Il fallimento della sinistra e le mani sporche

Andrea Raspanti

La vittoria della Lega è in buona parte misura del fallimento della sinistra, della narcosi narcisistica di cui è preda. Non solo del fallimento, forte e chiaro, delle liste di sinistra a questa tornata elettorale, ma anche e soprattutto del fallimento della sinistra nel suo compito storico di re-inventarsi un’identità e un progetto all’altezza dei tempi, che le permettano di salvare e aggiornare il meglio della sua tradizione e di dare gioiosamente l’addio a un corredo di organi vestigiali diventato francamente insostenibile.

La sinistra perde perché non è capace di rinunciare neanche strumentalmente a niente di quel corredo, che è sia culturale sia fatto di piccole rendite di posizione. Perde perché è così presa dal parlare di sé (o meglio dal parlare delle cose per cogliere nelle descrizioni che ne fa il proprio riflesso morale e bearsi della sua bellezza) che non si accorge che esiste un mondo fuori dai circoli di Libertà e Giustizia.

Perde perché continua ad accontentarsi di giocare il ruolo che le è stato ritagliato nel discorso dominante invece di provare a imporre o quantomeno a proporre un proprio registro. Perde perché passa metà del suo tempo a negare di essere quello che i suoi detrattori dicono che è, al punto che anche quando si spinge ad affermare qualcosa le sue dichiarazioni suonano come una excusatio non petita. Perde perde perde.

Mentre la Lega vince. Vince nello spazio aperto dalla disoccupazione, dal disagio sociale, dalla cattiva informazione, dall’interesse di chi governa ad avere uno spauracchio da agitare in nome del voto utile e, soprattutto, dal vuoto di chiavi di lettura alternative a quelle di Salvini ai problemi quotidiani che affliggono sempre più persone. Problemi di cui la sinistra non è capace di parlare senza risultare lontana, estetizzante, un po’ snob. Oppure nostalgica, reazionaria, retriva. Ne parla, ma in falsetto, perché spesso certe cose ormai le conosce solo per sentito dire. Perché in fondo non le piacciono, perché stridono con la visione del mondo che porta avanti come il bene più grande che ha.

Una nuova sinistra, che non senta a tutti i costi il bisogno di definirsi tale, può nascere solo da una pratica politica diversa, di confronto umile e franco con i problemi della realtà, dal coraggio di iniziare a pensare di nuovo, quasi da zero, avendo come faro non i gerghi e le bandiere, non i ricordi di giovinezza e del tempo in cui ancora esistevano le mezze stagioni ma immagini del presente e del futuro partorite faticosamente da un faccia a faccia col dolore e la speranza di quelli che oggi sono più in difficoltà. Dovrebbe abbandonare per un po’ le rassicuranti compagnie in cui si crogiola e si specchia come la strega di Biancaneve, per tornare nei rioni popolari ad ascoltare, a ingoiare rospi e cicoria e spine e a cacare fuori il paternalismo e la presunzione di sapere sempre quale sia la strada giusta per tutti.

La buona notizia è che una sinistra di questo tipo, fatta di gente che nelle associazioni di volontariato, nelle basi dei partiti o dei sindacati, nei gruppi di azione su temi e territori esiste già e scalpita. Stavolta hanno vinto le logiche delle segreterie, gli interessi materiali dei quadri di partito e quelli psicologici dei testimoni della vecchia sinistra: dietro candidati anche buoni e a volte ottimi, queste sono le vere anime dell’operazione “foglia di fico” che la maggior parte delle liste di sinistra alla fine sono state in tutta Italia. Stavolta ha vinto la sinistra come movimento d’opinione, che va benino nelle città e tra le persone più istruite, ma è guardata con crescente perplessità da chi non ha mai letto un libro di Zagrebelsky o di Rodotà.

La sinistra intesa come possibilità del cambiamento in nome dei principi di un nuovo patto sociale che abbia per promotori quelli che oggi se la passano peggio invece ha perso. L’insuccesso della prima nuoce di certo anche alla seconda, ma almeno sgombra il campo anche dalle ultime ombre del dubbio su quale sia la strada da intraprendere adesso. Chi deve fare qualche passo indietro, lo faccia. Forse la perdita di ogni potere, per quanto piccolo, sarà l’unica strada per costruire davvero qualcosa di diverso. Forse la disgrazia delle castine di tornaconto che hanno ingessato l’azione rinnovatrice a sinistra per difendere le loro piccole rendite di posizione farà la fortuna di un nuovo ambizioso progetto di società.

Sarebbe stato meglio non arrivare a tanto, ma chi ha rivendicato le scelte che ci hanno portato fin qui adesso dovrà assumersene anche le responsabilità. E c’è da pretendere che siano coloro che, dal basso, gli hanno dato finora fiducia a presentargli per primi il conto. Tempo da perdere non ce n’è. C’è da mettersi a lavorare, perché un Paese in cui non ci resti che scegliere tra l’autoritarismo neoliberista e gigione di Renzi e la neodestra razzista e xenofoba di Salvini è uno scenario tutt’altro che remoto. Anzi: è già una realtà per milioni di persone.

(2 giugno 2015)



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