Il cuore razzista dell’America
Lucio Bondì
Secondo un recente sondaggio, più di un cittadino americano su quattro non crede che Barack Obama sia nato negli Stati Uniti, mentre il 18% degli intervistati è convinto che il presidente sia di religione musulmana. Negli stessi giorni, in seguito alle polemiche scoppiate sulla possibilità che venga costruito un centro culturale islamico nei pressi di ground zero, il Time titolava: “Is America Islamophobic?”. Chi pensava che la prima, storica elezione di un afroamericano alla Casa Bianca avrebbe definitivamente aperto le porte a un’America postrazziale, deve oggi fare i conti con le leggi anti-immigrati sostenute da molti stati sul modello dell’Arizona, con la rapida ascesa del movimento populista del Tea Party, ma anche con un aumento del numero dei partiti di estrema destra e delle milizie paramilitari e con una recrudescenza delle aggressioni a sfondo razziale.
Il saggio L’impero invisibile. Destra e razzismo dalla schiavitù a Obama (Manifestolibri, 175 pagg., 20 €), del giornalista Guido Caldiron, si propone di comprendere l’articolata galassia della destra USA in rapporto a razzismo e xenofobia attraverso l’analisi storica delle sue molteplici componenti. L’autore ricostruisce le tappe fondamentali delle lotte per e contro l’emancipazione razziale negli Stati Uniti a partire dallo schiavismo, attraverso la fondazione del Ku Klux Klan, la segregazione e la nascita dei movimenti per i diritti civili.
L’intricata matassa di imperialismo neocon, populismo antistato e fondamentalismo religioso che ha costituito il fondamento del bushismo e che oggi si rispecchia sempre più nel Tea Party Movement affonda le sue radici, nota Caldiron, in un blocco sociale costituitosi sulle ceneri dei movimenti razzisti e segregazionisti attivi negli stati del sud. È in primo luogo con Berry Goldwater, candidato alla presidenza nel 1964 e sconfitto da Lyndon Johnson, che il Partito Repubblicano cessa di rappresentare le élite industriali dell’est e si fa portatore delle istanze di una classe media del sud bianca e populista. Sarà poi Nixon a conquistare definitivamente il voto razzista del sud, storicamente di matrice democratica, attraverso una sistematica limitazione delle conquiste degli antisegregazionisti (il cosiddetto “southern program”), arrivando alla costituzione di un’”identità bianca” che sarà la base del dominio politico repubblicano del trentennio seguente.
Nel 1978 la rivolta antitasse iniziata con l’approvazione della Proposition 13 in California rappresenterà la definitiva consacrazione di Ronald Reagan nel panorama politico statunitense. I feroci tagli allo stato sociale delle cosiddette Reaganomics colpirono, come noto, soprattutto le minoranze e le fasce più deboli. La “rivoluzione conservatrice” degli anni ’80 fu possibile grazie ad un’impostazione spiccatamente manichea che vedeva la libertà individuale e i valori tradizionali minacciati dall’”Impero del Male” sovietico, ma anche dagli immigrati e dagli stranieri. Questa visione dicotomica della realtà ha origine in quella che il premio Pulitzer Richard Hofstadter definisce “l’inclinazione paranoica” della destra americana: fu per primo Henry Ford a sostenere l’esistenza di un complotto sionista dietro al crollo di Wall Street. Nel secondo dopoguerra le istanze più radicali del maccartismo saranno incarnate dalla John Birch Society di Robert Welsh, che riteneva l’aggiunta di fluoro all’acqua potabile “socialismo sotto le spoglie di salute pubblica” e accusava Eisenhower di essere “un consapevole e devoto agente della cospirazione comunista”.
L’altra grande innovazione politica di Reagan, sottolinea l’autore, è quella di aver convogliato su di sé, per la prima volta, il sostegno dei movimenti evangelici e fondamentalisti statunitensi. Affacciatisi sulla scena pubblica già a partire dagli anni ’20 con il celebre “processo a Darwin”, in cui l’evoluzionismo era accusato, tra l’altro, di minare le basi scientifiche della supremazia bianca, i movimenti cristiani di destra accrebbero rapidamente il loro peso elettorale a partire dalle crociate omofobe sostenute in California dalla ex miss Anita Bryant. Il potere di fuoco mediatico dei telepredicatori, molto attivi nei network locali statunitensi a partire dagli anni ’80, e degli attivisti pro-life, organizzatisi in gruppi di pressione politica dopo la storica sentenza Roe vs Wade, fece esclamare già nel 1980 al reverendo Pat Robertson (noto alle cronache italiane per aver sostenuto che l’11 Settembre e l’uragano Katrina sono punizioni divine dell’aborto e dell’omosessualità) “abbiamo abbastanza voti per governare questo paese”.
Sarà poi con le due presidenze W. Bush che i movimenti evangelici passeranno all’incasso, ottenendo la quasi totalità dei fondi federali destinati ai programmi sociali, mentre i movimenti antiabortisti arrivano ad acquistare spazi pubblicitari durante il superbowl e i fenomeni delle megachiese e dell’homeschooling conoscono una netta crescita.
L’America odierna descritta da Caldiron è ben lontana dall’aver superato definitivamente la questione razziale. Nelle parole dello stesso Obama, presidente nero eletto da un elettorato bianco, “la razza è un problema che questa nazione non può permettersi di ignorare”. Ancora oggi “molte delle disparità che affliggono la comunità afroamericana possono essere collegate direttamente a ineguaglianze arrivate fin qui da una generazione che ha sofferto […] la schiavitù”, mentre “la maggior parte degli americani di classe medio-bassa non pensano di essere stati particolarmente privilegiati dalla loro razza. […] Così, quando capiscono che un afroamericano ha un vantaggio nel trovare un lavoro o un posto in una buona università a causa di ingiustizie che loro non hanno mai commesso […] il risentimento cresce progressivamente”.
Mentre i sostenitori del Tea Party, per il 97% bianchi, marciano su Washington con cartelli che paragonano Obama a Hitler, ma lo accusano anche di socialismo e marxismo, dal palco il presentatore del network ultraconservatore Fox News Glenn Beck accusa il presidente “di essere profondamente immerso nell’odio dei bianchi e della cultura bianca”.
Negli ultimi anni la crisi e la globalizzazione hanno acuito lo scontro sociale, mentre la pressione demografica delle minoranze (i latinos saranno più dei bianchi già nel 2050) mette a rischio l’utilizzo, soprattutto al sud, della stessa lingua inglese. Alla xenofobia si affianca un razzismo antiarabo esploso con virulenza dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
Il nuovo baluardo della destra, rimasta orfana dell’anticomunismo dopo la caduta dell’Unione Sovietica, è quindi sempre più la paura del diverso e dello straniero, in una prospettiva di “scontro di civiltà”, come già teorizzato dal noto saggio di Samuel Huntington, che sostituisce allo scontro tra superpotenze quello tra culture per questioni non più ideologiche ed economiche, ma culturali e religiose.
Il libro sarà presentato il giorno 22 ottobre, alle ore 14,30, presso il Salone dell’Editoria Sociale, in largo Ascianghi 5 a Roma. Sarà presente l’autore.
(21 ottobre 2010)
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