I liberisti e il “mito” della piena occupazione
Emilio Carnevali
Sul Corriere della Sera Piero Ostellino si è scagliato contro le promesse di lotta alla disoccupazione fatte dal nuovo governo. Il “mito” della piena occupazione, infatti, sarebbe intrinsecamente totalitario. Eppure è stato proprio Keynes a fondare la sua teoria sulla critica della naturale tendenza dell’economia di mercato al pieno impiego sostenuta dai liberisti.
L’idea che ogni intervento delle istituzioni pubbliche nell’economia sia l’anticamera di un sanguinario disegno totalitario non è affatto nuova. Ultimamente, però, è tornata in grande spolvero con le manifestazioni dell’estrema destra americana – radunata nel movimento del Tea Party – contro il “socialista” Obama. Quest’ultimo si è infatti reso colpevole di voler salvare un’industria dell’auto sull’orlo del fallimento («Let Detroit Go Bankrupt!», gridava allora il futuro candidato repubblicano Mitt Romney) e di voler rilanciare l’economia con uno stimolo fiscale di chiara ispirazione keynesiana.
Per fortuna degli Usa, e del mondo, oggi l’industria automobilistica a stelle e strisce è salva, l’intero settore manifatturiero americano sta attraversando un fase di insperato rilancio e l’economia statunitense – per quanto ancora in stato di convalescenza – presenta numeri che noi europei guardiamo con infinita invidia. Inutile dire che in Usa esiste ancora una democrazia fondata su libere elezioni e divisione dei poteri: non c’è un regime a partito unico, il potere non è andato ai soviet e gli agricoltori coltivano ancora sereni le loro terre.
Eppure la tesi dell’interventismo come culla del totalitarismo è dura a morire, anche nel nostro paese. Da ultimo è stata rilanciata da Piero Ostellino sul Corriere della Sera. In un articolo pubblicato lo scorso 1 giugno, Ostellino ha preso spunto da alcune dichiarazioni di Enrico Letta sulla necessità di collocare il lavoro e la lotta alla disoccupazione giovanile al primo posto dell’agenda del governo. Il neopresidente del Consiglio si sarebbe abbandonato ad uno «stereotipo demagogico e inconcludente», per denunciare il quale l’editorialista del Corriere non ha esitato a rievocare il comunismo sovietico – il suo «forzoso reperimento di forza lavoro con il terrore staliniano e i Gulag» – e il nazismo. Si tratta di riferimenti talmente fuori luogo che non meritano di essere nemmeno confutati.
Più interessante invece è l’attenzione che Ostellino dedica al tema della “piena occupazione” come «mito» e «grande illusione sociale» del Novecento, anche nelle sue declinazioni democratico-riformiste, o meglio in quel «surrogato del costruttivismo illiberale che è il keynesismo».
A dire la verità la “Teoria generale” di Keynes si proponeva come teoria generale, appunto, perché concepiva la piena occupazione come “caso particolare” di un sistema economico che poteva anche presentare prolungati equilibri di sottoccupazione. Il bersaglio polemico di Keynes erano proprio quegli economisti da lui definiti “classici” (categoria in cui racchiudeva tanto quelli che oggi chiamiamo classici, Smith e Ricardo in primo luogo, quanto gli esponenti della dominante teoria “neoclassica” o marginalista).
«Dimostrerò», scriveva Keynes nel primo capitolo della sua più celebre opera, «che i postulati della teoria classica si possono applicare soltanto ad un caso particolare e non a quello generale, poiché la situazione che essa presuppone è un caso limite delle posizioni possibili. Avviene inoltre che le caratteristiche del caso particolare presupposto dalla teoria classica non sono quelle della società economica nella quale realmente viviamo; cosicché i suoi insegnamenti sono ingannevoli e disastrosi se si cerca di applicarli ai fatti dell’esperienza».
Quello di un sistema economico che spontaneamente tende alla piena occupazione è dunque proprio il mito contro il quale è nata la teoria keynesiana. Mito che si fondava in ultima analisi sulla cosiddetta legge di Say, secondo la quale l’“offerta crea la propria domanda”, o, prendendola da un altro punto di vista, “la domanda è limitata soltanto dalla produzione”.
Per l’approccio marginalista la disoccupazione è un fenomeno meramente temporaneo perché grazie alla flessibilità dei salari reali e ai meccanismi di adeguamento degli investimenti ai risparmi tramite l’oscillazione del tasso di interesse il sistema economico deve necessariamente ritornare ad un equilibrio di piena occupazione. Keynes contestò proprio l’esistenza di questi meccanismi di riequilibrio, arrivando a sostenere che sarebbero stati i risparmi – a seguito di una flessione complessiva della produzione e dunque del reddito, e nel nuovo contesto di aspettative pessimistiche coltivate dagli operatori – che si sarebbero adeguati al livello degli investimenti. Da questo circolo vizioso si sarebbe potuti uscire, come il democratico Roosevelt dimostrò negli Stati Uniti della Grande Depressione, solo con un intervento esterno da parte dello Stato. Solo così era possibile tirare fuori il sistema da una situazione di equilibrio di sottoccupazione che la «teoria classica» – «la quale», scriveva ancora Keynes, «ha costituito la base della mia formazione scientifica e domina il pensiero economico, sia pratico che teorico, delle sfere dirigenti e degli ambienti accademici della generazione presente e delle precedenti, da cento anni a questa parte» – nemmeno poteva concepire dati i suoi presupposti.
Non è chiaramente questa la sede per ricostruire gli sviluppi teorici che fecero seguito all’innovazione apportata da Keynes con il suo “principio della domanda effettiva”: né ripercorrendo i tentativi di conciliazione di Keynes con l’ortodossia economica a partire dai suoi fondamenti marginalisti (la sintesi neoclassica e le evoluzioni successive); né rievocando percorsi più eterodossi, interessati a “tenere insieme” principio della domanda effettiva e approccio “classico” (in questo caso nel senso di “non marginalista”) alla teoria della distribuzione e del valore (ad esempio Sraffa e le scuole sraffiane).
Una cosa è importante ribadire. La piena occupazione che si trasforma in “mito” in quanto “chimerica fatalità” ha molto più a che fare con gli apologeti di un libero mercato senza regole alla Ostellino che con i più realisti e pragmatici osservatori delle imperfezioni del mondo.
Ma forse, a ripensarci bene, sono questi ultimi che si sbagliano. Forse tutto nasce dai quei “socialisti” dell’Istat, che diffondono dati allarmanti funzionali al loro criminoso disegno tecno-totalitario. Che sia davvero al 12% la disoccupazione? Mah… «i ristoranti sono tutti pieni», diceva qualcuno. Che abbia ragione lui?
(3 giugno 2013)
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