Il “mito” dei fratelli Cervi, una lezione di comunicazione politica

Gianni Barbacetto

, societacivile.it/blog

Ognuno festeggia il 25 aprile come vuole. Il Domenicale del Sole 24 ore lo fa ospitando in prima pagina un articolo dello storico Sergio Luzzatto che decostruisce il mito dei fratelli Cervi. Un mito edificato, scrive Luzzatto, da un «funzionario della casa editrice Einaudi», un «tipico interprete del "lavoro culturale" svolto per conto del Partito comunista». E cioè Italo Calvino. È lui a scrivere per primo – sulla rivista dell’Anpi, poi sull’Unità – dei sette fratelli sterminati per rappresaglia dai fascisti di Salò e di loro padre Alcide, «basso e solido e nodoso come un ceppo d’albero». Articoli che folgorarono un padre della patria, il giurista Piero Calamandrei, che ai fratelli Cervi dedicò una memorabile orazione civile al Teatro Eliseo di Roma, il 17 gennaio 1954, giorno in cui papà Alcide fu ricevuto al Quirinale dal presidente Luigi Einaudi.

Poi partì, ci spiega Luzzatto, «una vera e propria campagna di propaganda», promossa dai dirigenti nazionali del Pci, «per trasformare i sette figli del cattolicissimo Alcide nella quintessenza del martirologio resistenziale comunista». Nacque così, «soprattutto sulle direttive della Commissione stampa e propaganda» del partito, il volume di Einaudi "I miei sette figli", che divenne un bestseller. «Promosso capillarmente presso le sezioni del Pci, fu messo in vendita attraverso un sistema di pagamento rateale, diventò un must nella bibliotechina di ogni buona famiglia comunista». Ne furono diffuse quasi un milione di copie in un anno. Così la famiglia Cervi fu trasformata «in un’icona rossa della Resistenza». Come? «Da Italo Calvino in giù, l’intellighenzia comunista fece di tutto per abbellire una storia certo eroica, ma parecchio complicata. Perché nei due o tre mesi intercorsi fra l’inizio della Resistenza e la loro morte, i sette fratelli Cervi erano stati tutto fuorché altrettante incarnazioni del "rivoluzionario disciplinato", consapevole avanguardia di un "popolo alla macchia"».

Insomma: i sette hanno fatto la Resistenza solo per due o tre mesi; e lo hanno fatto impegnandosi in «attività di renitenza e sabotaggio con una convinzione ai limiti dell’incoscienza». Non erano poi mancate «le frizioni fra loro e i dirigenti locali del Partito comunista clandestino, che accusavano i fratelli Cervi di comportarsi da "anarcoidi"». Ma niente paura: in seguito, «i cantori dell’epos resistenziale trasformarono i fratelli Cervi in icone, quasi in santini». Per «fare leggenda» e «per segnalare agli italiani del dopoguerra come la storia delle Resistenza nella bassa emiliana non fosse affatto riconducibile alla caricatura infamante» della propaganda anticomunista, «tutta impegnata a denunciare i crimini del cosiddetto triangolo della morte». Così al Pci degli anni Cinquanta viene nei fatti rimproverata una cosa che oggi viene praticata e celebrata come essenza della politica: la capacità di comunicare. Oggi ci si mostra ammirati perfino per la capacità di far credere agli italiani un sogno che non c’è. E si chiama invece "propaganda" la capacità di far conoscere all’Italia sette giovani uccisi dai repubblichini. Sette ragazzi che, adesso che so che erano "anarcoidi", mi risultano anche più simpatici.

(19 aprile 2010)

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