I precari, la piazza e la politica
Emilio Carnevali
Sabato migliaia di precari hanno sfilato per le vie della città italiane sotto lo slogan “Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta”. Ma per ottenere risultati concreti il movimento non può eludere il problema del rapporto fra rivendicazioni sociali e rappresentanza politica.
“8 hours labour, 8 hours recreation, 8 hours rest” era lo slogan con cui i lavoratori americani alla metà dell’ottocento rivendicavano la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere. Una battaglia che fu fatta propria dal movimento operaio di tutti gli altri Paesi: nel 1866 a Ginevra la Prima Internazionale votò una risoluzione nella quale si diceva che «la riduzione legale delle ore di lavoro è il requisito preliminare di ogni miglioramento della condizione operaia e della sua definitiva emancipazione. Noi proponiamo otto ore di lavoro come limite legale della giornata lavorativa. La riduzione della giornata lavorativa viene adesso generalmente richiesta dai lavoratori americani; noi la chiediamo per i lavoratori di tutto il mondo».
Ci vollero diversi decenni perché questo traguardo di civiltà divenisse realtà nella maggior parte dei paesi industriali. E molto spesso le legislazioni nazionali non fecero altro che recepire accordi strappati dal movimento sindacale direttamente sui luoghi di lavoro, al prezzo di lotte durissime (in Italia i primi contratti nazionali che sancirono le otto ore giornaliere furono firmati nel febbraio del 1919, durante le grandi mobilitazioni del cosiddetto “biennio rosso”).
Oggi questo vettore di trasmissione dei diritti dalla sfera economica a quella politica – secondo una circolarità che vede nella “legge” la possibilità di estendere e generalizzare conquiste precedentemente “imposte” sui luoghi di lavoro là dove sono più favorevoli i rapporti di forza – è gravemente compromesso dal profondo mutamento che ha investito il sistema produttivo negli ultimi decenni. Sono infatti venute meno le «Tre Unità» – per usare una espressione del sociologo Luciano Gallino – «sulle quali si è fondata l’affermazione storica del sindacato»: l’unità di padrone (il padrone era uno, il signor tale o la società), l’unità di tetto (grandi impianti industriali dove migliaia di lavoratori erano fisicamente a contatto l’uno con l’altro e dove potevano sedimentarsi culture politiche e pratiche di lotta), l’unità di contratto (il contatto e le condizioni di lavoro erano sostanzialmente identici per tutti i lavoratori di un certo settore produttivo e di un certo stabilimento).
Il venir meno di queste tre unità – a cui ha concorso una grande molteplicità di fattori: economici, tecnologici, politici – spiega l’attuale debolezza delle organizzazioni sindacali e pesa come un macigno sui grandi cortei di precari che hanno sfilato sabato per le strade di tante città italiane. Pesa innanzitutto sulla possibilità di autonomia del movimento: chi può pensare che oggi una soluzione generalizzata a quella enorme piaga sociale denominata precarietà possa venire dalle lotte promosse direttamente sui luoghi di lavoro? Esistono naturalmente esempi di esperienze positive in questo ambito, ma sono purtroppo circoscritti e si riferiscono a entità di scala assai maggiore rispetto alle piccole e frammentate realtà che contraddistinguono il peculiare tessuto economico-produttivo italiano. È poi molto difficile scioperare e promuovere iniziative di lotta se il contratto ti scade dopo pochi mesi e devi fare di tutto perché ti venga rinnovato e non finire in mezzo a una strada… Occorre dunque l’intervento della politica.
Da questo punto di vista risulta di grande interesse il dibattito su questi temi in corso fra le varie anime del centrosinistra. Venerdì 8 aprile il Corriere della Sera ha pubblicato un intervento intitolato «Figli e padri contro l’apartheid e per il merito nel lavoro». L’articolo era firmato da Pietro Ichino – giuslavorista e senatore del Partito democratico -, Nicola Rossi – economista e senatore dimissionario del Pd (ma il Senato ha respinto le sue dimissioni lo scorso 2 febbraio e il professore risulta tuttora iscritto al gruppo del Pd del Senato) –, e Luca Cordero di Montezemolo – presidente Ferrari, già presidente di Confindustria e “astro nascente” della politica italiana (secondo un recente sondaggio Swg tre italiani su cinque approvano la sua eventuale “discesa in campo”, l’82% fra gli elettori di centrosinistra).
La tesi centrali a cui si ispirava l’analisi del trio – al netto di espressioni alquanto goffe, come quella sulla «manifestazione convocata via Internet», che hanno facilmente prestato il fianco all’ironia della galassia di organizzazioni animatrici della giornata di sabato – era quella del dualismo del mercato del lavoro che deve essere superato togliendo ai padri per dare a figli, secondo una sorta di “Robinhoodismo intergenerazionale”: «Sappiamo tutti, fin troppo bene, che il sistema produttivo italiano si regge oggi su un equilibrio instabile e iniquo: incertezza come condizione di vita per alcuni, stabilità come diritto acquisito per altri. Una vera e propria condizione di apartheid per le generazioni più giovani. Sappiamo anche, fin troppo bene, che la condizione di lavoro di alcuni (dei “paria”) è l’altra faccia della medaglia della condizione di lavoro di chi nella cittadella fortificata del lavoro regolare è riuscito a entrare; e che il superamento di questa frattura mette in discussione il nostro sistema di protezione del lavoro e la sua attuale struttura». Le soluzioni rimandano, fra le altre cose, alla proposta di un “contratto unico a garanzie crescenti” che è da tempo un cavallo di battaglia di Ichino (ma esistono altre formule costruite sul medesimo impianto, come la proposta degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi che, al contrario di quella di Ichino, mantiene in vigore l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, sebbene la sua operatività scatti al terzo anno di contratto).
Secondo Ichino, Rossi e Montezemolo occorre assicurare «occupazione a tempo indeterminato per tutti e piena protezione contro le discriminazioni e contro i licenziamenti disciplinari ingiustificati, ma nessuna inamovibilità per motivi economici e organizzativi. In caso di licenziamento, trattamento complementare di disoccupazione “alla scandinava”» e «contribuzione figurativa per i periodi di disoccupazione». Le risorse per una riforma di questo tipo, alla luce del fatto che le imprese dovrebbero essere sostenute nel far fronte ai maggiori oneri, dovrebbero essere recuperate con un «atto di solidarietà intergenerazionale: un anno (o anche meno) in più di lavoro per i padri in cambio di una concreta prospettiva di stabilità e di una pensione decente per i figli».
L’iniziativa ha subito incassato il consenso degli ambienti terzopolitisti, che del resto a Montezemolo guardano come possibile leader: «La proposta di Montezemolo, Ichino e Rossi è la nostra proposta. Appena ieri Futuro e Libertà ha presentato alla Camera una proposta di legge sul lavoro ed il welfare, a firma Raisi-Della Vedova, che al suo primo articolo s’ispira chiaramente al disegno di legge Ichino», ha scritto Piercamillo Falasca su Libertiamo.it, il webmagazine dell’associazione presieduta dal capogruppo di Fli alla Camera Benedetto Della Vedova (portale che
ha per sottotitolo: “Idee per una politica liberale, liberista e libertaria”).
Molto dura è stata invece la reazione del responsabile economia del Pd – e dunque compagno di partito di Ichino e Rossi – Stefano Fassina. «Ancora una volta Pietro Ichino, Nicola Rossi e il presidente Montezemolo propongono fatue illusioni», ha scritto Fassina sull’Unità del 9 aprile. «Ancora una volta, ritornano sul paradigma culturale sbagliato e subalterno del “meno ai padri, più ai figli”. Un paradigma ideologico e fasullo, efficace ad allontanare dal centro-sinistra i padri, senza riuscire, proprio perché fasullo, ad avvicinare i figli. Ancora una volta, contrappongono la “generazione 1000 euro” dei figli, a quella 1200 euro dei padri. Ma il conflitto reale, nonostante le favole neo-liberiste, non è generazionale. È sociale. I padri “garantiti” sono una specie estinta da tempo nell’universo del lavoro privato, dominato, anche per i contratti a tempo indeterminato delle grandi imprese, da sfruttamento, miseri salari, insicurezza, cassa integrazione, mobilità, licenziamenti in massa».
«Fuori dall’ideologia», ha proseguito Fassina, «l’apartheid denunciato da nostri amici riguarda tutto il lavoro dipendente esplicito o assimilato ed i settori deboli del lavoro autonomo e professionale. Non dobbiamo continuare ad illudere i figli che, eliminando l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori applicato ad una parte dei padri, magicamente finisce la precarietà. Non è così. I numeri indicano che la precarietà con l’art. 18 ha ben poco a che fare. Tant’è che i contratti precari sono enormemente concentrati nelle micro-imprese e, in generale, nelle imprese con meno di 15 dipendenti, ossia le unità produttive fuori dallo Statuto dei lavoratori. È un dato, ma l’ideologia, come noto, resiste ai dati».
È la stessa ideologia, quella di cui parla il responsabile economico del Pd, che in passato ha visto teorizzare acriticamente il legame fra alta disoccupazione e alta protezione del lavoro. Oggi, dopo 20 anni di deregolamentazione, ci troviamo con 1 milione e 400mila lavoratori atipici (collaboratori a progetto dei settori privati, collaboratori coordinati e continuativi della pubblica amministrazione), 2 milioni e mezzo di contratti di lavoro a tempo determinato e in somministrazione, 400mila false partite Iva, 3 milioni di partite Iva individuali e professionisti senza tutele. E nonostante tutto ciò, il nostro tasso di occupazione è fra i più bassi d’Europa: 56,7%, con la disoccupazione giovanile all’intollerabile livello del 30%.
Sul piano normativo la strada tracciata da Fassina si muove nello stesso solco della proposta per la riforma degli ammortizzatori sociali avanzata dalla Cgil: «Allineare gli oneri sociali sul lavoro ad un livello intermedio tra quanto oggi previsto per i contratti “standard” e per i contratti “low cost”».
Il centrosinistra ha grandi responsabilità per la situazione che si è venuta a creare nel mercato del lavoro italiano – in parte prodotta da un “ciclo riformista” della fine degli anni ’90 troppo subalterno alla visione del mondo della destra liberista. Oggi al suo interno si contrappongono visioni e strategie diverse ed è certamente cresciuta la consapevolezza dell’insostenibilità di questo stato delle cose. È molto importante che chi, dentro e fuori il recinto politico del centrosinistra, si batte contro il precariato, sia consapevole dell’importanza dello scontro politico in corso. Piaccia o no, solo aggregando attorno a sé una vasta alleanza di forze sociali e realtà politiche in grado di fare da “sponda” certe proposte possono essere tramutate in leggi, riforme, miglioramenti concreti. Il grido “non ci rappresenta nessuno!” rischia di essere molto suggestivo in tempi di radicati e diffusi sentimenti “anticasta”, ma poco efficace se l’obiettivo è quello di strappare risultati tangibili (che saranno, come avviene inevitabilmente in politica, sempre “troppo poco” rispetto alle nostre legittime aspettative).
(11 aprile 2011)
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