Il capitalismo del futuro anteriore. Il caso Parma
Marco Adorni
Una città sommersa da 1,2 miliardi di debito, quasi tutto causato da una gestione privatistica dei beni comuni e dei servizi pubblici attraverso lo strumento del "project financing". Parma è un caso paradigmatico della deriva sempre più oligarchica e postdemocratica del neoliberismo.
e Michele Guareschi
Tutti i cittadini hanno il dovere
di essere fedeli alla Repubblica
e di osservarne la Costituzione e le leggi.
I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche
hanno il dovere di adempierle con disciplina
ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge
(Costituzione della Repubblica italiana, art. 54)
Il tempo del capitalismo finanziario e della fabbrica sociale produttrice del nuovo alienato, l’individuo debitore, si declina al futuro anteriore, il tempo dell’inquietudine, in quanto figlio di uno spiazzamento, di una dislocazione: infatti considera eventi già avvenuti in un tempo futuro. In questa prospettiva s’inserisce anche la precarizzazione della vita delle comunità locali, sottoposte alla privatizzazione delle risorse comuni, degli spazi e dei servizi, nonché a policies making dipendenti quasi interamente dall’aleatorietà dei valori del mercato immobiliare e finanziario.
La finanza di progetto è la rappresentazione perfetta di questa pericolosa dipendenza finanziaria delle singole comunità a opere date per completate in un prefissato tempo futuro ma valorizzate capitalisticamente come tali nel tempo presente. E la finanza di progetto non è né una mera tecnica o un semplice strumento finanziario bensì una compiuta modalità di realizzazione, gestione e finanziamento di progetti complessi, caratterizzati da elevati fabbisogni finanziari iniziali e dalla possibilità di ripartire i rischi sui soggetti partecipanti.
In Italia, il project finance è stato applicato alle grandi opere, in particolare alla realizzazione delle linee ferroviarie ad alta velocità (il Treno ad alta velocità, Tav), favorendo la nascita di un vero e proprio modello Tav, impostosi come punto di riferimento degli amministratori di enti locali italiani. Il modello permette di ottenere linee di credito bancario dando in garanzia i beni pubblici e di scaricare i costi – debito e interessi passivi – all’esterno in modo da aggirare i vincoli imposti dal patto di stabilità; un’esternalizzazione garantita dalla creazione di società veicolo (special purpose vehicle), società per azioni a capitale misto (e ovviamente a scopo di lucro), la cui attività consiste nella realizzazione e la gestione delle opere. Le special purpose vehicle sono le antesignane delle società di scopo, quelle società miste (a capitale pubblico e privato) nate per «realizzare scopi specifici di interesse pubblico»[1] e destinate a scomparire una volta portata a termine l’opera per la cui creazione sono state fondate.
Il modello Tav si è imposto anche a Parma, essendo stato adottato dalle giunte cittadine a partire dal 1998, con la realizzazione di un sistema di società di scopo – in gran parte costituite come Società di trasformazione urbana (Stu) – e guidato, a partire dal 2009, da una holding pubblica, la Società di trasformazione territoriale (Stt). Il modello Tav parmigiano è stata la costruzione ideale dei sogni di grandezza delle giunte di Elvio Ubaldi e Pietro Vignali (Parma come capitale europea), una costruzione rivelatasi fallimentare. Dopo l’emersione dello scandalo Green money 2 della scorsa estate, la cittadinanza ha manifestato la propria indignazione (24 giugno-26 settembre), attraverso ripetute mobilitazioni della «Piazza», cui hanno fatto da corollario le dimissioni del sindaco Vignali. Il punto, però, è che, ripercorrendo i fatti, si vede come, di occasioni per indignarsi, ce ne siano state molte di più. Ed è stata la somma di quelle ad aver creato un sistema gelatinoso di clientele e di elusione del controllo democratico, che è la vera causa delle situazione attuale di Parma. Quella, cioè, di una città sempre più povera e sempre meno europea.
Lo snodo critico essenziale della nostra analisi non si colloca nel regno della denuncia dei comportamenti illegali di alcuni soggetti o enti. Perché ciò che occorre sapere è che le cause scatenanti del debito non sono legate a comportamenti illegali. La creazione dei mostri giuridici di spa chiamate a operare in nome dell’interesse generale, è consentita dall’ordinamento italiano ed europeo. Ma è proprio qui, allora, il problema. Il problema è la natura di quel modello. Questa analisi assume, dunque, immediatamente, una dimensione politica nella misura in cui s’incarica di fornire una descrizione di quel modello e di fornire quegli strumenti teorici e di conoscenza necessari ad avere coscienza della necessità di difendere i beni comuni materiali (suolo, acqua, aria, denaro pubblico) e il comune dei beni comuni: una democrazia autentica, quella della partecipazione – equa, libera e diretta – alle decisioni collettive.
La crisi di Parma come longue durée
La crisi di Parma è la crisi di un modello di governo; un modello di governo che, a ben vedere, affonda le sue radici in un tempo ben anteriore alla tornata amministrativa del 24 maggio e del 7 giugno 1998, quando la sinistra perdeva le elezioni, per la prima volta, nel secondo dopoguerra e il sindaco uscente del Partito democratico della sinistra (Pds), Stefano Lavagetto, veniva sostituito da Ubaldi, leader di una lista civica sostenuta dal centrodestra e dall’Unione parmense degli industriali (Upi). Le radici del modello sono un sistema politico-istituzionale di tipo oligarchico che, secondo Gilberto Seravalli, caratterizza come una sorta di longue durée, la storia cittadina, fin dai tempi della fondazione del Ducato (1545). Perché a tale sistema non è estranea né «la cultura profonda della città, segnata da una dicotomia tra politica e vita materiale che può essere fatta risalire al carattere eterodiretto del Ducato», né la parmigianità, «caratterizzata dalla forma-corte» (e si sa che la «corte non spende per produrre ma per apparire»[2]).
Per dimostrare la radice oligarchica della storia politico-istituzionale di Parma, il noto storico dell’economia dello sviluppo, però, porta il suo ragionamento a considerare cause temporalmente più vicine a noi – e a nostro parere più convincenti – quando scrive che è a partire dal secondo dopoguerra che la classe politica cittadina si dimostra incapace di andare oltre una mera spartizione di potere con le élites economiche, dimostrando, con ciò, anzitutto la sua debolezza. Diversamente dalla posizione di leadership occupata dal Pci tradizionale del «modello emiliano», il Pci parmigiano – complici la debolezza del suo sistema cooperativo, una struttura verticistica della struttura produttiva e il peso elettorale del Partito socialista italiano (Psi) qui più forte che in altre città emiliane – è incapace di esercitare un’autonoma capacità direttivo-politica sull’economia e la società; il Pci si specializza, così, nella gestione del capitale sociale della città (servizi sociali, volontariato) e lascia campo aperto alla destra anche sul sistema dell’informazione, monopolizzato dalla “Gazzetta di Parma”, il quotidiano dell’Upi.
L’assenza di protagonismo sociale e politico da parte del Partito comunista italiano (Pci) locale si coniuga con una marcata opacità nella costruzione del modello di policy making. A Parma, infatti, «il modello oligopolistico è la forma essenziale della regolazione sociale; le [sue] caratteristiche di fondo sono così forti da essere inscritte in un “codice genetico” del sistema politico-sociale»[3] basato sulla conventio ad excludendum di alcune «grandi organizzazioni che aggregano interessi diversi», li rappresentano e li premediano, «in modo da mantenere in poche mani il controllo dell’accesso alle risorse pubbliche. Ciò significa
che le politiche economiche sono fortemente condizionate da tali élites, le quali accedono alla contrattazione con l’autorità pubblica di governo che, da parte sua, manca di un proprio progetto»[4].
Il modello politico-istituzionale emiliano, invece, ispirato al pluralismo, «prevede che abbiano voce effettiva una moltitudine di interessi sociali diversi sicché il livello di aggregazione della domanda politica è basso, mentre il governo pubblico media in proprio tra questi diversi interessi sulla base di un progetto che concepisce in relativa autonomia»[5]. Importanti e con effetti di lungo periodo sono, dunque, le responsabilità di tale squilibrio genetico del sistema politico-sociale parmigiano. La subalternità a ristretti gruppi di potere reale, pur avendo consentito al Pci di mantenere il controllo della «prima Parma» fino al 1998, è la spia di un assetto de facto postdemocratico ante litteram e la manifestazione dell’«assenza di una civic culture condivisa»[6] della stessa.
Ed è da questa «prima Parma» che bisogna ripartire per comprendere da dove sia originato il lungo sonno della coscienza civica e politica nella civitas della «seconda Parma» di Ubaldi-Vignali (1998-2011). È necessaria una prova che dimostri l’eccentricità di Parma rispetto al modello politico-istituzionale dell’Emilia rossa, oltre che della sua particolare predisposizione di affidare a privati la gestione di attività d’interesse generale: la fondazione, nel 1975, della Società parmense per gli insediamenti produttivi (Spip), che è una società per azioni stranamente deputata a operare senza scopi di lucro. Va fatto notare che si sarebbe potuto scegliere la forma societaria del consorzio – costituito esclusivamente da enti pubblici – come avevano fatto molti altri comuni. Invece, a Parma, caso unico all’interno del mondo delle amministrazioni locali degli anni settanta, si optò per una forma societaria di diritto privato. Con la significativa presenza, per la parte privata dei soci, della sola Upi.
La giustificazione che, all’epoca, venne data, fu che la società per azioni desse maggiori garanzie di agilità gestionale rispetto al consorzio, in quanto non soggetta a vigilanza o a tutela. Parole che suonano attuali e sinistre. Spip, infatti, sarà destinata a diventare un caso giudiziario tutt’ora insoluto. Di fatto, la madre di tutte le operazioni di mala gestione cittadina. Nonostante Spip disponesse di ben 200.000 m2 di superficie invenduta, durante la sua presidenza iniziò un’intensa campagna di espansione, definita Spip 2, consistente in 25 appezzamenti ammontanti a 570.000 m2, per il cui acquisto il Consiglio comunale deliberò un investimento di 100.000.000 di euro.
A caratterizzare criticamente l’era Calestani, però, è soprattutto l’anomalia di due compravendite, verificatesi tra il 2005 e il 2006, quando venne a prodursi un’ingiustificata ipertrofia dei livelli di prezzo al m2, tanto in relazione alla tendenza dei prezzi in corso nel mercato immobiliare quanto alla media delle altre compravendite di terreni riguardanti il progetto Spip 2. Un’anomalia già evidente a un’analisi delle sue cause fondative, ovvero le figure chiave e i ruoli occupati dagli attori chiamati in gioco nelle due operazioni di compravendita. Infatti, invece di provvedere direttamente all’acquisto, presso i proprietari privati, Spip ne affidava stranamente il compito a una società d’intermediazione immobiliare, la Reig srl, fondata a soli 15 giorni dalla delibera con cui, il 9 maggio 2005, Nando Calestani otteneva dal Consiglio il mandato per realizzare Spip 2. Quando il 4 aprile 2006, l’immobiliarista Paolo Borettini acquisì la Reig, la Spip si trasformò nella gallina dalle uova d’oro. Dapprima (26 aprile 2006) Reig ricavava una plusvalenza di 1.611.000 euro, derivante da uno spread tra prezzo d’acquisto e vendita a Spip ammontante a circa 43 euro; successivamente (3 maggio 2005), Reig acquistava un appezzamento di 35.148 m2 a un prezzo di 39,12 euro al m2; un anno dopo, lo rivendeva a Spip al prezzo di 122,62 euro al m2, per un costo, a carico delle casse pubbliche, di 4.425.000 euro (la plusvalenza a favore di Reig era di 3.050.000 euro). Si noti che il prezzo medio pagato da Spip direttamente ai proprietari privati per acquisire i restanti 23 appezzamenti di Spip 2 era di 12,12 euro/m2. Il coup de grâce per le casse di Spip arrivò con il varo di Spip 3 (930.000 m2), per la cui realizzazione si chiesero 72.000.000 di euro alle banche (Unicredit e Bipop Carire), in cambio di lettera di patronage del Comune e ipoteca di aree di proprietà Spip. Di nuovo Reig sugli scudi, le cui quote vennero acquistate da Spip, il 12 luglio 2007, dalla società fiduciaria Duemme Servizi Fiduciari spa di Banca Esperia, che le aveva ottenute in gestione dalla società di Paolo Borettini nel dicembre 2006[7].
Tale acquisto, rivelatosi dissennato – 13.820.000 euro per le quote Duemme più 17.300.000 euro per le aree già compravendute da Reig a un prezzo di 66,88 euro/m2 abbondantemente fuori mercato – era parallelo a una serie di “affari” che nuovamente chiamavano in causa Paolo Borettini, divenuto amministratore unico della nuova società di famiglia, la Mind Re srl, fondata il 20 dicembre 2006 e una nuova impresa, la Ghidini Egidio spa. Queste due società, grazie a una doppia transazione immobiliare sul terreno Sani-Flisi, maturano grandi plusvalenze – dell’ordine dei 2 milioni di euro – a carico naturalmente di Spip. Mind Re lucra, poi, su un terreno della parrocchia di Ravadese, rivenduto a Spip a quasi due volte il prezzo di acquisto pagato dalla società di Borettini (febbraio 2007-luglio 2008). Altro acquisto dissennato è quello del terreno agricolo di 107.078 m2 di proprietà di Ismaele Conforti a opera direttamente di Spip (23 marzo 2007). Ismaele è padre di Paolo Conforti, agente alla qualità urbana del Comune di Parma e amico d’infanzia di Pietro Lunardi. Prezzo al m2: 82,65 euro; un prezzo molto al di sopra del range dei prezzi dei terreni limitrofi (45-55 euro/m2). Il solo costo delle aree del progetto Spip 3 ha comportato una spesa di circa 67.000.000 di euro, interamente finanziata dagli istituti bancari.
L’età ubaldiana
Con la vittoria del centrodestra alle amministrative del 1998, il potere oligarchico non ha più bisogno di dissimularsi nei patti irrituali con la politica, che ormai controlla direttamente. L’economico, il politico, il mondo dell’informazione locale: ormai ha fagocitato tutto. La figura istituzionale che lo rappresenta è quella del padre del civismo parmigiano che, in realtà, non fa che applicare, anche a Parma, il disegno biopolitico del neoliberismo berlusconiano: Ubaldi. Ubaldi, oltre che padre del civismo, è stato l’inauguratore delle politiche urbanistiche e territoriali che, dal 1998 al 2011, hanno perfettamente rispecchiato il generale appello della neotelevisione berlusconiana «agli animal spirits che innervano la frammentazione individuale e consumista della società italiana»[8].
Un altro modo per dirlo è che la città sia rimasta, di fatto, silente, quando denaro e potere – questi i media non linguistici degli «spiriti animaleschi» – si sono impossessati dell’immaginario cittadino. Rimaniamo, però, convinti che
se tali reagenti chimici erano alla base del sistema berlusconiano (nell’accezione habermasiana[9]) e se il loro “prodotto di reazione” si traduceva in un inaudito scavalcamento delle elementari regole di buon governo e dei principi di legalità e di democrazia, tutto ciò è stato possibile in gran parte a causa dell’indebolimento degli anticorpi democratici della civitas stessa, conseguente a una sua precoce malattia auto-degenerativa. Ha avuto, dunque, facile presa il fittizio patto sociale della «seconda Parma»; fittizio in quanto fondato, in realtà, sulla divisione fra momento politico e momento sociale, cioè sul paradigma berlusconiano del «lasciatemi lavorare», eliminando le condizioni di fondo di quell’agire comunicativo, fondato sull’intesa e sul linguaggio, che fanno l’essenza della democrazia partecipativa e, insieme, che legittimano quella rappresentativa.
Alla Parma del centrodestra possono essere, perciò, legittimamente applicate le osservazioni che, nel 2003, Colin Crouch sviluppava a proposito dell’involuzione antropologica delle società liberal-democratiche occidentali: l’affermazione dei regimi postdemocratici in Occidente, consustanziale alle spinte corporative dei centri oligopolistici di pressione, dietro l’apparente continuità delle forme istituzionali democratiche.
Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élites che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici[10].
Ecco, dunque, spiegata, se accogliamo l’interpretazione di Crouch, la ragione dell’indifferenza sistemica e generale dei più verso quel mondo di vita – fatto di culture, valori e pratiche quotidiane – capace di rafforzare il capitale sociale. Graziano Delrio lo vede manifestarsi nei sentimenti di fiducia, negli orizzonti di moralità diffusa, nelle pratiche di solidarietà verticali e orizzontali, nell’oblatività e nel rispetto delle regole: declinazioni locali dei valori di cittadinanza sanciti nella Costituzione[11]. Così, mentre rimaneva attiva solo nei suoi servizi sociali e nel volontariato, la sinistra parmigiana è finita espropriata anche di parte del suo elettorato o dell’elettorato giovane, che ha finito per sedersi alla nuova tavola di valori del frenetico attivismo dei sindaci pragmatici del fare. È all’interno di questa trasvalutazione valoriale del patto sociale che nascono, dunque, i sindaci che, invece del buon padre di famiglia, incarnano piuttosto la figura del «maggiordomo dissipatore» – per riprendere la felice espressione coniata da Ugo Mattei nel descrivere alcuni aspetti della rivoluzione reaganiana[12].
La funzione postdemocratica strategicamente più rilevante ai fini della nostra analisi è quella dell’esternalizzazione dei servizi a interesse generale. Funzione che anche recentemente è stata presentata, dai membri dell’ultima giunta Vignali, quasi con orgoglio: si sarebbe trattato della via più efficace, intelligente e vantaggiosa per spostare il costo degli interventi di trasformazione urbana nei bilanci di società esterne al Comune create all’uopo, consentendo all’ente locale di alleggerire i vincoli del patto di stabilità interno. In questo modo, il debito di Parma è maturato quasi tutto al di fuori del potere comunale, ovvero in un altrove costituito dal pelago di partecipate del Comune: società di servizi pubblici locali, «finalizzate all’erogazione di servizi al cittadino o di pubblico funzionamento»; società strumentali, «che svolgono servizi o funzioni di interesse pubblico che il Comune ha preferito esternalizzare»; società per lo sviluppo locale, «che promuovono lo sviluppo del territorio»; società patrimoniali, «che sono proprietarie di reti, impianti, immobili e altre dotazioni»[13].
Il debito intra ed extra bilancio comunale (2006-2010)[14]

All’interno di questo mare magnum, solo una piccola porzione di società è responsabile della produzione di gran parte (72%, nel 2010) del debito complessivo del “Gruppo Comune di Parma”: si tratta delle società di scopo, create per realizzare specifici interventi sul territorio, in molti casi concernenti la trasformazione urbana (da cui le Stu).
La distribuzione del debito (2006-2010)[15]
| Stt e controllate[16] | ||||
|
2007 |
2008 |
2009 |
2010 |
|
| Stt |
9.527 |
27.501 |
||
| Stu stazione |
22 |
47 |
74.695 |
119.088 |
| Alfa |
31.249 |
32.416 |
||
| Spip |
61.740 |
80.360 |
93.076 |
103.598 |
| Metroparma |
1.700 |
4 |
2.238 |
3.447 |
| Casadesso |
1.100 |
1.800 |
3.953 |
4.208 |
| Città delle scienze |
4.280 |
4.678 |
4.878 |
|
| Stu Authority |
4.800 |
14 |
15.855 |
33.353 |
| Totale |
69.362 |
86.505 |
235.271 |
328.489 |
| Altre partecipate | ||||
| Stu Pasubio |
39 |
37 |
50.416 |
74.010 |
| It City |
1.600 |
1.900 |
3.509 |
6.028 |
| Infomobility |
4.700 |
4.500 |
4.898 |
6.021 |
| Parma Gest Entrate |
0,4 |
0,607 |
||
| Ade |
1.000 |
1.000 |
1.331 |
1 |
| Engioi |
0,573 |
0,584 |
||
| Cal |
10.500 |
37 |
11.913 |
12.626 |
| Ag Parma Energia |
0,328 |
|||
| Parma Infrastrutture |
32 |
28.500 |
28.360 |
27.877 |
| SMTP |
8.500 |
8.200 |
8.719 |
9 |
| TEP |
11 |
13.200 |
13.436 |
13,5 |
| Totale |
26.382 |
57.374 |
122.582,973 |
126.587,019 |
Distribuzione del debito del “sistema partecipate” in termini percentuali (2007-2010)
La forma giuridica scelta per queste Stu è stata quella della società di capitali. Dal momento che le spa sono sottoposte alle regole del diritto commerciale, «per quanto attiene agli scopi, agli organi di governo, ai controlli, si tratta di strutture che, proprio per la loro natura privatistica, orientano l’efficienza verso la produzione di profitti, piuttosto che verso la coesione economico-sociale»[17], ovvero l’interesse pubblico. Ma le Stu non nascevano come società di scopo, quindi con la finalità di realizzare «scopi specifici di interesse pubblico»? Eppure, a prevalere è pur sempre la forma di gestione privatistica dei beni e dei servizi pubblici, riconosciuta come pienamente legittima dalla legislazione vigente e dalla Corte di giustizia italiana. Il punto allora è chiedersi se il sacrificio dell’interesse pubblico possa essere giustificato da una maggiore efficienza del privato. Eppure,
la storia ha dimostrato il fallimento globale delle politiche di public-private partnership (Ppp) […]. Non funziona il privato chiamato ad “aiutare” il pubblico. Lo ha ammesso persino il Fondo monetario internazionale: «Non possiamo considerare un ‘dato di fatto’ che le partnership pubblico-privato siano più efficienti dell’investimento pubblico e dell’offerta dei servizi da parte dello Stato. Nella maggior parte dei casi, le Ppp si ‘fondano’ su un’idea di relativa maggiore efficienza del settore privato. Anche se c’è una letteratura estensiva sull’argomento, la teoria è ambigua e l’evidenza empirica mista»[18].
Le Stu spa non massimizzano l’interesse pubblico, ma il profitto; sono, dunque, dei monstra difficilmente «gestibili e orientabili nel tempo al perseguimento degli interessi pubblici»[19]. Perché le Stu tendono a disegnarsi spazi di pressoché totale autonomia. Alcune considerazioni svolte da Alberto Lucarelli, pur se riferite al rapporto tra enti locali e società concessionarie del servizio idrico, forniscono indicazioni fondamentali anche per comprendere i principi elementari del rapporto fra pubblica amministrazione di Parma e Stu nei tredici anni del centrodestra.
È difficile immaginare che tra pubblica amministrazione e società concessionaria non sorga un rapporto di netta e sostanziale alterità, nel quale il controllo si riduca a profili di carattere esclusivamente formale. Con il tempo, tende a consolidarsi un rapporto fondato sull’autonomia. Le strade si separano. Il controllo esercitabile dall’amministrazione si limita ai provvedimenti consentiti dal diritto societario alla maggioranza dei soci. Una siffatta articolazione organizzativa e strutturale della società in house providing, oltre a eludere la regola generale dell’affidamento a un soggetto terzo mediante gara pubblica, finisce anche per non attribuire all’ente proprietario il necessario potere di ingerenza e di effettivo condizionamento delle attività[20].
«Netta e sostanziale alterità»; controllo pubblico di «carattere esclusivamente formale»; un rapporto, fra Comune e Stu, «fondato sull’autonomia» e la separazione; estinzione della gara pubblica per l’affidamento di opere a terzi; impossibilità di esercizio del necessario potere d’«ingerenza e di effettivo condizionamento delle attività» svolte dalle Stu: tutti questi termini esprimono, in modo molto efficace e immediato, la sostanza del rapporto che lega il Comune di Parma alle sue Stu. C’è un secondo problema. Dal momento che l’oggetto delle società gestite con l’in house providing non riguarda la produzione di beni privati, bensì di rilevanza sociale (generale, pubblica), è ovvio che, quando il Comune non riesce a svolgere la sua funzione istituzionale di controllore, opera, nei fatti, un’espropriazione di carattere sociale (generale, pubblico), ovvero concernente il bene comune di una comunità democratica: la sovranità popolare. A ciò si aggiunga che la legge, una volta rispettate le condizioni del controllo interamente pubblico del capitale delle società affidatarie e dell’effettiva esistenza di un rapporto di dipendenza fra ente locale e spa pubblica, permette anche l’affido diretto di servizi, da parte del Comune, alle società concessionarie, senza prescrivere la necessità di gara pubblica. Il che si traduce: a) in un considerevole supporto a possibili infiltrazioni della criminalità organizzata (data l’assenza di controllo effettivo da parte degli enti locali); b) in una sottrazione di beni comuni immateriali costitutivi della democrazia: trasparenza e concorrenza. Per aiutarci a comprendere l’importanza attribuita dal centrodestra locale all’in house providing dobbiamo sapere che tanto la legge italiana quanto la giurisprudenza permettono la costituzione di società a proprietà mista per gli enti in house, come peraltro è avvenuto con la nascita di Parmabitare e Stu-Pasubio. Quindi, perché il 100% del capitale della grande maggioranza delle società di scopo (a parte Stu-Pasubio e Parmabitare) dev’essere pubblico? Forse perché l’art. 120 del Testo Unico degli Enti Locali (2000) specifica che la scelta dei soci privati deve avvenire attraverso una «procedura di evidenza pubblica»? Una risposta che cerchi di andare al cuore delle nostre domande, in sostanza, ci conduce alla considerazione che siano proprio questi i dispositivi “linguistici” adottati dall’onnipervasivo paradigma proprietario e privatistico messo in piedi dal centrodestra. Questi, e non altri, sono gli strumenti operativi che ci volevano; strumenti che, sotto l’egida della legalità, realizzano, anche nel locale, la transizione decisiva dalla democrazia alla postdemocrazia, ovvero l’espropriazione di sovranità popolare. Il modello Stt La holding pubblica Stt spa, creata nel 2009 dalla giunta Vignali, viene presentata alla città come strumento di razionalizzazione del sistema delle Stu. Il suo oggetto sociale la definisce come una centrale strategica. Stt, infatti, non solo è chiamata a progettare e realizzare interventi complessi per la trasformazione, riqualificazione e valorizzazione del territorio, ma anche ad assumere e gestire le partecipazioni in altre società o enti – Stt arriverà a controllare la totalità del capitale sociale delle sue controllate, ovvero otto società di scopo[21] – nonché ad assicurare la prestazione, a favore delle società partecipate, di servizi strumentali e attività comuni.
Il sistema di “controlli” (2009-2011)
Ma questa “razionalizzazione” non si vedrà mai. Perché Stt viene calata dall’alto su un corpo disarticolato, senza che alla stessa vengano forniti gli strumenti per l’effettivo esercizio di governance. Si deve notare, infatti, che il consiglio comunale predisporrà uno strumento per la governance solo con la delibera del 13 luglio 2011, ovvero dopo gli undici arresti di tre settimane prima (24 giugno),
da attuarsi mediante la predisposizione di un regolamento che consenta di realizzare un costante monitoraggio del “sistema partecipazioni”, […] attuare una più efficace azione di indirizzo e di controllo nelle società cui partecipa, definendo in particolare regole in tema di “controllo analogo”, possibilmente applicabili, per analogia, alle diverse partecipate […] nel rispetto dei principi cardine di buona amministrazione contenuti nell’articolo 97 della Costituzione[22].
Dalla nascita delle prime Stu ubaldiane fino al 13 luglio 2011, la funzione d’indirizzo e controllo verso le società partecipate e gli enti controllati dall’amministrazione comunale (consorzi, istituzioni, associazioni e fondazioni) è affidata al delegato alle partecipate; in ultimo, cioè, al vicesindaco Paolo Buzzi, incaricato di partecipare ai consigli di amministrazione di Stt e di rapportarsi con la commissione di controllo alle partecipate, composta da membri dell’opposizione del consiglio comunale. Desta sorpresa trovare, nelle pagine istituzionali di presentazione del nuovo Regolamento, che fin dal 2005 ci si era resi conto del malfunzionamento del sistema di controlli e che dunque, a partire da allora, era stato avviato un progetto di ridisegno della governance. Un’attesa di sei anni difficilmente comprensibile alla luce del monte debiti che continuava a crescere e che avrebbe richiesto interventi d’urgenza.
Quindi, dal 2009 (anno della sua creazione) al 2011 (anno della regolamentazione dell’intero “sistema partecipate”) Stt, invece di favorire la “razionalizzazione”, in realtà non fa che produrre l’opposto, rafforzando l’opacità del potere; potere che viene concentrato nelle mani del suo presidente; potere quasi assoluto e poco “illuminato”, che non fa che aumentare i debiti, alimentare il convulso passaggio delle partecipazioni intersocietarie per coprire le continue falle sistemiche, rendendo, alla fine dei conti, un contributo fattivo in termini di improvvisazione e caos finanziario.
Tutto ciò è ancor meno razionale se consideriamo il seguente e oltremodo significativo paradosso, quello di collocare una società proprio nello spazio dell’auspicato rapporto di in house providing tra Comune e società di trasformazione urbana; uno spazio che, per avere un senso logico, un buon amministratore dovrebbe lasciare vuoto. Non è, infatti, un caso che la legge prescriva la subordinazione sostanziale delle società affidatarie alla macchina amministrativa, definendo il controllo che si deve esercitare su di esse come «controllo analogo», ovvero simile a quello che il Comune è chiamato a svolgere nei confronti dei propri uffici comunali. Il legislatore ritiene che il controllo analogo si realizzi quando gli enti locali sappiano effettivamente intervenire all’interno delle scelte di gestione e di organizzazione di tali società, secondo un principio d’ingerenza effettiva e istituzionale. Ma Stt è propriamente un’holding di intermediazione tra Comune e Stu: il che comporta proprio la diluizione, quando non l’indebolimento, in tutto o in parte, dei poteri d’ingerenza sulle decisioni del produttore in house[23].
Il controllo negato

Quali i risultati di tale paradosso? Proviamo a rispondere utilizzando, per analogia, una significativa descrizione degli effetti del sistema delle partecipazioni statali che si fondava proprio sull’esistenza di holding pubbliche. Nel 1991, il noto giurista Francesco Galgano, in un semplice testo per gli istituti tecnici commerciali, usava le seguenti parole.
I livelli decisionali superiori – ministero, comitato interministeriale, parlamento – funzionavano con moderata incisività, lasciando mano libera ai manager dei livelli inferiori. Il sistema, per unanime giudizio, ha finito con il tradursi in un gigantesco corpo separato dello Stato, sottratto alla direzione e al controllo democratico, piegato a servire gli interessi dei più forti gruppi capitalistici privati o, peggio, asservito agli interessi clientelari e di sottogoverno del potere politico[24].
Stt 2009-2011: un buco con la città intorno
Il 2009 è un anno di grandi preparativi, nel Comune di Parma. C’è fermento per la fondazione e il debutto della nuova creatura dell’amministrazione: una holding che dovrà riunirà in sé tutte le Stu presenti sul territorio. È una delle prime esperienze in Italia di questo tipo, per cui si mette in moto anche la macchina pubblicitaria, destinata, però, a incontrare fortune alterne, fuori dalle mura cittadine. Ad inizio anno, incassa la sonora bocciatura ad un convegno di urbanistica a Venezia quando la futura direttrice amministrativa di Stt presenta il progetto della holding. A cinque mesi dalla fondazione, il 21 dicembre 2009, uscirà un articolo de “Il Sole 24 Ore” che rimarca i caratteri innovativi della gestione dei lavori pubblici intrapresa dall’amministrazione parmigiana[25]. Nessun tentennamento, invece, a Parma. In un grande convegno al Teatro Regio, al quale partecipa l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, vengono anticipati i piani del Comune circa la gestione delle proprie società partecipate. Il titolo del convegno è Esperienze di gestione avanzata delle opere pubbliche per la ripresa del Paese.
Secondo molte fonti interne al Comune, il vero deus ex machina di Stt (e di tante altre decisioni attribuite alla scorsa amministrazione) sarebbe Carlo Frateschi, direttore generale del Comune, ruolo che gli è stato confezionato su misura dall’ex sindaco Ubaldi (con uno stipendio, al 2010, di 224.000 euro annuali). Frateschi è stato anche membro del consiglio di amministrazione (d’ora in poi cda) di Ccc di Bologna, cioè il Consorzio cooperative di costruzione che fa parte delle associazioni temporanee di imprese per la realizzazione del Duc (insieme alla Bonatti) e della metropolitana (con Pizzarotti e Coopsette). Insomma, non proprio un outsider.
Stt nasce il 6 agosto 2009, con atto del notaio Carlo Maria Canali. Sotto la presidenza di Andrea Costa, il cda è composto dall’avvocato Alberto Pangrazi Liberati – titolare dello studio legale che si occuperà anche della liquidazione di Spip – e da Severino Guerci, responsabile del servizio idrico di Iren e già consigliere della Stu Pasubio. Costa è all’apice di una carriera che, a partire dalla gestione Ubaldi, subisce una fortissima accelerazione nell’ambito del manageriato pubblico. Nell gennaio 2001, infatti, diventa presidente di Tep, quando l’azienda del trasporto pubblico diventa diventa una società per azioni. Contemporaneamente lavora come amministratore delegato per Infomobility, la società partecipate al 100% dal Comune di Parma che gestisce il piano sosta comunale e la segnaletica. Nel 2003, diventa vicepresidente della Stu Stazione dopo aver contribuito a farla nascere. Nel febbraio 2005, diventa presidente di Metroparma. Nel novembre 2006 viene nominato presidente del Cal. Nel 2008, diventa presidente di Alfa. Nel 2009, eccolo a Stt, nel ruolo di presidente e direttore generale. Come evidenzia il noto blogger parmigiano Luigi Boschi, Andrea Costa percepisce, dal 2009, almeno 3 stipendi: come Presidente Stt, direttore generale Stt e Presidente di Alfa. In totale, circa 250.000 euro l’anno più i benefit e i premi per obiettivi[26].
Soltanto nel dicembre 2009 e soltanto in seguito al pressing del consigliere comunale di opposizione Marco Ablondi (Rifondazione comunista) arriveranno le prime, ufficiose conferme, da parte della giunta, circa la sede nella quale Stt ha deciso di sistemare i propri uffici. Si tratta dello stabile di via Conforti 21: 1750 mq. in affitto per 280.000 euro di canone annuo versati dalla Belforte real estate di proprietà di Marco Rosi, presidente di Parmacotto. Questo, nonostante fossero a disposizione circa 1.000 metri quadrati nello stabile del Cal di via dei Mercati, con ogni probabilità molto più convenienti dal punto di vista economico[27]. Alla direzione tecnica e a quella amministrativa vengono nominati, rispettivamente, l’architetto Ivano Savi e la sua convivente Stefania Benecchi, che con Savi condivide la provenienza dagli uffici comunali e, in seguito, condividerà anche l’accusa di concussione nell’inchiesta Spot money Lo stesso Luigi Boschi, addirittura, sostiene che entrambi siano stati «assunti in Stt a seguito del bando di concorso predisposto dalla stessa Benecchi. Una finta gara il cui documento Avviso per direttori Stt corretto Stefy, scaricabile fino a poco tempo fa da Google, è stato redatto da E. Grossi, segretaria in Comune quando la Benecchi ed il suo compagno vi lavoravano»[28]. Un quadro di fronte al quale Daniele Pezzoni, ex presidente dell’Unione parmense degli industriali, commenterà:
Incarichi fittizi, creati solo per clientelismo politico da quell’enorme impieghificio che è l’amministrazione pubblica […]. Oltre al danno derivante dal vedere i più furbi farla sempre franca, c’è anche la beffa del vedere costantemente alimentata una burocrazia così ipertrofica ed invadente che, per giustificare se stessa, arriva a rallentare l’economia e la competitività del Paese con il rischio di generare anche la cattiva politica ed il malaffare[29].
Dall’agosto 2009 alla primavera successiva, Stt rileva il capitale sociale di quasi tutte le Stu e mette a punto i progetti riconducibili direttamente alla holding.
Stt: società e progetti (maggio 2010)

Nella galassia delle Stu, intanto, si alternano entusiasmi e grattacapi. A marzo 2010, un decreto del governo revoca il finanziamento alla metropolitana, destinando il 50% di esso al sistema portuale. Il sindaco Vignali decide, così, di abbandonare il progetto, non senza malumori e proteste da parte del predecessore Ubaldi e, naturalmente, dell’Ati Pizzarotti-Coopsette-Ccc titolare dell’appalto, in particolare di Paolo Pizzarotti, presidente dell’omonima impresa di costruzioni, il quale, in un’intervista rilasciata qualche mese dopo al direttore della Gazzetta di Parma Giuliano Molossi, dirà: «Nessun imprenditore può essere contento di questa amministrazione». Lo stesso governo ha stabilito un indennizzo per l’Ati di 13,7 milioni, pari all’8% del totale, sollevando il Comune da qualsiasi penale. Settantadue milioni saranno invece destinati al Comune di Parma per finanziare altri progetti. L’Ati, però, è tutt’altro che soddisfatta anche dell’indennizzo, infatti si rivolge al tribunale, sostenendo di avere già sostenuto costi pari a ventisei milioni per «progettazione, assunzione di personale, acquisto e/o noleggio di macchinari, anticipazioni finanziarie e altro»[30]. La controversia legale è ancora aperta.
Nell’aprile 2010 nasce una nuova Stu, la quarantaduesima società partecipata: Parma Sviluppo srl. Controllata interamente da Stt, si prefigge di supportare «economicamente e operativamente giovani imprenditori, imprenditoria giovanile e idee innovative». Anche se il Comune, si vedrà, farà fatica a sostenere anche la propria imprenditoria. In ogni caso, la neonata Stu presenta un capitale sociale da 50 mila euro e un cda composto da Carlo Iacovini – ex direttore di Infomobility, nonché capo dello staff del sindaco Vignali e, in seguito, direttore dell’area marketing del Comune, il solito Severino Guerci e Matteo Antorini, ex responsabile progetti speciali di Spip[31].
Per quanto riguarda il ruolo di Antorini in Spip, è necessario aprire una parentesi. Gli viene affidato il grande progetto Parma knowledge network (Pkn), voluto da Ubaldi nel 2004 e iniziato nel luglio 2007 per «rendere la città ducale più attrattiva agli occhi delle grandi aziende». Peccato che il Pkn non sia mai stato realizzato. In compenso, però, sono stati spesi: più di 2 milioni solo per mettere a punto il progetto; 400 mila euro nel 2010 «per acquistare un software» – mai utilizzato – «dalla multinazionale Autonomy»; 50 mila euro anticipati ad Ecotek Sistemi «per una rete di videosorveglianza che non si è mai vista»; 420 mila euro alla Video Type, «specializzata nella promozione di eventi come lo Spip Day», ovvero un rinfresco da 80 mila euro. Come osserva Gabriele Franzini su Parma Oggi, sommando a queste spese una lunga serie di ulteriori, inutili, consulenze, si arriva ad un totale di 7.150.000 euro spesi per niente[32]. Senza contare lo stipendio di Antorini: 85.000 euro nel 2007, 110.000 nel 2008, 140.000 nel 2009[33].
Per quanto riguarda Parma Sviluppo, non conoscerà maggiori successi. Sarà il Commissario Ciclosi, all’inizio del 2012, a procedere alla messa in liquidazione della Stu, senza che essa abbia ancora realizzato niente. Lo stesso Commissario la definirà un «ente inutile». Il 21 maggio 2010 è una data molto importante. Andrea Costa presenta con toni entusiastici il rating che Standard & Poor’s ha assegnato a Stt: un rating BBB con prospettive stabili. A fronte di un debito di 175 milioni di Euro (2009), Stt presenta 198,2 milioni in patrimonio immobiliare e le lettere di patronage con cui il Comune s’impegna a garantire per la holding, presso le banche, in caso di insolvenza. Secondo il regolamento, le lettere di patronage dovrebbero essere oggetto di delibera, votate in consiglio comunale. Ma i consiglieri di opposizione affermano di non avere mai visto, in consiglio, una sola lettera di patronage. Massimo Iotti (Pd) osserva: «Dovrebbe pagare chi le ha firmate. Non si danno garanzie a nome di altri».
In più, alle riunioni del cda partecipava, per il Comune, il solo vicesindaco Paolo Buzzi, uomo di Villani e titolare della delega alle Società partecipate. Costa è soddisfatto del rating e tenta, in giugno, di fare cassa, progettando un’emissione di bond per 86 milioni negli Stati Uniti. Scelta che verrà cassata e duramente criticata dal suo successore, Massimo Varazzani. Stt si appresta, inoltre, a realizzare anche la nuova Questura nell’ex salo merci di viale Fratti. Ma, in settembre, i soldi risultano essere pochi e le minori entrate rispetto al 2007 (anno sul quale viene calcolato il Patto di stabilità interno) ammontano a 64 milioni. Viene tagliato, così, il 43% delle opere in cantiere e il 32% dei lavori pubblici. Ma la scure non si abbatte, a parte la metro, sui progetti faraonici, bensì su interventi di manutenzione e ristrutturazione, come la riqualificazione di via d’Azeglio, la messa a norma della casa protetta per anziani di via Sidoli, le manutenzioni straordinarie del Teatro Regio e della scuola Racagni (particolarmente lungimirante, in quest’ultimo caso, l’amministrazione: forse sapeva già che, tanto, in qualche modo, i bambini si sarebbero salvati). Ma, come direbbe Leo Longanesi, «l’Italia, alla manutenzione, preferisce l’inaugurazione».
Altre polemiche sulla mancanza di trasparenza piovono dall’opposizione, che lamenta di non avere visto, in consiglio comunale, nemmeno il progetto del Walfare community center (Wcc). Quest’ultimo, altro non è se non la cittadella per gli anziani da realizzare nella zona di via Budellungo la cui idea verrà, in seguito, abbandonata dall’amministrazione, provocando, a gennaio 2012, il ricorso al Tar per il rimborso delle spese sostenute e per il risarcimento danni da parte dell’Ati capeggiata dalla Pro.ges e della quale fanno parte Coop. Lavoratori dei Servizi, Colser, Aurora Domus, Cooperativa Edile Artigiana e Camst oltre al solito CCC. Ma la crisi e il patto di stabilità mordono, e il Comune ha fretta. Stt, inoltre, non è in una buona condizione e serve un’altra scatola per raccogliere prestiti dalle banche. Così, alla fine di settembre 2010, viene votata una delibera per la modifica statutaria di Parma Infrastrutture. La società era nata nel 2004 «per adeguarsi a obblighi di legge che imponevano la separazione della proprietà delle reti dell’acqua dalla loro gestione»[34]. Insieme al Comune di Parma, facevano parte, con quote minoritarie, 24 comuni della provincia. Senza avvisare di convocare un’assemblea dei Comuni soci, l’amministrazione cambia statuto. Ora si metteva invece nelle condizioni di diventare la «cassaforte immobiliare di piazza Garibaldi, oltre che il suo braccio operativo per una quota preponderante dei lavori pubblici».
Al patrimonio di acquedotti di Parma Infrastrutture si aggiungono altri immobili. Vengono conferiti alla società, infatti, «i beni immobili che l’amministrazione intende dismettere in base al piano delle alienazioni e infine le sono dati in concessione i palazzi che fanno parte del patrimonio indisponibile», tra cui il Municipio[35]. Ma nel patrimonio entrano a fare parte altri immobili particolarmente conosciuti, come «la parte su via Melloni del convento di S. Paolo, il centro congressi ex Eridania, la sede della Pubblica di via Gorizia, la casa per anziani non autosufficienti XXV aprile, la casa alloggio per studenti di via Rossell
ini». Alcuni di questi immobili sarebbero stati venduti, altri «messi a reddito», altri «solo amministrati». Il patrimonio immobiliare acquisito dalla società sarebbe servito per «cercare crediti dalle banche per realizzare una serie di nuove costruzioni commissionate di volta in volta dal Comune». Una parte dei fabbisogni finanziari della società sarebbero poi stati coperti dal Comune stesso. Tutti coperti dalla garanzia del patrimonio immobiliare.
Il ruolo di amministratore delegato di Parma Infrastrutture viene ricoperto da Cristiano Costanzo, direttore centrale per lo Sviluppo del territorio del Comune.
Come presidente del cda, Pietro Gandolfi, ex direttore generale di Spip, alla quale, si dice, è arrivato tramite sponsorizzazione di Forza Italia. Fedelissimo dell’ex presidente di Spip, Nando Calestani, è colui che ha affidato la gestione del progetto Pkn ad Antorini[36]. Dal marzo 2009, è anche dirigente del Comune al Marketing territoriale[37]. Ubaldi votò contro la sua maggioranza in merito alla modifica statutaria della società, credendola destinata a un «indebitamento mostruoso». Giorgio Pagliari del Pd la definì un «tremendo pasticcio istituzionale»[38]. La delibera, inoltre, non viene votata né dal segretario generale Michele Pinzuti né dalla responsabile del Settore Finanze, la dimissionaria Patrizia Ruffini, ma solo dal direttore generale Carlo Frateschi[39]. Nel frattempo, l’autunno si fa sempre più grigio: l’opposizione suona al campanello di via Conforti per visionare i documenti e le fatture dell’opposizione, e così fa anche la Guardia di Finanza. Il giro di clientele si allarga, ma per Costa, stavolta, è le fine.
All’inizio di ottobre 2010, emerge lo scandalo degli 8,5 milioni versati della Tep, versati dal suo presidente, Tiziano Mauro, Banca Mb di Milano, commissariata da Banca d’Italia, nel cui cda sedeva il presidente di Stt (nonché ex presidente di Tep). L’opposizione contesta, inoltre, 70.000 euro (più 15.000 come premio di risultato) oltre alla «disponibilità» senza oneri «di un “mini appartamento” a Parma» che Mauro avrebbe ricevuto da Alfa (di cui Costa è presidente), per consulenze non meglio chiarite[40]. La Procura apre un’inchiesta: Mauro lascia Tep e Costa è costretto a dimettersi prima da Stt e poi da Alfa. Prima, però, avviene un curioso interim. Carlo Frateschi, direttore generale del Comune, diventa, a novembre, anche direttore generale di Stt. Secondo i dati forniti dalla società di revisione Kpmg, la cifra dell’indebitamento delle partecipate è drammatica: dai 162 milioni del 2008 si è arrivati ai 320 milioni del 2010. Broglia e Buzzi, però, in questo giorno si lanciano in dichiarazioni spericolate: «Bisogna esaminare il piano industriale di ogni singola società per capire se porteranno a un’estinzione del debito, o addirittura a un utile, e in quanto tempo». Frase che, oggi, alla luce dei fatti, appare folle.
Oltre alla revisione dei piani industriali, vengono annunciati i primi tagli che colpiranno l’arcipelago delle partecipate, nello specifico Metroparma e Parmabitare, le quali hanno esaurito la propria mission. Buzzi, invece, risponde ai consiglieri di opposizione che hanno ottenuto solo una parte dei documenti di Stt richiesti ad ottobre: «Nel momento in cui si chiedono tutti i contratti siamo di fronte ad una indagine non prevista dalla norma. Il segretario comunale ha giustamente ricordato cosa poteva essere presentato e cosa no». In realtà i consiglieri ne avrebbero avuto diritto, ma il controllo pubblico, ormai, è diventato un optional. Sono giorni strani, nei quali – racconta oggi il capogruppo del Pd, Giorgio Pagliari – i consiglieri di opposizione iniziano a ricevere, in Comune, la posta già aperta. Dopo la minaccia di querela, la posta ricomincia ad arrivare chiusa.
Le clientele, intanto, si muovono anche a livello nazionale. Si dice che nel frattempo, a Roma, in novembre, il governo amico (è noto lo stretto rapporto tra Vignali e Gianni Letta) stia studiando un legge su misura per l’amato Comune di Parma, esattamente come avvenuto per i 72 milioni della metropolitana: nel contesto della prossima Legge di stabilità in via di approvazione, si sta studiando una norma che consentirebbe al Comune di sforare il Patto di stabilità per i prossimi tre anni. «In sintesi, di accumulare nuovi debiti per investimenti»[41]. Ma non c’è tempo da perdere: Costa va sostituito e la baracca Stt va rimessa in piedi. Così, nonostante le proteste di due radicali romani che si richiamavano alla Legge Frattini sui doppi incarichi e i conflitti di interesse, il parmigiano Massimo Varazzani, da tre mesi nominato Commissario straordinario al debito di Roma, viene nominato anche presidente di Stt. Molto vicino al ministro del Tesoro Giulio Tremonti, Varazzani ha al suo attivo incarichi in Banca d’Italia, alle Ferrovie, all’Enav (come amministratore unico) e alla Banca Depositi e Prestiti (come amministratore delegato). In seguito, diventerà anche ad di Fintecna. Ma il castello di carte sembra ormai crollare in una manciata di mosse.
Il 17 gennaio 2011 la Procura sequestra il cantiere allestito in viale Fratti, nell’area dell’ex scalo-merci, di proprietà di Stt, dove il Comune ha intenzione di realizzare la nuova Questura, il centro ricreativo giovanile e il Polo pediatrico. Da tempo, l’opposizione denunciava la presenza di amianto nell’area. In seguito, la Procura di Parma apre un’inchiesta e il pm Paola Reggiani ipotizza una serie di reati. Vengono iscritte nel registro degli indagati per abuso d’ufficio e omissione di atti d’ufficio cinque alte sfere del Comune: l’assessore all’Urbanistica Francesco Manfredi, l’amministratore di Stu Stazione Costantino Monteverdi, Costanza Barbieri dell’Ufficio Tecnico e i direttori tecnico e amministrativo di Stt, Ivano Savi e Stefania Benecchi. Con l’ipotesi di reato ambientale, invece, vengono indagati un legale e un tecnico dell’impresa Mingori Costruzioni, titolare dell’appalto[42]. L’11 febbraio 2011 si dimette l’intero collegio dei revisori dei conti per protestare contro l’ennesima dimostrazione di mancanza di trasparenza dell’amministrazione. Tre punti, soprattutto, sono elencati in modo molto preciso: 1. Informazioni parziali in merito al Bilancio 2010. 2. Poche informazioni in merito al rafforzamento delle partecipate. 3. Lettera intimidatoria di Frateschi per zittire le osservazioni in merito al trasferimento di azioni Iren a Stt e Parma Infrastrutture. Curioso il commento del solito Broglia: «Devono esserci stati fraintendimenti». E poi: «Forse, non sono stati capiti gli innovativi strumenti finanziari messi in campo dall’amministrazione».
Ma gli «innovativi strumenti finanziari» dell’amministrazione non piacciono molto neanche alla Sezione regionale della Corte dei Conti, che nelle delibere del 17 febbraio, 24 marzo e 7 aprile 2011 invia un richiamo formale al Comune, contentando, nel merito, alcuni punti. In particolare: 1. presunte gravi irregolarità riscontrate nel Bilancio 2010. 2. Plusvalenze nei trasferimenti intersocietari di credito finalizzati a eludere il patto di stabilità interno (caso Alfa). 3. Lettere di patronage non votate dal consiglio. Ma la giunta ha fretta di continuare nella strada della spettacolarità delle opere, quindi occorre trovare una soluzione immediata per i molti progetti che faticano
a prendere forma e per i quali i soldi non sono mai abbastanza.
Il 17 febbraio, in consiglio comunale viene presentata la delibera – subito approvata -, che dispone il trasferimento in usufrutto di 71 milioni di azioni Iren: 20 andranno a Parma Infrastrutture e 51 a Stt, per portare a termine le opere di Stu Stazione, Stu Pasubio e Parma Social House[43]. Un’operazione, questa, delicata e indigesta, ma che si cerca di far digerire alla minoranza consiliare attraverso l’annuncio della prossima approvazione di un regolamento che definisce una serie di controlli sulle partecipate[44]. Alla città il compito di adeguarsi, bisogna andare fino in fondo ai progetti iniziati. Una vera e propria strategia operativa, la politica urbanistica del fatto compiuto. Il 21 febbraio vengono nominati i due nuovi revisori dei conti spettanti alla maggioranza, nonostante la seduta fosse già stata dichiarata chiusa dal presidente del Consiglio Ubaldi.
Il tempo stringe sempre di più, e i revisori servono a tutti i costi per approvare la delibera sul trasferimento di azioni Iren. Il 28 febbraio, in sede di riunione congiunta delle commissioni Bilancio e partecipate, Varazzani cassa il progetto della nuova Questura e si toglie un paio di sassi dalle scarpe: Stt, dice, non ha potuto fare la holding perché, quando è arrivato, non ha trovato nemmeno uno straccio di piano industriale (ci ricordiamo le affermazioni sulle modifiche dei piani industriali?) e nemmeno una tesoreria centralizzata, commentando : «È la cosa più stupida del mondo». In seguito, si toglierà altri sassi, chiedendo l’avvio delle procedure per le azioni di responsabilità contro l’ex presidente Stt Andrea Costa e l’ex presidente Spip – protagonista della compravendita-vergogna Reig-Conforti, Nando Calestani. L’8 agosto i vertici di Parma Infrastrutture, Costanzo e Gandolfi (che, di lì a un mese, si sarebbe dimesso da dirigente comunale), inviano una lettera al sindaco, al vicesindaco Buzzi, all’assessore al Bilancio Broglia e al direttore del Settore Finanze del Comune, Cristiano Annovi, nella quale accusano l’amministrazione di avere abbandonato la società – che ormai è un colabrodo di debiti – a se stessa.
Il 24 giugno scattano le manette per undici tra imprenditori e dirigenti comunali (tra questi ultimi vi è Carlo Jacovini), seguite dalle dimissioni di quasi tutti gli assessori. Quello stesso giorno, dopo che alle 8:45 le agenzie stampa hanno battuto la notizia del terremoto in comune, arriva un lettera da Bologna. È la Bnl, e dice che, se il Comune vuole i 25 milioni di prestito richiesti per Parma Infrastrutture deve sottostare ad alcune condizioni: 1. «La garanzia fideiussoria deve essere rilasciata “a mezzo di deliberazione consiliare”», come prescrive l’articolo 207 del Testo unico degli enti locali; 2. Il vincolo di 12 milioni di azioni Iren; 3. Non devono verificarsi situazioni che possano «“modificare le condizioni economico/politico/patrimoniali” del Comune della sua società partecipata». Come sottolinea Lorenzo Pietralunga de La Sera di Parma, coi punti 1. e 3. si spiegano le dichiarazioni di queste ore del movimento di Vignali, Parma Civica, che invitano, sorprendentemente, alla distensione. Un paio di settimane dopo gli arresti, il sindaco Vignali, nel tentativo di rinnovare l’immagine del Comune, licenzia, tra gli altri, il direttore generale Carlo Frateschi. Quest’ultimo intenta una causa al Comune chiedendo un risarcimento di 4.743.000 Euro per danni all’immagine e alla professionalità.
All’inizio di settembre, Vignali forma un nuova giunta. Viene creato un apposito Assessorato alle Partecipate per tamponare i problemi delle società, che viene affidato a Vincenzo Simonazzi, ex amministratore della spa delle Terme di Salsomaggiore, nonché presidente di Amps dal 1998 al 2003. Delle due l’una: o è sfortunato Vignali, o sono sfortunate le partecipate. Fatto sta che non si riesce a parlarne senza polemiche. Infatti, cinque giorni dopo la nomina, si apprende che Simonazzi era indagato a Milano per evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato nell’ambito dell’inchiesta Master Mountain[45]. Simonazzi, che, inoltre, era stato capo del collegio sindacale di Banca Monte, mentre quest’ultima veniva sanzionata, a febbraio, da Banca d’Italia. Tra i gli elementi contestati, risultavano: «carenze nell’organizzazione e nei controlli interni», «posizioni ad andamento anomalo e previsioni di perdite non segnalate all’organo di vigilanza», «carenze nell’istruttoria, erogazione, gestione e controllo del credito», «inosservanza delle disposizioni in materia di trasparenza e sulla portabilità dei mutui» da parte dell’ex direttore della Banca[46]. Il 26 settembre le manette raggiungono anche l’assessore alle Politiche per l’infanzia in quota Pdl, Giovanni Paolo Bernini. È la fine: due giorni dopo, Vignali si dimette.
Prima che arrivi il Commissario, però, c’è tempo per un ultimo comportamento arbitrario: al consiglio comunale nel quale si sarebbero dovute votare le azioni di responsabilità nei confronti di Costa e Calestani, la maggioranza rifiuta di presentarsi. Buzzi cita un po’ di norme che proverebbero che il consiglio è illegittimo, e poi parte per un viaggio prima del giorno fissato. Il 4 gennaio 2012, il commissario Ciclosi, nel presentare il bilancio, dice che l’azzeramento dei vertici e la razionalizzazione delle partecipate è necessaria per due obiettivi: per capire qual è la vera situazione delle società e per una loro «gestione il più possibile integrata con quella del Comune»[47]. Il vicesindaco Buzzi, alla fine di tutto, ha dichiarato: «Il sistema che avevamo messo in piedi era buono. È che, a un certo punto, le banche hanno chiuso i rubinetti»[48].
In conclusione, che è rimasto di Parma dopo la “cura” dei tredici anni di centrodestra? Ben poco, a ben vedere. Parma non è nemmeno più una comunità; il cittadino parmigiano, infatti, è stato ridotto al ruolo di
acquirente del prodotto elettorale, [mentre] il concetto di cittadinanza non può esimersi dal patto sociale, fondato sui diritti e sulle responsabilità che legano i cittadini alla propria comunità e agli altri membri che la compongono, un patto di cittadinanza inteso come processo permanente. Una comunità fatta solo di individui tesi alla massimizzazione della propria utilità individuale di breve periodo non è più comunità[49].
NOTE
[1] http://www.servizi.comune.parma.it/societa/partecipazioni.
[2] Gilberto Seravalli, Teatro Regio, teatro comunale, Meridiana, Catanzaro 1999, pp. 52-55.
[3] Ivi, p. 22.
[4] Ivi, p. 20.
[5] Ibidem.
[6] Enrica Asquer e Paul Ginsborg (a cura di), Berlusconismo. Analisi di un sistema di potere, Laterza, Roma-Bari 2011, p. 24.
[7] Un passaggio criticato da uno dei soci di minoranza di Spip, la Provincia di Parma, che ne contestava la mancanza di trasparenza, dovuta alla “copertura” dell’identità dei soci di Reig, garantita dalla fiduciaria che, per legge, è chiamata a tutelare l’anonimato dei soci titolari delle a
zioni.
[8] Ibidem.
[9] Il sistema è caratterizzato da un agire tecnico-strumentale-strategico finalizzato al successo e all’autoaffermazione, la cui modalità espressiva si realizza nei media non linguistici del denaro e del potere; cfr. Jürgen Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, il Mulino, Bologna 1997.
[10] Colin Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza 2003, p. 6
[11] Graziano Delrio, Città delle persone, Donzelli, Roma, 2011, p. 76.
[12] Cfr. Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari 2011.
[13] http://www.servizi.comune.parma.it/societa/partecipazioni.
[14] “Gazzetta di Parma”, 4 ottobre 2011.
[15] Ibidem.
[16] Gli importi sono espressi in Euro e vanno moltiplicati per 1.000.
[17] Alberto Lucarelli, Beni comuni, Dissensi, 2011, p. 98.
[18] Luca Martinelli, L’acqua è una merce, Altra Economia, Milano 2010, pp. 87-88. [19] A. Lucarelli, Beni comuni, cit., p. 98. [20] Ivi, p. 99.
[21] Stt risulta, oggi, detentrice del 100% del capitale sociale di Alfa srl (in liquidazione), Stu Stazione spa, Stu Authority spa, CasAdesso spa, Città delle Scienze srl (in liquidazione), Metro Parma srl (in liquidazione), Parma Sviluppo srl e Spip srl (in liquidazione). Le uniche due società di scopo estranee al controllo di Stt sono ParmAbitare scrl e Stu Pasubio spa.
[22] Comune di Parma, Regolamento per il controllo strategico e operativo del “Gruppo Comune di Parma”, approvato con deliberazione del consiglio comunale n. 68 del 13 luglio 2011.
[23] Roberto Cavallo Perin, Il modulo “derogatorio”: in autoproduzione o in house providing, p. 124, http://www.robertocavalloperin.it.
[24] Francesco Galgano, Manuale elementare di diritto commerciale, Zanichelli, Bologna 1991, p. 151.
[25] Sole 24 Ore, Stt: ecco la holding per la trasformazione del territorio, 21 dicembre 2009.
[26] Luigi Boschi, La banda del buco in Stt e Spip, in www.luigiboschi.it, 11 settembre 2011.
[27] F. Nani, Società di scopo del Comune. Debiti bancari per 162 milioni, cit.
[28] L. Boschi, La banda del buco in Stt e Spip, cit.
[29] Ibidem.
[30] Andrea Marsiletti, Metropolitana di Parma… per non dimenticare, in www.alicenonlosa.it, 16 novembre 2011.
[31] “la Repubblica Parma”, Ecco Parma Sviluppo. Il Comune vara la 23esima partecipata, 30 aprile 2010; “Parma Oggi”, Nasce Parma Sviluppo, per sostenere le imprese giovani, femminili e innovative, 30 aprile 2010; Francesco Nani, Ricordate Parma Sviluppo? Dai talenti… alla liquidazione, in “la Repubblica Parma”, 22 febbraio 2012.
[32] Gabriele Franzini, Spip, la manica larga di Nando: oltre 7 milioni per un software mai utilizzato, in “Parma Oggi”, 24 luglio 2011.
[33] Luigi Boschi, La banda del buco in Stt e Spip, cit.
[34] Francesco Nani, Nasce Società Parma Infrastrutture. “Indebitamento senza fine”, in “la Repubblica Parma”, 24 settembre 2010.
[35] Francesco Nani, cit.
[36] Gabriele Franzini, cit.
[37] Luigi Boschi, cit.
[38] Fabio Bonati, Comune, il giorno dei sacrifici, in «Polis», n. 208, 25 settembre 2010.
[39] Francesco Nani, cit.
[40] Parma Oggi, L’opposizione attacca: Costa non risponde alle nostre richieste”. Repliche di Comune ed Stt, 18 ottobre 2010.
[41] Francesco Nani, Alfa non rimborsa Banca Monte. Il salvagente è il mega bond, in “la Repubblica Parma”, 26 novembre 2010.
[42] Maria Chiara Perri, Ex scalo merci, sette gli indagati. Avviso di garanzia all’assessore Manfredi, in “la Repubblica Parma”, 15 aprile 2011.
[43] Broglia, nell’occasione, afferma: «Non saranno vendute azioni, occorrerà un passaggio in consiglio. Sono misure per indebitarsi in modo corretto». E Buzzi precisa: «Stt e Parma Infrastrutture non sono altro rispetto al Comune, non è un’esternalizzazione». Ma allora si pone una questione: se «Stt e Parma Infrastrutture non sono altro rispetto al Comune», come mai i loro debiti non vengono conteggiati nei bilanci presentati in consiglio comunale? Raffaele Castagno, Alle partecipate oltre 70 milioni di azioni Iren. Pd: “Operazione da acqua alla gola”, in “la Repubblica Parma”, 17 febbraio 2011.
[44] Il 30 novembre di ogni anno, le partecipate dovranno infatti «presentare al consiglio una proposta di budget e un piano di investimento. Il 31 marzo, il cda recherà al Comune una proposta di bilancio. Infine, ogni alienazione di bene così come le operazioni finanziare dovranno essere sottoposte preventivamente al consiglio. A sottolineare il valore “politico” dell’annuncio di un nuovo regolamento è anche il fatto che la prossima volta che Buzzi parlerà della decisione di operare di questo cambiamento sarà il 23 giugno, cioè alla vigilia di momenti ben più delicati (undici arresti tra dirigenti comunali e imprenditori del verde nell’ambito dell’inchiesta Green money 2).
[45] Il Fatto Quotidiano (edizione online), Vignali lo ha nominato assessore 5 giorni fa. È già indagato: un’altra bufera su Parma, 10 settembre 2011.
[46] “la Repubblica Parma”, Simonazzi, l’assessore multato da Bankitalia, 7 settembre 2011.
[47] Gian Luca Zurlini, Partecipate: ne rimarranno due, in “Gazzetta di Parma”, 5 gennaio 2012.
[48] Intervista rilasciata a Michele Guareschi il 29 ottobre 2011.
[49] G. Delrio, Città delle persone, cit., p. 13.
(11 giugno 2012)
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