Il 16 ottobre, Lilli Gruber e i cani da guardia dei padroni
Ieri sera alla tv: una sempre più vaporosa Lilli Gruber ospita due pezzi da novanta (?), a evocare la marcia dei quarantamila, di cui in questi giorni ricorrono i 30 anni. 1980: la svolta che, chiudendo i “grandi anni Settanta” (come li aveva chiamati, un po’ improvvidamente, Mao Zedon), avviava, con l’altro decennio, la restaurazione, quella sì, davvero, “grande”.
Dunque, gli ospiti del programma televisivo de La 7 (della cui esistenza dobbiamo essere più che contenti, davanti al deprimente finto duopolio Rai-Mediaset), erano Giuliano Amato e Paolo Mieli. I loro volti inerti traducevano perfettamente le loro anime spente. Interpellati dalla Gruber con aria fintamente pensosa i due non facevano che ripetere l’uno i concetti dell’altro, e viceversa: la marcia “spontanea” (!?) dei “colletti bianchi” della Fiat, diventa subito il pretesto storico per parlare dell’oggi: il famoso, o per me famigerato accordo di Pomigliano, la spaccatura del sindacato, la CGIL e la FIOM messe nell’angolo dei cattivi, mentre Cisl e Uil sono assurte al rango del “sindacato moderno”.
La Gruber chiede: dopo Pomigliano, si può tornare indietro? La domanda era retorica, in quanto prevedeva un “ovviamente no, non si torna indietro”. Che è puntualmente arrivato. Ancora una volta i reazionari vestono i panni degli “innovatori”, e con aria grave, di coloro che la sanno lunga, anzi lunghissima, ti vengono a spiegare che si è moderni quando ci si inchina alle esigenze della “produzione”; e nessuno – certo non la vaporosa Gruber – traduce produzione con “profitto”, come sarebbe giusto e corretto.
Poi, i “riformatori”, sempre più compresi del loro ruolo di saggi, vengono a dirti che bisogna superare la “conflittualità”, quasi che la lotta di classe fosse una scelta di un sindacalista: per esempio del “vecchio” Guglielmo Epifani, guardato con profonda commiserazione, mentre viene, inevitabilmente, messo in contrapposizione al moderno Sergio Marchionne. Che pena. Che pena pensare che Marchionne in un’ora o poco più guadagna all’incirca quello che un suo operaio percepisce in un anno. E poi arrivano i soloni del commento a indicarcelo come modello, come anzi ideale dell’imprenditore del XXI secolo.
Ma hanno mai provato ad affacciarsi a una fabbrica, costoro? Hanno mai messo la testa bene azzimata in un’officina? Hanno mai tentato di farsi idealmente lavoratori tra i lavoratori? Che so? Partecipando a un’assemblea, frequentandone i ritrovi, parlando con loro: tentando di avvicinarsi alla vita reale di quegli uomini e quelle donne: uomini e donne “in carne ed ossa”, come diceva Antonio Gramsci, che spesso i suoi compagni redattori dell’“Avanti!” rimproverano affettuosamente perché “perdeva” troppo tempo con gli operai…
Le vite di persone che si alzano prima dell’alba, e che ritornano a casa a fine giornata, solo per accasciarsi magari davanti alla tv e vedere un “socialista” (Giuliano Amato, non dimentichiamo il suo passato!) che spiega che i lavoratori devono “capire”, che il sindacato deve “capire”, che la CGIL e soprattutto la FIOM deve “capire”. Ma che cosa devono capire, quegli operai che stanno dentro quei sindacati, ultimo ridotto davanti all’assalto belluino dei Marchionne? Come possono difendere quei diritti acquisiti nel corso di quasi due secoli di lotte durissime, spesso sanguinose (il sangue è sempre solo dei lavoratori, naturalmente), con prezzi inimmaginabili pagati da individui e intere famiglie?
E una vergognosa campagna di opinione cerca di fare passare per “terroristi” coloro che hanno contestato – esercitando un loro diritto, tra l’altro – esponenti sindacali e politici che stanno procedendo di concerto con il padronato (una perla di Paolo Mieli, ex militante di un gruppo di estrema sinistra: “quello che una volta si chiamava il padronato”; già oggi, cambiare i nomi delle cose significa cambiarne la sostanza?).
A ciascuno le sue responsabilità. E Pomigliano non è irreversibile: non solo si può tornare indietro, nella tutela dei diritti dei lavoratori, ma, rimanendo nella metafora del tragitto, si deve andare avanti, però in senso opposto; e la manifestazione del 16 ottobre è un passo in questa direzione. Una direzione che rifiuti il principio dei lavoratori come nuova schiavitù salariale: era la dizione di Marx, ma da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, da allora si sono ottenuti risultati fondamentali, si sono fatte conquiste basilari.
La marcia dei quarantamila evocata e santificata nei talk show e sulla gran parte dei giornali sottolinea con forza il tentativo di imporre nuovamente “il modello Fiat”, nelle relazioni capitale/lavoro: trasformare il sindacato a connivente organismo con il “management” dell’impresa, aumentare a dismisura lo sfruttamento della forza lavoro, riducendone garanzie e se possibile, cancellando diritti, punire i riottosi, premiare coloro che si lasciano addomesticare: il famoso “gorilla ammaestrato” di cui parla Gramsci, in relazione al modello fordista della fabbrica e della città capitalistica.
Bene, se vogliamo mettere i bastoni tra le ruote di questo pur potentissimo carro cingolato che avanza spazzando via i diritti, togliendo la parola a chi non la pensa così, stringendo nell’angolo chi prova a dissentire, allora la manifestazione di sabato 16 ottobre è un momento importante. Bisogna reagire ora, e restituire colpo su colpo, fare campagna, come fanno i padroni (senza virgolette) e i loro cani da guardia alla televisione.
Angelo d’Orsi
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