Il duello magistratura-avvocatura e i problemi della giustizia italiana
di Giovanna Corrias Lucente
La fase storica che attraversiamo è la peggiore dopo l’emergenza del terrorismo e l’attacco diretto della mafia. Non scorre il sangue. Non si contano i morti. Chi ha una coscienza cerca di mantenere vivo il ricordo del sacrificio delle vittime e tributare la riconoscenza meritata con un impegno coraggioso costato la vita.
Frequentando le aule e i convegni, leggendo i documenti è palese che il contrasto tra le due istituzioni, considero l’avvocatura a pieno titolo tale, ha raggiunto livelli impensabili anni fa.
Le accuse si incrociano senza mezzi termini. Nel sistema giustizia paralizzato e mal funzionante ciascuno accusa l’altro di essere l’artefice od il compartecipe del dissesto.
Una delle prime critiche è la politicizzazione: è reciproca. Gli avvocati sostengono che i magistrati sono portatori di un disegno politico, che agiscono per raggiungerlo, che allestiscono processi per colpire supposti avversari. I magistrati, del resto, si rendono conto che tra le file degli avvocati esistono politici di professione, professionisti legati a partiti a filo doppio, consiglieri di ministri o di parlamentari, portatori d’interessi anche questi che evadono dalla semplice difesa nel processo. Una parte, minore, dell’avvocatura così rappresenta una forza politica strettamente intesa.
Di qui e nella frustrazione che deriva dal lavoro quotidiano – per motivi vari che meriterebbero di essere analizzati a parte – nascono accuse reciproche.
Sono numerose, alcune reiterate, altre isolate.
E’ ormai invalso sostenere che l’avvocato difende il proprio cliente dal processo e non nel processo. Una patologia gravissima, non v’è dubbio estranea al ruolo del difensore. Una patologia, però, limitata, rilevata in alcuni processi di rilevanza nazionale, forse clonata in processi di piccole dimensioni, ma certamente non una prassi generalizzata. Ed allora se un comportamento deviante appartiene ad numero limitato d’individui è un errore gravissimo attribuirlo ad un’intera categoria. L’avvocatura conta fior di professionisti che difendono con grande serietà, dopo aver studiato ogni carta del processo, ogni questione processuale e sostanziale coinvolta. Non si tratta di poche arabe fenici, ma di centinaia di professionisti che si dedicano con passione e esperienza al loro mestiere cercando di esercitarlo con il decoro e la preparazione necessari.
Purtroppo gli slogan, come tutte le semplificazioni, hanno un effetto devastante. La difesa dal processo, nella sua originaria accezione, consisteva nell’intromettere ingiustificati ostacoli o privilegi alla sua celebrazione.
Il termine ha acquistato un altro senso. Forse per una profonda idiosincrasia, ormai rilevabile nelle aule di giustizia, qualsiasi questione procedurale(che superi di poco la ovvietà) è spesso e da taluni ascritta non più alla difesa ma alla volontà di impedire lo svolgimento del processo o di rallentarlo. Ciò che apparteneva ad una contenuta patologia appare una vocazione fisiologica del difensore. La questione – salvo Giudici o Pubblici Ministeri preparati e coscienziosi – è liquidata in breve, speso superficialmente o con un’inventiva dimentica del codice di procedura penale. Lo strumento cardine del sistema – trasformato in un organismo teratogenico – al quale tutti i protagonisti dovrebbero prestare la massima attenzione.
Un fenomeno limitato che meritava di essere relativizzato, nei termini e modi in cui si era manifestato, è stato assolutizzato, con un gravissimo errore politico perché ha contribuito ad esasperare una contrapposizione che doveva invece essere smussata.
Gli avvocati accusano la Magistratura di lavorare poco e male. Lo fanno utilizzando provvedimenti talora aberranti o additando marchiani errori. Lo fanno segnalando assenze, perdite di tempo, comportamenti arroganti e stravolgimento delle garanzie difensive.
Anche qui si annida l’errore di ipostatizzare comportamenti singoli. Quel che appartiene o è attuato da taluno viene riferito a tutta la classe.
Ovvio che in questo modo si produca uno scontro frontale che ha poche possibilità di essere risolto.
Eppure sarebbe sufficiente individuare i singoli casi, non additarli a modello comportamentale e riferirli all’autore, lasciando da parte la categoria. Il relativismo non è solo una scoperta scientifica, ma è anche una metodologia di pensiero e valutazione irrinunciabile.
I numeri del resto parlano chiaro: miglia di avvocati, migliaia di magistrati. Evidente che queste cifre rappresentino lo specchio di un’intera popolazione ed in quelle che denominiamo categorie si annidino tutte le tipologie di personalità di un popolo. Non è difficile rinvenire comportamenti patologici, ma neppure inestimabili ingegni.
Utilizzando il relativismo si possono isolare i difetti e salvaguardare i pregi. Assolutizzando i giudizi con il pensiero unico si perde la capacità di distinguere, con questo si perde anche il rispetto e si incrementano le reciproche manchevolezze.
Non sto trattando qui dei rapporti tra singoli, che spesso e a ragione sono connotati dalla stima, dall’osservanza, dall’educazione, dalla dialettica naturale. Tratto dei rapporti istituzionali che trovo abbiano raggiunto un livello veramente deprecabile da entrambe le parti.
La mia appartenenza ad una categoria non mi porta ad una difesa ad oltranza di atteggiamenti disdicevoli, non mi rende cieca davanti agli errori commessi da alcuni, di fronte a generazioni che a causa del decadimento universitario non godono della preparazione di un tempo e talvolta suppliscono con l’aggressività.
La mia appartenenza ad una categoria non mi impedisce di constatare che molti magistrati lavorano con pochi mezzi e con impegno, studiano e si aggiornano. Stazionano anche di pomeriggio in Tribunale o si portano valigie di fascicoli da studiare a casa. Nessuno può costringermi a negare che molti di loro soffrono le decisioni che prendono, se ne assumono le responsabilità, sono immuni dalle influenze del potere e conservano una piena indipendenza dalle loro convinzioni politiche.
Nelle loro schiere conto però soggetti del tutto diversi. Emettono provvedimenti a stampone, siglando caselle predisposte. Si disinteressano del lato umano di un processo. Procedono per numeri di fascicoli, non approfondiscono le questioni, conservano nozioni superate o male apprese. Non governano l’udienza oppure sviliscono il difensore appena tenta di formulare una questione un poco complessa. Commettono errori sopravvalutando il merito del processo rispetto alle forme. Considerano queste un inutile orpello, quando sono la spina dorsale del processo.
E’ difficile conservare la neutralità del giudizio, ma uno sforzo, anche se immane, va compiuto.
La giustizia ha raggiunto un degrado, per mancanza di mezzi e per quantità di processi, per interventi modificatori improvvidi od improvvisi del codice di procedura, che fa seriamente temere per i diritti umani e per la sicurezza pubblica.
Questa fase discendente allontana il cittadino da un’Istituzione che anche durante il fascismo aveva mantenuto la propria dignità.
Avvocatura e magistratura se ne rendono conto perché tutti i giorni riscontrano il decremento del valore istituzionale.
Questo è un male comune. Dovrebbe essere un terreno non di lotta, di accuse o di contraddizioni, ma un punto di incontro. Da entrambe le parti si sostiene che la soluzione è impossibile perché ciascuno è arroccato su posizioni di difesa di casta. Il dialogo diventa inutile: monologhi tra sordi se non contemporaneo disprezzo.
Errore accumula in questo modo errore. Co
mprendo che sia difficile cambiare mentalità. Forse è un ideale irraggiungibile. Penso tuttavia che raggiunto il minimo storico non vi sia che possibilità di risalita. Serve umiltà ed inventiva da entrambe le parti, perché due istituzioni reciproche si influenzano a vicenda nel bene e nel male.
E’ questo il momento, per chi ancora crede nella Giustizia senza la quale l’ordinamento vive nella barbarie, per mutare atteggiamento con uno sforzo necessario, senza il quale il baratro dell’incomunicabilità non può che deteriorare ulteriormente fino al definitivo pregiudizio della situazione.
I politici passano. Le istituzioni restano.
(5 novembre 2009)
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