Il fresco profumo di libertà
Luigi de Magistris
, da luigidemagistris.it
Oggi è la Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie. Per conservare la memoria degli uccisi dal crimine organizzato e rinnovare la lotta senza quartiere contro di esso, è stata scelta – non casualmente ma per l’alto valore simbolico – la data del 21 marzo, che segna l’ingresso della primavera, l’inizio di una stagione di rinascita per la natura e anche per l’uomo.
Perché la vittoria sulle mafie non può che rappresentare, per tutto il nostro Paese, una seconda genesi politica, morale ed economica, dunque una nuova stagione di legalità e di diritti per i cittadini e le cittadine. Una rinascita e una primavera che si devono alimentare del ricordo e della memoria, quelli legati al sacrificio offerto dai tanti valorosi servitori dello Stato e non, magistrati e semplici cittadini coraggiosi, morti per mano di mandamenti, clan e famiglie criminali in ogni luogo della penisola.
Oggi la mafia, anzi le mafie hanno pienamente raggiunto la loro trasformazione in business economico-finanziario e presenziano ogni attività produttiva, imponendosi anche nel Nord maggiormente sviluppato e industrializzato (una verità, questa, non gradita alla Lega, la quale al contrario ancora insiste sulla presunta purezza settentrionale rispetto alla ndrangheta o alla camorra).
Per farlo, le mafie sfruttano scaltramente la politica e le amministrazioni, che possono pilotare gli appalti e le commesse (dalla sanità ai rifiuti all’urbanistica etc), gestendo il denaro pubblico perfino europeo. Per questo uno dei volti più espressivi del loro potere si chiama corruzione, per questo la loro modalità tipica di comportamento si chiama infiltrazione. Determinano, le mafie, il Pil del nostro paese e quindi condizionano la sua vita e il suo andamento, di fatto in senso non libero.
Hanno dismesso, dunque, la lotta violenta e sanguinaria, per conquistare il controllo economico-finanziario, unendo il traffico della droga o delle armi con l’arricchimento ricavato dalla presenza nei Cda, dalla vittoria degli appalti, dal riciclaggio del denaro, dall’imposizione dell’usura. Nasce e fiorisce, con questa trasformazione criminale, una borghesia mafiosa insospettabile apparentemente, una realtà di “colletti bianchi” criminali capaci di condizionare l’andamento economico-finanziario nazionale, contando sulla permeabilità dello Stato, delle istituzioni, della politica.
Per questo le mafie moderne si macchiano di forme nuove di reato e si fanno più difficili da colpire, perché si sono “istituzionalizzate” camuffandosi soprattutto sotto le mentite spoglie del potere conquistato nell’economia e nella finanza. Appare allora indispensabile che lo Stato proceda non solo con il prezioso operato della magistratura e delle forze dell’ordine, ma anche per mezzo di una campagna culturale e civile, anche per mezzo di una legislazione che tenga conto del nuovo volto assunto dal crimine organizzato.
Per tale ragione, preoccupavano e preoccupano le leggi avanzate dai governi di Berlusconi, oltre che le modalità di azione di questi governi. La depenalizzazione del falso in bilancio, il processo breve, le intercettazioni, l’abuso della condizione di emergenza che deroga alle norme sugli appalti oppure la rivisitazione della legge Pio La Torre sui beni confiscati alle mafie, solo per fare qualche esempio, non fanno altro che stroncare la lotta contro di esse, dando dello Stato e della giustizia un’idea debole e arrendevole.
Follow the money, sostenevano Falcone e Borsellino, cioè “segui la pista del denaro e troverai il mafioso”, perché già durante la loro battaglia, negli anni ’90, la mafia cominciava ad assumere un nuovo volto. Ma soprattutto, sosteneva Borsellino, “la lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale”. E soprattutto e ancora: “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.
Non c’è niente di più attuale e pregnante di queste parole, soprattutto perchè pronunciate da chi sapeva che sarebbe morto in quanto servitore dello Stato dalla schiena dritta, anche a causa della deviazione di spezzoni di quello stesso Stato, all’interno di una delle pagine più buie per il Paese che definiamo tutti, soltanto oggi e in ritardo colpevole, la stagione della “trattativa”.
(21 marzo 2011)
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