Il diritto del reo
Franco Cordero
, da Repubblica
Quanto pesano gli effetti del colpo di mano del 19 aprile 2013. Vacante il Quirinale, gli elettori Pd scelgono unanimi Romano Prodi, da votare al quarto turno: sulla cartai numeri esistono edè una svolta fausta (i berluscones digrignanoi denti) ma sotto banco lavora lo Scorpione; le urne piangono; mancano 101 voti. Intese notturne ripescano l’uscente: riluttava; trionfalmente votato, regnerà ancora sette anni, fino al 95°. L’Olonese canta al microfono: «Meno male che Giorgio c’è», e nasce un piccolo mostro, governo a due teste, presieduto dal carissimo Nipote, con largo profitto berlusconiano: è infortunio tattico lo scacco elettorale in alcuni Comuni sei settimane dopo; venerdì 2 agosto qualche sonda lo dà in testa, con 5 punti sul Pd; e l’effetto s’aggrava, persistendo le cause in larga misura identificabili nelle persone. Ma Silvius Magnus trascina pendenze penali, del genere disperato in cui l’unica difesa, avendo tanti soldi, è perdere tempo in mille diversivi, finché i delitti s’estinguano (leggi su misura gli accorciano i termini). Piovono impedimenti, inclusa un’oftalmia e ricovero nel San Raffaele, il cui impresario buonanima, don Luigi Verzè, gli accreditava l’aureola. Parlamentari ubbidienti invadono i corridoi del Palazzo milanese; poi marciano su Monte Cavallo: l’Inquilino long dweller li riceve e raccomanda rinvii, perché l’interessato ha molto daffare politico. Constando da scritture e testimoni una colossale macchina fraudolenta, il Tribunale l’aveva condannato a 4 anni. L’appello li conferma. In casi simili ulula. L’invettiva contro i persecutori tocca anche Presidente della Repubblica e Consulta, dai quali aspettava aiuto. Piove sul bagnato: l’antipatico Tribunale gl’infligge ancora 7 anni (stavolta concussione e prostituzione minorile»); e vengono fuori nuove allarmanti res iudicandae.
Scoppia il finimondo quando la Cassazione fissa il dibattimento nel periodo feriale, dovendo evitare che i reati s’estinguano. L’attesa è febbrile: la condanna irrevocabile significa espulsione dal Senato; no, gridano i fedeli. Sinora lamentavano «l’uso politico della giustizia», postulando un diritto del reo strapotente a non essere molestato: dopo due condanne conformi, irrefutabili, esigono dalla Corte un intervento politico, non essendo justiciable chi vanta milioni d’elettori, virtuoso o delinquente; sarebbe «attentato alla democrazia». In casa Pdl vigono un diritto e procedura penali con lunghe orecchie d’asino: la stessa insegna inalberano chierici scampanellanti d’uno pseudomoderatismo; nel lessico d’Angelus Panisalbus propheta, la giustizia diseguale a beneficio d’affaristi e politicanti diventa «sapere empirico» iniettabile in dosi da cavallo ("Corriere della Sera", 6 agosto). Il dibattimento riempie due mezze giornate, 30-31 luglio.
Infine gli ermellini entrano in camera di consiglio. Passano le ore. A che punto sia inquinata l’aria italiana, lo dicono commenti sul campo: il pubblico ministero aveva concluso contro il ricorrente, definendo futili i 47 motivi; no, la via indolore è annullare in qualche modo la condanna, affinché anche questo delitto cada nelle fauci dell’impassibile Kronos. Così pronosticano sedicenti intenditori. Li gela un dispositivo lapidario, 1° agosto, h. 19.38: frodava il fisco; la pena da espiare è un anno (3 erano coperti da indulto). I fautori della giustizia politica schiumano e l’apocalisse diventa farsa: atto «irresponsabile», farfuglia l’Unico, impastato nel cerone, alternando furie al piagnisteo, del quale è artista; i parlamentari, ministri inclusi, eseguono versi da animale ammaestrato; i falchi vogliono azioni, non è chiaro quali; sulle colombe grava l’accusa d’anima molle e poca fede; «guerra civile», salmodia l’ex comunista poeta. Domenica sera 3 agosto scenari mussoliniani in via del Plebiscito chiudono i riti funebri confermando provvisorio sostegno al governo. L’indomani i due capibastone Pdl scalano il Colle, latori d’una richiesta impudente: restituirgli «l’agibilità politica» ossia riqualificarlo come niente fosse accaduto; sfolgora la cultura giuridica forzaitaliota. L’interpellato chiede tempo: ogni tanto gli sfuggono parole fuori luogo; a verdetto caldo chiedeva riforme garantistiche, nemmeno fossimo in preda a Torquemada.
Nel coro berlusconofilo «Il Corriere», 24 luglio, pronosticava sciagura se il governo cadesse, e lancia metafore nautiche (3 agosto): l’Italia «veliero alla deriva»; infuria «la guerra civile dei vent’anni»; l’»union sacrée», invece, naviga sicura, galeone inaffondabile. Nossignori. La crisi italiana viene dagli 8 anni e mezzo d’allegro berlusconismo e merita poca fiducia un governo nel quale Re Lanterna conta 5 ministri oboedientes perinde ac cadavera: «Cala il sipario sul buffone», era l’augurio del "Financial Times"; tagliata l’ala blu, guadagneremmo credito. Lo vede anche un bambino: l’alleanza contro natura significa bancarotta; solo nella nave dei folli dettano terapie i patroni del malaffare. Parlano i fatti: l’Europa esce dalla recessione; l’Italia affonda. E le riforme? Viene freddo all’idea che Casa B. allunghi i piedi nel sistema giudiziario: pubblico ministero governativo; la difesa padrona d’ingolfare viziosamente i dibattimenti; indagini corte, dibattimento lungo finché voglia l’imputato forte, ma processo breve, e simili perversioni. Non è più tempo d’eufemismi. Stiamo battendo una via nefasta. L’Intoccabile aspettava risposta dal Quirinale. Eccola, 13 agosto: concertata, racconta l’indomani il "Giornale"; e lascia spiragli alla grazia, nemmeno pensabile nel quadro normativo, se consideriamo storia berlusconiana, gesti attuali, pendenze penali, né varrebbe un corrispettivo politico (l’ipotetico governo stabile). Come argomento risolutivo, davanti a scelte ardue il rieletto ventila le dimissioni: ipotesi giudiziosa (in latino, «utinam», «Dio voglia»); tolgono ogni dubbio le strida dal campo d’Arcore, beneficiario delle «larghe intese». Quanto prima torniamo al 20 aprile, tanto meglio. Il resto seguirà, purché i Pd siano guariti dalla mania suicida.
(27 agosto 2013)
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