Il film della settimana: “Kaboom” di Gregg Araki

Giona A. Nazzaro

Gregg Araki è una sorta di ironico decostruttore pop delle strategie sessuali contemporanee. Affermatosi come esponente più in vista della cosiddetta queer new wave che agli inizi degli anni Novanta ha ridefinito le coordinate del cinema adolescenziale americano. Prima iniettandovi il furore nichilista di un cinema sostanzialmente a budget zero e poi assumendo, ironicamente, le coordinate del mondo come le offriva MTV per scardinarle dall’interno.

Dopo il dittico Doom Generation ed Ecstasy Generation, il cinema di Gregg Araki è scomparso dagli schermi di casa nostra. Le poche notizie che del regista giungevano in Italia provenivano dai festival, ma l’impressione diffusa era che Araki avesse dato fondo alle cose che aveva da dire e che stesse girando a vuoto su se stesso.

Kaboom, invece, rilancia le sue quotazioni in un momento in cui anche nel nostro paese si ritorna, finalmente, a parlare di politica dei sessi (anche se per le ragioni più sbagliate del mondo).

Nel suo nuovo film Araki mette in scena da un lato il suo “solito” microuniverso giovanile fatto di corpi di bellezza statuaria, efebica e pubblicitaria. Dall’altra li cala in un mondo che assomiglia sempre più a una paranoia cocainica come solo qualche protagonista dei romanzi di Bret Easton Ellis avrebbe potuto concepire.

Così fra teorie cospirazioniste, streghe lesbiche che solcano i venti, terroristi che lavorano alla fine del mondo, collezioni di infradito, tentativi di autofellatio e il feticcio James Duvall che assomiglia a un Gesù Cristo strafumato, senza contare una selezione di canzoni scelta con grande perizia, Kaboom flirta con un mondo e un cinema che corteggia vertiginosamente un cupio dissolvi che non fa altro che celarsi dietro colori accecanti che sembrano saltare fuori da un televisore annegato nell’lsd.

A ben guardare, però, Gregg Araki è un attento osservatore di questo mondo post-televisivo. Una sorta di antropologo pop dotato del gusto dei volumi di un Roy Liechtenstein e dell’attonito stupore di un Andy Warhol.

Araki, che ha sempre lottato contro l’etichetta di cineasta gay, si muove in un mondo in cui “tutte le stelle sono sulla superficie”, per riprendere un’affermazione di Lou Reed, e fa scaturire la propria irresistibile malinconia dalla sua bruciante prossimità di corpi che in realtà si trovano a distanze siderali. Il suo è un gioco sulla possibilità di inventare altre formulazioni del desiderio pur sapendo benissimo che “la carne è triste”.

Sono pochi i cineasti che oggi riescono a muoversi con tanta disinvoltura fra i segni dei corpi, il desiderio, la politica e le ipotesi di mondo che questi inevitabilmente evocano. Araki in questo senso è davvero un cineasta “impegnato”. Quanti sono oggi i cineasti che riescono a ingaggiare un tale corpo a corpo con la mitologia e i fantasmi sessuali della nostra epoca per trarne il segno di un mondo che ha smesso di funzionare come tale?

Kaboom è un esempio di cinema libertario che si prende gioco delle convenzioni, anche delle proprie, e nel farlo riesce a formulare un discorso di straordinaria precisione politica sulle condizioni della nostra sessualità e del nostro desiderio in questa bolla post-televisiva che è il mondo contemporaneo.

E nel farlo ci restituisce l’irrestibile piacere della promiscuità e del gioco.

(15 febbraio 2011)

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