Il Capitale di Bidet
Giorgio Cesarale
È in liberaria "Il Capitale". Spiegazione e ricostruzione (Manifestolibri): il filosofo francese Jacques Bidet rilegge l’opera marxiana e indaga il complesso rapporto fra democrazia e capitale nell’epoca della "mondializzazione capitalistica".
Si é spesso detto negli ultimi tempi che l’ultima fase del processo di mondializzazione capitalistica – quella che, grosso modo, potremmo far cominciare intorno al 1972-1973, con i primi segni di esaurimento del “compromesso socialdemocratico” post-bellico – è stata caratterizzata da un restringimento degli spazi e delle forme della democrazia. Secondo questa tesi, alla crescita estensiva della democrazia (indicata dall’aumento del numero degli Stati democratici etc.) avrebbe corrisposto, in questa fase, un indebolimento nei suoi luoghi originari di insediamento, nei paesi occidentali. Qui il principio della sovranità popolare avrebbe incontrato sempre più difficoltà a informare di sé i meccanismi di funzionamento degli apparati economici e politici. In questo senso, si dice, l’analisi marxiana del modo di produzione capitalistico racchiusa nel Capitale avrebbe raggiunto il suo inveramento: se il capitale, infatti, è tale in quanto pura affermazione del suo impulso all’autovalorizzazione, indipendentemente da tutte le convenzioni sociali e politiche, allora, secondo questa lettura, solo oggi, con la globalizzazione, si potrebbe dire che il capitale abbia dispiegato interamente le sue potenzialità, piegando definitivamente a sé tutte quelle forme di esercizio della volontà popolare che nei decenni immediatamente seguenti alla fine della seconda guerra mondiale avevano segnato la vita delle democrazie occidentali.
Pur presentandosi con i caratteri della novità, questa lettura del Marx del Capitale come teorico di una “globalizzazione senza democrazia” è in realtà affatto tradizionale. Già, infatti, una parte consistente del marxismo storico aveva insistito sul fatto che a muovere dalle analisi del processo di valorizzazione del capitale contenute nell’opus magnum marxiano diventa inevitabile affermare l’incompatibilità di principio fra capitale e democrazia.
Tuttavia, per molti altri lettori e studiosi del Capitale le cose non sono così pacifiche. Secondo quest’ultimi, Marx avrebbe delineato uno schema di lettura del capitale che fa della democrazia non una sorta di “ospite indesiderato”, ma qualcosa che esso è costretto a portare in grembo. Uno dei più illustri rappresentanti contemporanei di questa veduta è il filosofo francese Jacques Bidet, il quale pensa che occorra lavorare sull’impianto teorico del Capitale per trasformarlo in base di partenza di una più complessiva teoria della modernità. Bidet ha articolato tale teoria della modernità in molti libri, uno dei quali è già stato tradotto in precedenza in italiano (Teoria della modernità pubblicato da Editori Riuniti nel 1992). È, invece, da poco uscito in libreria il suo Il Capitale Spiegazione e ricostruzione (a cura di Eleonora Piromalli, presentazione di Stefano Petrucciani e Michela Russo, Manifestolibri, € 32). Il lettore potrà trovarvi sia un utile e accurato commentario delle prime 3 sezioni del I libro del Capitale (la “spiegazione”) sia la proposta di una loro riscrittura secondo nuove e inedite linee teoriche (la “ricostruzione”).
In che cosa consiste questa “ricostruzione” e come vi è implicata la questione della democrazia? Per capirlo dobbiamo richiamare alla mente il modo in cui Marx ha originariamente impostato le prime 3 sezioni del Capitale. In esse, Marx sembra descrivere il passaggio da una sfera della circolazione delle merci a una sfera della produzione di merci. Nella sfera della circolazione – in ciò che oggi verrebbe chiamato il “mercato” –, non esistono fra coloro i quali vi si insediano che rapporti di eguaglianza e libertà. E ciò accade perché le merci si scambiano al loro valore: l’eguaglianza del valore delle merci si riflette nella eguaglianza e nella libertà contrattuale dei loro possessori. Nella sfera della produzione accade il rovescio: qui si incontrano due possessori di merci diseguali, il capitalista e il lavoratore. Il primo esercita comando sul lavoratore e lo sfrutta, perché il valore dei mezzi di sussistenza acquistati dal lavoratore grazie al salario concessogli dal capitalista è inferiore al valore delle merci prodotte dal lavoratore all’interno della giornata di lavoro prestabilita.
Ora, per Marx, la verità del capitalismo risiede nella sfera della produzione e non in quella della circolazione. Quest’ultima è solo una sfera dell’apparenza, qualcosa di cui bisogna al più presto lacerare i veli per ingaggiare l’unica lotta che conti, quella che rovescia i rapporti di sfruttamento. È qui che si innesta la critica “ricostruttiva” di Bidet: la sfera della circolazione non è affatto l’apparenza di qualcosa di più “essenziale” che giace al fondo del capitalismo, ma un livello di relazioni sociali di efficacia e valore pari a quello che si costituisce intorno alla produzione. Esso è anche il luogo del diritto e della Costituzione, il luogo dove agisce, per affermare i diritti fondamentali degli individui, lo Stato. Avendolo rideterminato concettualmente, Bidet chiama questo livello in altro modo rispetto a Marx: esso è la metastruttura della società moderna.
La metastruttura è tale non perché al di là delle strutture, dei modi di produzione determinati (capitalismo e comunismo in particolare) che si sono alternati nel corso della storia moderna, ma perché di questi essa è il livello più astratto. La metastruttura rappresenta, infatti, la cornice normativa dei rapporti economici e sociali concreti che si installano all’interno delle strutture. Come tale, essa è l’inversione dei rapporti di dominio e di sfruttamento che contraddistinguono le strutture. Anzi, è solo rifacendosi al contenuto della metastruttura, alla sua affermazione dei valori di eguaglianza e libertà, che i rapporti di dominio e di sfruttamento possono essere adeguatamente riconosciuti e criticati.
È in ciò che trova risposta la questione circa il nesso fra democrazia e forme del dominio economico-sociale moderno che la “ricostruzione” di Bidet aiuta a stabilire. Poiché, come abbiamo appena detto, tutte le forme di dominio economico-sociale moderno non possono non contenere un riferimento ai valori dell’eguaglianza e della libertà, ai subalterni è sufficiente articolare una strategia capace di ricondurre le strutture alla metastruttura per assicurarsi la possibilità di mutare il quadro dei rapporti di potere entro il quale essi si trovano costretti a operare. Quando ciò accade ad affacciarsi entro le strutture è la democrazia, la quale è così resa possibile dallo sprigionarsi delle potenzialità normative della metastruttura.
Come si è cercato di dimostrare altrove, la lettura che Bidet ha svolto del Capitale ci lascia perplessi in più punti. Ciò non toglie che il suo rappresenti uno degli esperimenti interpretativi più sollecitanti che si siano dati dop
o il 1989 per provare a riattivare il contenuto emancipativo della critica marxiana dell’economia politica.
(21 gennaio 2011)
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