I simboli che raccontano la politica
Andrea Scanzi
, da Il Fatto Quotidiano
I simboli raccontano la politica. L’iconografia è importante. Cosa troveremo, e vedremo, nella scheda elettorale di febbraio? Se il nome “Scelta Civica” è accattivante come una detartrasi eseguita con la motosega, il simbolo di Mario Monti – ideato mediante un Vic20 intriso di trojan horse – dimostra perché i graphic designers siano una delle categorie più depresse d’Italia. Monti, che continua a usare Twitter con la leggiadria di Bobo Vieri a Ballando con le stelle, aveva promesso che non avrebbe fatto politica (e Bersani ci aveva creduto). Poi che non avrebbe messo il cognome nel simbolo (e Bersani ci aveva creduto). Alla fine, coerente come un Capezzone travestito da Rumor, è sceso dalla montagna per partorire un topolino in loden. Una microlista che, alla Camera, avrà bisogno delle stampelle di Udc e Fli. Lo scudocrociato sbarazzino di Casini. Il verde-blu (tra la cacchetta di un neonato e il cielo sopra l’Ilva) di Fini. E adesso questo bel logo bianchiccio, tricolore stilizzato e minaccia in stampatello (“Monti per l’Italia”). Monti è l’idea di divertimento che può avere una groupie di Paolo Limiti: il simbolo, orgogliosamente obitoriale, ne è diretta conseguenza. Peccato solo per il nome. “Scelta Civica” è contorto, criptico e furbastro. “Rivoluzione Cristiana” sarebbe stato più efficace. E gli altri?
Pdl. C’è ancora il nome di Berlusconi, c’è ancora la scritta “Popolo della Libertà”. Ci saranno ancora tanti elettori. Ma tanti.
Lega. Grandi discussioni sul logo. Calderoli proponeva un autoritratto mentre intona Va’ pensiero (ruttando). Borghezio, più cheap, preferiva un extracomunitario travolto da un’onda anomala di polenta. Renzo Bossi, interrompendo la costruzione di un puzzle di 3 pezzi raffigurante un gameboy padano, si è limitato a chiedere cosa significhi la parola “logo”. Al momento l’ipotesi più accreditata è una canottiera di Bossi a mo’ di sindone leghista, con tanto di ascella pezzata ed effluvi odorosi in 3D. Sullo sfondo un’ampolla, piena a metà di grappa (l’altra metà ribolle nell’intestino crasso di Gentilini).
Rivoluzione Civile. “Ingroia” a caratteri cubitali e Quarto Stato. I socialisti ci sono rimasti male. A conferma che i fantasmi, nel loro piccolo, s’incazzano.
M5S. Cinque stelle, “V” di “Movimento” in evidenza. Casaleggio ha proposto di aggiungere una sua immagine cristologica sulla croce, con Favia e Salsi a frustarlo sulla via del Golgota. La Rete ne sta dibattendo.
Fare per Fermare il Declino. Sfondo rosso, freccia bianca. Spiace per la mancanza di una guizzante spruzzata fucsia, il colore preferito dai calzini di Oscar Giannino.
Pcl. Partito Comunista dei Lavoratori. L’unico a mantenere falce e martello nel simbolo. Hasta Marco Ferrando siempre. Forse.
Fratelli d’Italia. Crosetto voleva cambiare la Destra. Poi, in mancanza di meglio, ha raccattato La Russa, la Meloni e un Corsaro. Come l’appassionato di musica classica che, orfano di Beethoven, si accontenta di un bootleg di Memo Remigi all’autogrill. Il logo è affascinante, soprattutto per quel nodo scorsoio in bella mostra, verosimilmente un messaggio subliminale agli elettori (e al loro desiderio di strozzarli).
Sel. Nichi Vendola desiderava un simbolo colto e al contempo popolare. Pensava, inizialmente, alla riproduzione in aramaico del primo capitolo di Introduzione alla metafisica di Heidegger. Timoroso però di apparire insensibile ai desideri (talora prosaici) della base, ha poi optato per una riproduzione di Ugo Tognazzi mentre esegue la supercazzola al vigile in Amici miei.
Pd. Per rivendicare quel carisma che troppi mettono in discussione, Bersani sceglierà come simbolo una sua foto da giovane, in posa plastica, mentre esulta – alzando il mignolo sinistro – dopo aver vinto il torneo di briscola alla Bocciofila di Bettola. Reputandola un’immagine troppo eversiva, il compagno Franceschini – d’accordo con Bindi e Crisafulli – ha chiesto che lo scatto fosse riprodotto in bianco e nero, per disinnescare il rosso guevarista del vino sui tavoli. D’Alema, dopo un brainstorming di sette giorni con il proprio ego vilipeso, ha acconsentito. Palpabile l’apprezzamento di Eugenio Scalfari, che in uno scoppiettante editoriale di 12 pagine di Repubblica ha parlato di “encomiabile convergenza sinergica tra massimalismo e realpolitik, testimonianza tangibile di una sinistra italiana ormai matura e dunque pronta a perdere un’altra volta”. Felice per la vittoria riformista, Enrico Letta ha brindato. Da solo. Stappando una gazzosa d’annata.
(9 gennaio 2012)
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