I nuovi crociati del mercato e l’eutanasia del lavoro

Furio Colombo

Il lavoro al tempo di Madoff

, il Fatto Quotidiano, 16 maggio 2010

Sappiamo poco noi, i non esperti di finanza, della crisi che si mangia la Grecia, si dirige verso la Spagna, ha poi adocchiato il Portogallo e mostra una misteriosa tendenza a non fermarsi. Scrive Giovanni Sartori (“Corriere della Sera”, 14 maggio): “Non sarò io a spiegarvelo, ma il problema è di difficile soluzione”. Raro esempio di descrizione degli eventi di cui tanti si fingono specialisti. Soprattutto coloro che, prima della sindrome greca, ci hanno spiegato che il peggio era alle spalle (non parlo di politici, parlo di economisti) che prima della violenta scossa americana ci avevano rassicurato sull’economia della crescita, del consumo, del credito. Sono gli stessi che adesso compaiono sulle colline della nuova crisi economica che – come un’“influenza aviaria” della finanza – sembra incline a divorare i bilanci degli Stati. E brandiscono scuri e machete gridando: “Tagliare!”. Sono molto coerenti, i nuovi crociati del mercato. Sono debitamente spietati e non inclini a fare eccezioni.

Tagliare cosa? Prima di tutto – e soprattutto – stipendi e salari, tagliare “privilegi” come la sanità, le pensioni più basse (ma, riconoscetelo, le più numerose), tutti i tipi di sostegno alla scuola, ai disabili, agli anziani, che portano via lavoro ai giovani, e ai giovani per cui è finito il lusso della formazione e di ogni forma di praticantato o sostegno iniziale. Chi sta sull’isola dei senza lavoro ci resti e si dia una calmata. Se i guru di Wall Street guardano la crisi negli occhi e ti dicono “è grave”, dovete accettarlo. Del resto, a riprova che niente è locale e provinciale in questa crisi, leggo sul “New York Times” un articolo che si intitola “Nuovi spossessati”: “Ricordate tutti i posti di lavoro (milioni) scomparsi durante il peggio della crisi americana? Non tornano. Fine del discorso. È chiaro che molte imprese hanno fatto negli ultimi due anni ciò che volevano fare comunque: liberarsi di milioni di lavoratori” (Catherine Rampell, 13 maggio).

Due grandi questioni si vedono sul fondo di questa storia. La prima è un euforico slancio a tagliare o il lavoro o le paghe. E’ qualcosa che viene annunciato come l’avere trovato la strada giusta, capace di diffondere immediato apprezzamento e sollievo. Si sente sul fondo della scena un corale e robusto: “Finalmente!”. La seconda è una domanda: perché? Sembra fatta di rivendicazionismo sindacale, questa domanda. Sembra ispirata a ciò che molti convegni della sinistra più “moderna” e “riformista” chiamano “conservatorismo”, e lo vedono ispirato alla vecchia immagine della fabbrica, un mondo senza mutui e senza credit card, in cui si entrava all’alba con il pentolino del pranzo e qualche rivendicazione da discutere nell’ora di pausa. Invece questa domanda pone una questione di visione economica e di governo politico. Che mondo è? E perché si è inceppato?

Vediamo il primo punto. Dagli schermi della televisione (nazionale e internazionale), dalle pagine più autorevoli (editoriali, opinioni) dei più ascoltati giornali spuntano personaggi che elogiano con slancio e sollievo la strada del ritorno al benessere: il taglio dei salari e l’abolizione dei privilegi. Per “privilegio” si intende qualcuno che – al massimo – aveva ottenuto l’insegnante di sostegno per il bambino disabile, l’assistenza a domicilio per un anziano, una tredicesima mensilità oltre le 12 da 1000 euro al mese. Si tratta del mondo in cui l’infermiera di Napoli, Mariarca Terracciano, è morta perché per ogni no che riceveva alle sue modeste richieste sottraeva un po’ di sangue al suo corpo. Si tratta di un mondo in cui chi perde il lavoro si uccide (non tutti, non tanti, ma chi lo fa racconta di un vuoto che prima – crisi o non crisi – non c’era mai stato). E si uccide sempre più spesso anche il piccolo imprenditore “disonorato” dal fatto che paga lui, senza più credito, l’immenso debito di banche e aziende dichiarate “risanate”.

C’è una vera e propria festa, come di una pecora nera tornata all’ovile, intorno al primo ministro Zapatero che finalmente si è deciso a tagliare. Non la flotta, non l’armata. Si è deciso a tagliare gli stipendi degli impiegati statali. Come in Grecia ieri. Come in Portogallo fra poco. Quale sindacato oserà tener testa ai privati, quando si sentiranno in dovere di partecipare al sacrificio nazionale, tutto a carico di chi lavora? Chi non apprezzerà il privilegio del taglio di paga invece (o in attesa) del fine vita di lavoro?

Ecco che cosa sta accadendo con la partecipazione del mondo “moderno”, qualche mite obiezione “riformista” (“se sei riformista fai le riforme, no?”) e una vera euforia dei mercati. Sta accadendo l’eutanasia del lavoro. Si taglia la paga dal lavoro di cittadini, senza notare se le loro prestazioni sono eroiche (come quelle di certi insegnanti, di certi medici e infermieri) oppure scarse e sbadate. Nelle vaste retrovie dei puniti il taglio di paga è la rivincita (causa di vero e proprio orgoglio) di chi ha lavorato male e non si è mai fidato del premio ai migliori. E la famosa meritocrazia, bandiera di modernità fino a un mese fa che fine ha fatto? Adesso, col taglio unico per tutti, arriva il grande giorno dei fannulloni. Avevano ragione loro nel non impegnarsi più di tanto in un lavoro che non interessa nessuno.

Se riprendete la citazione del "New York Times" che ho usato in questa pagina (il lavoro, una volta eliminato, non torna, al punto da svelare che la crisi asseconda una campagna contro il lavoro) e la considerate un’efficace illustrazione, la seconda domanda che ho proposto diventa: che mondo è un mondo estraneo e ostile al lavoro? Sarà una guerra per bande di pirati di Borsa, come Madoff ma peggiori di Madoff, impegnati a rastrellare ricchezza, creare miseria e accendere opportunamente la miccia di grandi conflitti, ora di armi, ora di consumi, ora fra imprese, ora fra Stati, mentre gli ex lavoratori si dissanguano come l’infermiera di Napoli. O restano da soli nell’isola.

(16 maggio 2010)

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