I Fratelli musulmani e lo stallo politico egiziano

Marco Alloni

, dal Corriere del Ticino, 5 dicembre 2012

Ieri in Egitto si è assistito alle proteste di quanti Mohammad Morsi non è ancora riuscito ad aggiogare al suo potere: magistratura, giornalisti e opposizioni. Cinque canali televisivi e dodici quotidiani hanno scioperato contro quello che giudicano un tentativo di golpe islamista: procedere alla stesura di una bozza costituzionale “ambigua” e “antidemocratica”. E non solo piazza Tahrir, ma diverse aree del Cairo, sono state inondate di sit-in.

Quali soluzioni in un Egitto spaccato in due tra “conservatori” e “progessisti”? Nel breve e medio termine: nessuna. Poiché il problema non è congiunturale ma sistemico, e non nel senso politico del termine ma in senso culturale. Finché l’Egitto non si doterà di un sistema di educazione civile (scuola) e informativo (media) adeguato alle rivendicazioni della Rivoluzione, il processo rivoluzionario sarà destinato a venire sequestrato dalla maggioranza “reazionaria” del paese: di cui i Fratelli musulmani sono assai più l’espressione culturale che politica.

Perché culturale e non politica? Perché due sono le ragioni essenziali che hanno determinato la conquista del potere da parte dei Fratelli, e nessuna delle due ha un suo precipuo valore politico.

Prima ragione. I Fratelli rappresentano in Egitto, da ottantant’anni, una rete sociale radicata sul territorio in cui l’originario principio assistenziale di Hassan El-Banna si è convertito via via in puro e semplice clientelismo. Risultato: il principio di solidarietà si è venuto identificando con quello di appartenenza: se sei dei Fratelli ti aiutiamo, se sei contro ti facciamo guerra. Da qui quel pragmatismo imprenditoriale, tanto sbandierato come baluardo moderato all’astrattismo ideologico dei radicalisti, che coincide in realtà con le logiche clanistiche su cui l’Islam ha costruito la propria fortuna. Laddove oggi si parla di ragion di Stato si intende pertanto, nel sottotesto di tale apparente rassicurazione, un ben più minaccioso ragion di clan. E laddove il presidente Mohammad Morsi decanta la propria apertura nei confronti delle opposizioni ribadisce, in realtà, che fuori dalla solidarietà di clan ogni contestazione è da ritenersi pregiudiziale: secondo l’antico adagio stando al quale una visione non islamista della politica è a rigor di fede haram – ovvero contraria all’Islam.

A tale mentalità si conformano quanti ritengono il proprio leader non già il capo di uno Stato fondato sulla dialettica e l’equipollenza dei poteri ma il depositario della giusta applicazione dei valori islamici alla società. Da cui l’impasse di una discepolarità che rigetta il dissenso come blasfemo e l’equilibrio dei poteri come un atto di lesa maestà nei confronti del delegato terreno all’attuazione dei voleri di Dio.

Seconda ragione: una porzione assai consistente di elettori dei Fratelli musulmani appartiene – pur all’interno di un medesimo popolo di stampo clanistico-imprenditoriale – a quel 50% di popolazione analfabeta per la quale l’unico assioma incontrovertibile è quello secondo il quale “offendere” l’Islam equivale a meritarsi l’Inferno. Un’equazione che il proselitismo dei Fratelli musulmani ha saputo gestire con tale arguzia – nella sua opera assistenziale verso gli indigenti e sistematici voti di scambio – da rendere equivalente la negazione di fiducia all’islamismo politico a quella nei confronti dell’Islam in quanto tale. Tant’è vero che nella propaganda referendaria di qualche mese fa l’argomento più insistente, per indurre a votare il fronte islamico, era quello di chiedere ai votanti di identificare il laicismo con la miscredenza e l’islamismo con l’Islam.

Pertanto è vano attendersi a breve termine dalla politica quello che procede, nel profondo, dalla dinamica clanista. Affinché una popolazione come quella egiziana possa approdare alla democrazia è necessario il proibitivo processo che accorda, come si diceva un tempo, a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Allo stato attuale, un’illusione pari a quella di Sisifo di oppore la forza della politica al macigno del clanismo premoderno.

(5 dicembre 2012)



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