Il fanta-dialogo: Goethe e la Cancelliera

Fabrizio Galimberti

, da Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2012

«Mein Mädchen», ragazza mia: così Helmut Kohl usava chiamare Angela Merkel, durante gli anni in cui l’attuale Cancelliere era ministro nei longevi Governi Kohl. Ma oggi la "ragazza" è triste, e, direbbe Kohl – il grande europeista che volle l’euro – con ragione. Siamo all’ottobre del 2012, e la moneta unica si è disintegrata. Angela Merkel si trova in visita a Weimar per il Weimarer Zwiebelmarkt (il Mercato della Cipolla), un festival annuale che si tiene dal 1653 e che questa volta – e non solo per la cipolla – invita alle lacrime.

Perché è triste Angela? Per il fallimento del grande progetto della moneta unica? O per più basse e mercantili ragioni? O per tutte e due le cose? Da quando, ad agosto, il ritiro della Grecia dall’euro è stato seguito da un feroce assalto dei mercati sui titoli italiani e spagnoli, si è resa palese l’insufficienza delle reti di sicurezza che erano state approntate. È scattato allora il Piano B, il segreto «Euro Ausgang», l’uscita dall’euro. Un piano che si sperava non mettere in opera. Nel momento in cui l’euro avesse dovuto gettare la spugna i mercati sarebbero stati nel caos, a meno che i problemi della transizione non fossero stati risolti in anticipo. Il ritorno alle monete nazionali è stato, tecnicamente, un successo. I nuovi cambi sono stati decisi a mercati chiusi, nel weekend, e, nell’attesa delle nuove banconote, i vecchi euro, dal lunedì mattina, sono stati stampigliati con il valore equivalente dei nuovi corsi.

Ma il successo tecnico si è risolto in un disastro teutonico. Angela Merkel, dalla stanza messa a sua disposizione al piano superiore della Staatskapelle, guarda malinconica la piazza in cui campeggia il monumento a Goethe e a Schiller. Come ogni tedesco, ha una grande reverenza per Goethe. Il resto del mondo lo conosce per un gigante della letteratura, ma Goethe è stato una specie di Leonardo da Vinci del tempo, spaziando dalle lettere alla botanica, dalla fisica alla filosofia e alla geologia. E senza dimenticare l’economia: nello Stato di Weimar fu dapprima quello che oggi chiameremmo ministro per le infrastrutture e più tardi, nel 1782, tesoriere; il solo uomo, insomma, che abbia abitato con successo i mondi del business e della poesia. Chissà che Goethe non possa dare qualche buon consiglio alla Cancelliera? Proviamo a immaginare un dialogo, con Johann Wolfgang von Goethe (G) che scende dalla statua e siede al tavolo di Angela Merkel (A).

A – Ho bisogno di parlare con qualcuno che non sia un tedesco di oggi.
G – Io sono un tedesco di ieri. Dimmi quel che ti angustia.
A – Dove abbiamo sbagliato? Io non volevo distruggere l’euro. Volevo solo che gli altri Paesi imparassero da noi. Cosa c’è di male, visto che la nostra economia funzionava e la disoccupazione era addirittura più bassa di prima della Grande recessione?
G – Angela, le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma dimmi prima che cosa è successo.
A – In quel weekend acrimonioso e disperato siamo stati accerchiati. Tutti ci tenevano responsabili dell’implosione dell’euro e hanno voluto farcela pagare. I nuovi corsi hanno visto una massiccia rivalutazione del redivivo marco tedesco. Lunedì si è aperto non solo con le Borse in caduta, ma soprattutto con il crollo degli ordini alle nostre industrie. L’uno/due è stato micidiale. L’ondata di sfiducia ha portato a vuoti di domanda, tutti rimandavano le spese, dagli investimenti agli acquisti di auto o frigoriferi; e se a questo si aggiunge la perdita di competitività legata a un apprezzamento medio del marco del 30 e passa per cento, capirai come la Germania sia caduta nella recessione.
G – Non mi stupisce. Eravate legati a corda doppia agli altri Paesi; quelli che cadono trascinano gli altri.
A – Ma noi eravamo pronti a fare sacrifici per impedire la caduta dell’euro. Sono gli altri che non hanno voluto farli.
G – Nelle Affinità elettive ho scritto: «I grandi sacrifici sono facili. Sono i sacrifici modesti e continui che sono difficili». Avete mantenuto diritto il timone dell’economia facendo i sacrifici difficili, le riforme che vi hanno permesso di uscire senza scalfitture dalla Grande recessione. E non siete stati capaci di fare i sacrifici facili? Tu hai preso il dottorato con una tesi in chimica quantistica e non dovresti avere problemi con una scienza meno complessa: hai mai sentito parlare della partita doppia?
A – Cosa c’entra la partita doppia?
G – Ogni posta contabile deve essere registrata due volte, in entrata e in uscita. Voi volevate che gli altri Paesi, quelli meno virtuosi, tirassero la cinghia. D’accordo, ma se correggono i passati eccessi di spesa, la domanda si riduce. E perché questa minore domanda non porti a recessione, c’è bisogno che qualcun altro spenda di più. Volevate che gli altri cambiassero i propri comportamenti, ma la partita doppia vi avrebbe dovuto insegnare che siamo tutti nella stessa barca, e se uno rema di meno bisogna che qualcun altro remi di più. Se no la barca si ferma, o peggio.
A – La virtù non trova forse in se stessa il suo compenso? Se gli altri Paesi si fanno virtuosi, se il settore pubblico non divora più le risorse della nazione, si libereranno le energie latenti del settore privato. Perché la partita doppia deve chiedere a noi l’altra posta? Perché quella posta non può trovarsi nel Paese stesso, nelle risorse prima inespresse?
G – Forse quelle che chiami energie latenti usciranno allo scoperto. Ma il processo richiede tempo. L’Europa, l’Europa specialmente, aveva bisogno di domanda, qui e subito.
A – Non credere che non abbiamo fatto niente. Abbiamo dato aumenti ai dipendenti pubblici, e il mio Governo si è intromesso nelle negoziazioni salariali private, auspicando generosi aumenti.
G – Forse avete fatto troppo poco e troppo tardi. Ai miei tempi, quando ero tesoriere a Weimar, il sistema finanziario era più semplice, ma oggi conta. Se avete una moneta unica dovete avere anche un sistema finanziario unico, un regolatore delle banche unico e un’unica gestione del debito.
A – Vuoi dire che ci dobbiamo far carico del debito degli altri?
G – Sì, e gli altri si faranno carico del debito vostro. Ho sentito dire che, in termini assoluti, è il più grosso fra i Paesi dell’euro.
A – Sì, ma è solido, mentre il debito degli altri traballa e non vogliamo un domani essere noi a pagarlo.
G – Per questo dovevate fare un accordo: debito in comune da una parte, e dall’altra impegni e misure concrete degli altri Paesi per mettere in conti in ordine.
A – È quello che stavamo cercando di fare.
G – Ma non ci siete riusciti per la vostra intransigenza. E ora vi siete dati la zappa sui piedi. Avete trascinato il mondo e voi stessi in un’altra recessione e spento le speranze dell’Europa verso un cammino di pace e di integrazione. Avete diviso invece di unire. Ti saresti dovuta ricordare di quel che scrissi: «Divide et impera», è un principio fondato; ma unisci e guida è ancora meglio».
A – Vorrei poter tornare indietro…

(14 giugno 2012)



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