Il 28 gennaio tutti in piazza contro il regime Berlusconi-Marchionne
"Se fossi un operaio della Fiat voterei sì al referendum", più o meno così hanno dichiarato non pochi esponenti del Pd, peccato o per fortuna che non sono operai della Fiat e che non spetti nè a loro nè a noi a noi dare indicazioni di voto a chi, per altro, si vedrà consegnare una scheda dove, lo diciamo in modo paradossale, forse campeggerà solo un grande sì.
Forse molti operai raccoglieranno questo suggerimento, non perchè gli è arrivato da loro, ma perchè sono stati messi con le spalle al muro, perchè gli è stato spiegato che altrimenti la fabbrica chiuderà e resteranno tutti i a casa, perchè il medesimo presidente del Consiglio ha voluto farci sapere che bene farebbe la Fiat a lasciare l’Italia in caso di vittoria dei no.
Persino in queste ore molte assembleee sono state promosse dall’azienda, perchè, nonostante tutto, è preoccupata perchè a spiegare nel dettaglio punto per punto "il buon accordo" sono stati soprattutto i delegati della Fiom.
Eppure quasi tutti hanno invitato a votare sì, editorialisti, consulenti aziendali, ex sinistri, tutti insieme si sono impegnati allo spasimo per convincere gli operai sostituendosi anche ai sindacati che hanno firmato il testo dell’intesa, quasi fossero bisognosi di un gigantesco soccorso giallo per strappare il consenso delle tute blu. Possibile mai che un simile esercito abbia paura di un sindacato "vecchio e obsoleto". Evidentemente le loro ragioni non debbono essere tanto banali ed infondate.
Non contento Marchionne ha continuato a provocare la Cgil e la Fiom, a spargere sale sulle ferite, svelando in modo inequivocabile il progetto di emarginare chi non vuole accettare non solo il suo fumoso piano industriale, ma anche il suo progetto politico ed ideologico.
Quelli che ancor vedono in lui un modernizzatore, dovrebbero ascoltare le voci di quei lavoratori di Torino che, pur dichiarando il loro si, lo motivano solo con la disperazione, con la paura, con la sfiducia più radicale verso le istituzioni e verso la politica.
Non pochi di loro voteranno sì e poi si ritireranno ulteriormente dalla vita politica e sindacale.
Sappiamo bene che Marchionne e Berlusconi non sono simili e non hanno neppure gli stessi progetti per il futuro, l’uno è più legato al capitalismo transnazionale e l’altro tristemente ripiegato su di sè e sulla difesa del suo conflitto di interessi.
Ci fa, tuttavia, impressione sentire usare da entrambi le stesse parole e le stesse minacce, l’uno per contrastare i no al referendum e l’altro per minacciare i giudici della Corte Costituzionale.
"O votate si o me ne vado", dichiara Marchionne: "Dopo la sentenza della corte andrò in tv ad attaccare i giudici", annuncia l’altro.
E la Costituzione? E la divisione dei poteri? E la sobrietà sempre invocata ogni qual volta uno studente, un operaio, un giornalista, un comico osa criticare il piccolo Cesare e la sua corte?
Non sappiamo cosa sbraiterà in tv Silvio Berlusconi, e ancora meno conosciamo i risultati del referendum di Mirafiori, ma siamo ancora più convinti che il prossimo 28 gennaio bisognerà essere in piazza con la Fiom e con la Cgil e se a qualche amico e compagno non piacerà, sarà il caso di farsene reciprocamente una ragione.
Votare sì o no al referendum è una scelta che spetterà alle lavoratrici e ai lavoratori di Mirafiori. Esserci o meno alla manifestazione per la libertà sindacale e, a questo punto, per la tutela dei valori costituzionali è invece una scelta che spetta a ciascuno di noi e Articolo 21 ha deciso di esserci.
(13 gennaio 2011)
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