “cavallo di battaglia” del senatore Ichino: “Il contratto di lavoro a tempo indeterminato, con garanzie crescenti nel tempo”.
Naturalmente, poiché la proposta (ddl 1481/09) ha già rappresentato motivo – attraverso queste stesse pagine – di un “vivace” confronto tra l’autore e il sottoscritto, non tornerò sull’argomento. Mi limito a ribadire che la ritengo una colossale “presa in giro” per tutti quelli che dovessero restare sedotti da un provvedimento che, in sostanza, abroga l’art. 18 dello Statuto, illude i lavoratori precari con il miraggio di un rapporto “a tempo indeterminato” – che non corrisponde all’attuale contratto di lavoro “standard” – e, dulcis in fundo, interviene solo apparentemente a “disboscare” la vera e propria giungla di tipologie contrattuali prodotta dal D. Lgs. 276/03.

Contemporaneamente, su Liberiamo.it – il sito web di un’associazione molto vicina al Presidente Gianfranco Fini – appariva un articolo di Piercamillo Falasca che, in pratica, dichiarava di condividere la proposta Ichino e rivendicava la presentazione, da parte di “Futuro Libertà”, di una proposta di legge “chiaramente ispirata” alla stessa!

A questo punto, si realizzò quello che considero l’aspetto più interessante dell’intera vicenda, dal quale trarre qualche interessante motivo di riflessione.
Infatti, il Pd, lo stesso tra le cui fila militano Ichino e Rossi, ritenne – evidentemente – indifferibile intervenire direttamente “in tackle” per ribadire la posizione del partito.
Posizione ufficiale – espressa attraverso un intervento di Stefano Fassina (responsabile nazionale per l’economia e il lavoro) diffuso in rete il giorno stesso della pubblicazione dell’articolo da parte del “Corriere” – che, nei fatti, nel ribadire una decisione già nota, rappresentava la sconfessione della proposta Ichino e, contemporaneamente, la plateale dissociazione del partito dall’inedito “quartetto” (Ichino, Rossi, Montezemolo, Falasca)!

Parlo di decisione nota perché, in effetti, nel maggio del 2010 – attraverso una “sofferta” decisione (cinquantadue voti favorevoli e circa altrettanti astenuti) dell’Assemblea programmatica – il Pd aveva già elaborato una proposta d’intervento rispetto al fenomeno della precarietà del lavoro.
Si trattava, in sostanza, di rivendicare un provvedimento legislativo di estrema semplicità.

Infatti, a parte un sostanziale “distinguo” – rispetto ai soggetti maggiormente colpiti dalla dilagante (e persistente) precarietà presente nel mercato del lavoro italiano: fenomeno diffuso principalmente tra i giovani (per Ichino), piuttosto che problema intergenerazionale (per il Pd) – la ricetta avanzata dal secondo, per contrastare la precarietà, prevedeva di eliminare i vantaggi di costo di cui oggi godono i contratti precari rispetto a quelli a tempo indeterminato.

Allineare, in sostanza, gli oneri sociali sul lavoro “ad un livello intermedio tra quanto oggi previsto per i contratti “standard” (a tempo pieno e indeterminato) e per i contratti low cost”.
Tale soluzione avrebbe il pregio, a parere di Fassina, di “produrre una riduzione di costo per le imprese, da finanziare attraverso l’innalzamento delle imposte sulle rendite e sui redditi da capitale”.
Naturalmente, una proposta così semplice da realizzare ha lo svantaggio, secondo Fassina, di “non corrispondere all’ideologia neo-liberista, colpita dalla crisi, ma ancora potente nei media, nella politica, nell’accademia”.

Personalmente, ai fini di un’esauriente valutazione, ritengo opportuno stimare la proposta Pd da due diversi punti di vista. Da quello “tecnico” a quello di natura squisitamente politica.
Premetto, innanzi tutto, di condividere l’affermazione di Fassina secondo la quale la contrapposizione generazionale, tra genitori “garantiti” e figli confinati in regime di “apartheid”, è una pura invenzione; avvelenato e strumentale prodotto di quello stesso paradigma culturale che vede nei pensionati di oggi gli antagonisti di quelli del futuro!
Tra l’altro, tra gli osservatori più attenti alle dinamiche del nostro mercato del lavoro, è da tempo diffusa la consapevolezza che il dramma della precarietà – conseguenza di quella che Luciano Gallino identifica con “il costo umano della flessibilità” – è un fenomeno che, contrariamente a quanto affermano Ichino, Rossi, Montezemolo, Falasca & C., interessa sempre più soggetti che (purtroppo per loro) giovani lo erano vent’anni fa!

Allo scopo, riporto alcuni dati tratti da un’accurata ricerca di Fabrizio Carmignani, del quale – evidentemente – reputo superfluo qualsiasi tipo di presentazione.
In un recente articolo, il prof. Carmignani, infatti, rileva: “La disoccupazione giovanile è a quota 29 per cento. Il lavoro precario è triplicato. Ma i problemi del mercato del lavoro, nella forma della precarietà-disoccupazione, si sono nettamente spostati verso le età adulte”!

I dati richiamati (fonte Istat) sottolineano due fenomeni che, evidentemente, non sono a tutti noti.
Il primo è rappresentato dal fatto che oggi (dati 2009) c’è una differenza sostanziale, nella distribuzione delle persone in cerca di occupazione per classi di età, rispetto al passato (dati 1993): “La disoccupazione odierna non è più solamente giovanile, all’opposto è prevalentemente adulta. In passato quasi i ¾ delle persone in cerca di lavoro erano giovani tra i quindici e i ventinove anni, oggi la quota si è ridotta al 40
per cento”.

Anche nella composizione del lavoro precario, rileva Carmignani, si è verificato uno spostamento simile, ma con una differenza importante rispetto alla disoccupazione: “Il lavoro precario è non già diminuito ma quasi triplicato. I problemi del mercato del lavoro, nella forma della precarietà-disoccupazione, si sono dunque nettamente spostati verso le età adulte: su circa 2 milioni di disoccupati, 1,2 milioni sono adulti, così come sono adulti 1,5 milioni di precari rispetto ai 2,5 milioni totali”.
Tornando al merito della proposta del Pd: dal punto di vista tecnico, la reputo assolutamente “inefficace”; anche solo ad attenuare, se non risolvere, il problema della precarietà.

Ritengo, infatti, che nonostante l’aggravio economico dei costi contributivi per i rapporti atipici o, addirittura, la sostanziale equiparazione degli stessi a quelli del lavoro subordinato “tout court”, nulla dissuaderebbe i datori di lavoro dal preferire un contratto di lavoro “atipico” alla forma di lavoro “standard” cui, in definitiva, giustamente aspirano tanti lavoratori precari.

Questo perché non è solo, o esclusivamente, l’attuale minore costo contributivo quello che induce a preferire una delle tante tipologie contrattuali (legalmente) disponibili in alternativa al classico rapporto di lavoro subordinato.

Infatti, come ampiamente noto, sono ben altri gli elementi che rendono assolutamente “allettante”, l’opzione a favore di un (falso) lavoro a progetto o di una (fasulla) associazione in partecipazione, se non alla (spesso immotivata) reiterazione di rapporti a tempo determinato.
Dalle minori tutele in caso di malattia, ai limiti di orario, alle ferie retribuite, alla facoltà di recesso, passando, naturalmente, attraverso una serie di condizionamenti che, sostanzialmente, annullano qualsiasi (residuale) ipotesi di potere contrattuale esercitabile dal lavoratore.

Dal versante politico, invece, ritengo che la proposta Pd equivalga a trasmettere una sorta di messaggio “subliminale”.
Nel senso che, di fronte all’oggettiva difficoltà o, piuttosto, inadeguatezza – per motivi riconducibili all’impossibilità di pervenire a una sintesi tra le (troppo) diverse “anime” del partito – nel proporre una credibile alternativa allo “status quo”, espresso da quel vero e proprio “supermarket delle tipologie contrattuali” rappresentato dal 276/03, si preferisca intervenire con un semplice “maquillage” di scontata inefficacia.

A questo punto, diventa quindi urgente quello che Emilio Carnevali – già all’indomani della manifestazione – indicava come ineludibile: affrontare il problema del rapporto fra rivendicazioni sociali e rappresentanza politica.
Alla luce, però, delle considerazioni fin qui espresse – rispetto alla posizione ufficiale del maggior partito di opposizione – e preso atto della “ritrosia” manifestata da Cisl e Uil, temo che la necessaria opera di ricerca di una concreta interlocuzione politica sia, purtroppo, destinata, almeno nell’immediato futuro, a produrre delusioni e frustrazioni.

(9 maggio 2011)

Condividi Bookmark and Share



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.