Il coraggio di Brittany e il tabù della morte

Chiara Rapaccini



Ho cercato più volte di proporre ad alcuni editori italiani per bambini un libro sulla morte. Umoristico. Ne avevo scritte tante di storie in passato, su temi scottanti e, in quanto tali, cari ai bambini e temuti come la peste dai loro genitori. Ecco alcuni dei temi da me trattati nei magnifici anni ’80-’90: sentirsi sfigati e brutti; genitori nevrotici e infantili; divorzio; bullismo del fratello maggiore; la nascita di un fratellino ingombrante e temuto come il pauroso pancione della mamma in attesa…

Questi libri sono usciti ed hanno avuto successo tra i bambini. Ma della morte no, non si può parlare. È un tabù infrangibile, ora e sempre. È inutile, il libro non me lo faranno mai fare. “Perché – dice l’editore politically correct – dovremmo intristire il bambino italiano già provato da tanti dispiaceri? I libri servono a distrarre i poveretti dalle brutte cose, a consolarli e dare loro speranza e felicita”. Niente di più falso, ipocrita e dal vago sentore di oratorio. I libri, come il cinema, la tv e i media in genere, funzionano quando fanno pensare l’individuo, oltre che divertirlo e distrarlo.

Provo a mettermi nei panni di un bambino. Se è morto il mio nonno, sono triste, non capisco dove sia finito, se su nel cielo o giù sottoterra e di conseguenza sono bel lieto di leggere un libro con le figure che mi racconti, meglio se sorridendo, qualcosa di più sulla morte. Non solo, desidero andare al suo funerale, come i grandi e magari, perché no, vedere il suo corpo insieme ai miei familiari. Perché se non lo vedo, potrei immaginarmi di notte cose ben più orribili della nuda realtà.

Sono partita dai bambini per trattare il tema dell’eutanasia, non per caso. È solo con un’educazione precoce ai sentimenti, alle emozioni, alla gestione della paura della vita e della morte, che si può aiutare un bambino a maturare e a farlo sentire in seguito un individuo libero di pensare, scegliere, perfino su un tema delicato come quello della propria fine. I luoghi comuni che vengono spesi intorno alla morte per eutanasia assistita o meno, in questi anni, in questi giorni, sono solo sintomo di ignoranza e di non cultura, che certi individui si trascinano fin dall’infanzia. Cultura significa coltivazione dell’anima. "Coltivare un orto è un’azione lenta e duratura nel tempo – mi diceva il mio compagno di vita Mario Monicelli – ci vuole la zappa, l’acqua, il sole, la resistenza del corpo, l’amore per la propria terra, la fortuna… L’uomo, per essere coltivato, ha bisogno di buoni maestri, di libri, di esempi etici, di intelligenza e perseveranza".

I luoghi comuni farfugliati dagli incolti sul tema eutanasia, dicevo, liquidano i morti per scelta autonoma (coloro che hanno scelto di morire con dolore , coscienza e coraggio) come depressi-poveracci-abbandonati- disperati ecc. È proprio per un discorso di questo tipo, tenuto pubblicamente in parlamento, che ho deciso di querelare insieme a Scola, Rosi e tanti altri familiari e amici di Mario, la cattolicissima ma poco onorevole Binetti in odore di Opus Dei. "Monicelli era un disperato abbandonato dalla famiglia, per questo si è ucciso", è ciò che ha detto, parola più, parola meno, a poche ore dal suicidio del mio compagno. Ma la sua è solo una voce tra le tante pronunciate dai "benpensanti".

Mi sono anche sentita dire da falsi amici pietosi che Monicelli, Lizzani, Magri, la giovane Brittany e mille altri, non sono altro che dei vili che si sono dimostrati incapaci di sopportare con dignità le circostanze dolorose della vita. Vita che non appartiene a noi ma a Dio.

Si sbagliano perché è esattamente il contrario. Mario e gli altri sono soldati coraggiosi che si sono fatti saltare su una mina perché le loro vite si erano fatte indignitose, secondo gli insindacabili canoni di dignità che avevano liberamente eletto all’inizio della vita, con o senza Dio. Erano uomini e donne colti (nel senso di coltivati), pensanti, coscienti di sé, felici di vivere finché la loro vita ha avuto un senso.

Sono certa che tutti loro sono stati bambini che hanno avuto una buona educazione sul senso della vita e del suo contrario, grazie a genitori, insegnanti, nonni, preti ed amici intelligenti e soprattutto, non terrorizzati dalla morte.
O magari grazie a un libro.

(4 novembre 2014)



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