La sfida europea della nuova sinistra

Emilio Carnevali

La campagna elettorale sta segnalando alcune importanti novità nel profilo politico del centrosinistra. Ma senza un cambiamento delle politiche europee i migliori propositi di una società più giusta coltivati dai progressisti italiani rischiano di restare materiale buono solo per libri e convegni sulla crisi.

Nel 2003, appena esauritasi l’euforica stagione del boom della New Economy, delle privatizzazioni, del centrosinistra al governo quasi ovunque in Europa sotto le sgargianti bandiere della Terza Via di Tony Blair ed Anthony Giddens, il giornalista Massimo Mucchetti dava alle stampe un libro intitolato “Licenziare i padroni?” (Feltrinelli). Si trattava di una analisi spietata e controcorrente del capitalismo italiano che partiva dalla costatazione di una scommessa persa: «la Grande Occasione» costituita dalla costante discesa dei tassi di interesse su scala internazionale combinata al ritrovato rigore della finanza pubblica aveva dato il via ad un rialzo della Borsa di durata e ampiezza eccezionali; milioni di risparmiatori lasciavano i sempre meno remunerativi titoli di Stato per gettarsi senza paura nella grande avventura della proprietà diffusa, di una modernizzazione di sistema che finalmente avrebbe ribaltato la nostra tradizionale immagine di un capitalismo senza capitali.

Il bilancio di quel passaggio d’epoca tratteggiato nel libro era al tempo stesso fallimentare e paradossale (paradossale perché ribaltava completamente le indicazioni pratiche ispirate da una weltanschauung penetrata ben dentro i confini della stessa sinistra politica): «A creare ricchezza è soprattutto lo stato imprenditore (…). A distruggere ricchezza – in misura sconcertante – sono i grandi gruppi dell’industria privata che hanno perso il treno delle nuove tecnologie e si sono impantanati in costosi scontri di potere a colpi di fusioni e acquisizioni. Fiat, Olivetti, Montedison, Pirelli e la stessa Italcementi, che pure non è mai uscita dal seminato, hanno consumato le risorse dell’azionariato (…) con la stessa cieca determinazione con la quale Crono divorava i suoi figli».

Ma Mucchetti andava oltre, rilanciando una visione del ruolo delle istituzioni pubbliche nell’economia che allora appariva come una vera e propria eresia. Pensare che la rinascita della grande impresa italiana possa essere affidata solo al mercato «è una pia illusione», scriveva l’allora giornalista dell’Espresso: «È la politica che crea la convenienza a praticare il vizio o la virtù ed è dunque dalla politica che dipende il futuro della grande impresa italiana: di quella che c’è e di quella che, forse, potrà nascere. Il governo ha due mezzi per fermare una decadenza che pare inesorabile: la politica industriale e la riforma delle regole del gioco».

Non erano queste le impostazioni di moda fra i più ammirati maître à penser della sinistra riformista. La sola comparsa di un riferimento alla politica industriale nel programma dell’Unione del 2006 («La politica industriale ha oggi un ruolo cruciale nel sostegno allo sviluppo economico. Il nostro obiettivo è quello di creare un unico centro di responsabilità politica preposto a contrastare il declino dell’apparato produttivo italiano, coordinato con i diversi livelli istituzionali di competenza nazionali e territoriali»), aveva suscitato lo scandalizzato commento di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi nel loro pamphlet di grandissimo successo “Il liberismo è di sinistra” (Il Saggiatore, 2007): «Parole [quelle del programma dell’Unione, ndr] in cui risuona una visione dirigista, secondo la quale lo Stato dovrebbe promuovere una politica industriale».

Ecco perché la notizia della candidatura di Mucchetti nel Partito democratico rappresenta oggi un segnale interessante, sopratutto se lo si considera come un ulteriore tassello del progetto neolaburista inaugurato dal segretario Pier Luigi Bersani tre anni fa. Altri recenti tasselli sono costituiti dalla buona affermazione della sinistra interna nelle primarie Pd dello scorso 29 e 30 dicembre (il responsabile economico del Partito, Stefano Fassina, ha fatto registrare un record di preferenze, arrivando primo nel collegio di Roma con 11770 voti) e dalla solida tenuta dell’alleanza con Nichi Vendola. Quest’ultima sembra reggere bene ai tentativi del centro montiano di insinuare un cuneo fra la parte più «responsabile» del centrosinistra e quella più «conservatrice» legata a «ideologie, magari nobili in passato, ma perniciose oggi visto com’è cambiato il mondo» (secondo le parole usate dallo stesso Presidente del Consiglio nella sua conferenza stampa del 23 dicembre scorso).

L’altro movimento in atto nel determinare la riconfigurazione del profilo politico del centrosinistra italiano è costituto da alcuni addii dall’alto valore simbolico, primo fra tutti quello del giuslavorista Pietro Ichino. Anche qui possono giungere in aiuto le parole con cui Mucchetti, poche settimane fa, aveva commentato la sconfitta di Matteo Renzi alle primarie per la leadership dei progressisti e la conseguente delusione dei liberisti italiani che lo avevano eletto a proprio campione: «Ha senso una simile delusione? Credo di no», scriveva il giornalista dalle colonne del Corriere della Sera. È «sull’economia e sul finanziamento delle politiche sociali che si articola l’opposizione tra le tesi socialdemocratiche e socialcristiane, tipiche del Pd in Italia e dei partiti socialisti in Europa, e le tesi liberiste, tradizionalmente coltivate dalla destra. Perché mai questo duello, che costituisce il sale delle democrazie occidentali, dovrebbe risolversi all’interno di una sola area politica, il centro-sinistra, o meglio di un solo partito, il Pd?». Una considerazione di puro buon senso che evidentemente è stata condivisa anche da Ichino, le cui posizioni – ovviamente del tutto legittime e spesso preziose nel dibattito pubblico sulle questioni del lavoro – possono trovare una assai migliore rappresentanza dentro contenitori diversi da quello del centrosinistra.

Si potrebbe obiettare che tutti questi fatti, messi uno di fila all’altro, non fanno che confermare il timore di chi vede un progressivo ridimensionamento dell’originale vocazione maggioritaria del Partito democratico, della sua ambizione di parlare con una composizione ampia di soggetti sociali e culture politiche. È vero solo in parte, perché il quadro che sta emergendo dalle ceneri della Seconda Repubblica non riproduce più quell’assetto bipolare, e tendenzialmente bipartitico, dentro il quale la cosiddetta vocazione maggioritaria traeva senso e orizzonte strategico.
Che poi sia controproducente, anche da un punto di vista elettorale, puntare tutto sulla rappresentanza del mondo della lavoro – in un’Italia piegata da una devastante crisi economia come quella che stiamo attraversando – è tutto da dimostrare.

Se mai i problemi di Bersani e della coalizione di progressisti di cui è a capo sono altri.
In primo luogo lo stallo intervenuto a livello europeo, seguito per altro alla promozione/imposizione di politiche economiche sbagliate e responsabili di conseguenze devastanti. «Non va dimenticato infatti», ha scritto domenica scorsa Guido Rossi sulla prima pagina del Sole 24 Ore, «che i mali dell’Italia, pur in sé tutt’altro che trascurabili, sono nell’ultimo anno dipesi in gran parte da una difettosa e pericolosa struttura politica europea, la quale ha solo potuto parzialmente bloccare, per merito della Bce, la devastante crisi depressiva dei vari Stati membri, fra cui il nostro&raquo
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La rigidità degli attuali vertici europei – che prevedibilmente si mostrerà inscalfibile almeno fino alle prossime elezioni tedesche in programma per il settembre del 2013 – si mostra evidente soprattutto con riferimento ai casi dei suoi alunni più “virtuosi”. L’Irlanda, ad esempio. Sprofondata in una profonda recessione (-5,5% del Pil nel 2009) dopo lo scoppio di una bolla immobiliare che ha richiesto l’intervento dello Stato – e dei prestiti europei – per evitare il completo collasso del sistema finanziario, l’Irlanda ha ridotto il proprio deficit dal 30% all’8,2% nel 2012 e, nonostante le pesanti manovre di risanamento attuate, ha ora cominciato a registrare una piccola ripresa (+0,9% del Pil nel 2012 e previsioni di +1,4% per il 2013). Lo scorso luglio è riuscita anche a tornare a finanziarsi sui mercati dei capitali, collocando 500 milioni di bond a tre mesi. Vorrebbe a questo punto un alleggerimento del pesante debito pubblico accumulato per i salvataggi bancari – costati 64 miliardi di euro – tramite una sorta di ricapitalizzazione retroattiva degli istituti di credito da attuarsi con l’intervento diretto del fondo salva-Stati Esm (possibilità alla quale facevano riferimento anche le conclusioni dell’Eurogruppo di fine giugno). Ma tutto è fermo, in attesa del lento varo della vigilanza bancaria unica e degli eventuali nuovi equilibri politici che usciranno dalle urne tedesche.

L’obiettivo di cambiare questa Europa – e di sconfiggere la filosofia dell’austerity sulla quale sono state fin qui modellate le scelte di politica economica dell’Unione – è forse un compito che sopravanza le possibilità di qualunque governo eletto in qualsiasi singolo Stato la cui capitale non sia Berlino (vedi le grandi difficoltà che sta incontrando il presidente socialista François Hollande). Resta tuttavia un compito ineludibile dei progressisti europei, se non vorranno che i loro ottimi propositi di una società più giusta restino materiale buono solo per libri e convegni sulla crisi.

(3 gennaio 2013)



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