Il futuro dell’Europa, fra Rocky e Alexander Hamilton

Emilio Carnevali

Può essere utile osservare le tormentate vicende che l’Europa sta vivendo in questi ultimi mesi ed anni riportando alla memoria la non meno tortuosa storia del federalismo americano. Non sono solamente i problemi contingenti che rischiano di far deflagrare il sogno europeista, ma la completa assenza di “senso della storia” delle élites continentali: senza il rilancio del suo peculiare “modello sociale” l’Europa non può avere un futuro.

Come tutti ragazzi della mia generazione – nati alla fine degli anni Settanta, bambini negli Ottanta e adolescenti nei Novanta – credo di aver visto ciascun film della serie di Rocky almeno un paio di volte abbondanti.
Ho rivisto il primo – intitolato semplicemente “Rocky”, indiscutibilmente il più bello e non privo di spunti poetici – pochi giorni fa a Filadelfia. Per ragioni del tutto private mi sono ritrovato qui proprio nella settimana delle celebrazioni del giorno dell’Indipendenza, il 4 luglio, inaugurate appunto dalla proiezione in piazza del film diretto da John Avildsen.

Scritto da un giovane e non ancora famoso Silvester Stallone – che grazie a Rocky fu il terzo uomo nella storia del cinema dopo Charlie Chaplin e Orson Welles a ricevere una nomination all’oscar sia come attore che come sceneggiatore – il film fu ispirato da un incontro svoltosi nel 1975 fra l’allora campione del mondo dei pesi massimi Mohammad Ali e il pugile semisconosciuto Chuck Wepner. Quest’ultimo, sebbene sconfitto, riuscì a mettere in difficoltà in diversi momenti il grande Ali e l’evento fece molto scalpore all’epoca.

Lo sfondo della vicenda del film, ambientato in una periferia molto degradata di Filadelfia popolata da working class e bande di quartiere, è quello del bicentenario dell’Indipendenza (1776-1976). In occasione del compleanno del “Paese delle opportunità” il campione del mondo Apollo Creed vuole dare la possibilità proprio ad uno sconosciuto ragazzo della città “dove tutto ebbe inizio” di sfidarlo per il titolo. E sceglie Rocky – lo “Stallone Italiano” – anche in quanto italoamericano: “Non è stato forse un italiano a scoprire l’America?”. Apollo farà il suo ingresso trionfale sul ring vestito da George Washington, con annessa tutta la paccottiglia “ultra kitsch” tipica della maestria scenografica americana.

Un ingresso che è anche la misura del grado di penetrazione della “mitologia repubblicana” e dei “padri fondatori” nella cultura popolare statunitense, di cui il cinema è la manifestazione più potente e pervasiva. E importa relativamente poco, per il discorso che qui si intende fare, divagare su quanto e come il cinema, e l’immaginario collettivo pre-cinematografico, abbiano creato e riprodotto “miti” che spesso erano in realtà dispositivi di potere o costruzioni ideologiche deteriori (da quello della “frontiera” in tanti western, alla scalata al successo dal nulla in tanti “american dream movies” contemporanei).

Ora, negli stessi giorni in cui sono stato immerso in questa baraonda di suoni, colori, trombette, parate in costume e fuochi d’artificio ho continuato a seguire le complicatissime vicende della martoriata Europa, compreso l’importante, e sotto molti aspetti assai deludente, vertice di Bruxelles del 28 e 29 luglio.

E mi sono tornate in mente le parole scritte da Guido Rossi sul Sole 24 Ore di qualche settimana fa: “Mancò allora [quando entrò in vigore il trattato di Lisbona], come manca oggi, quella passione e profondità filosofica dello straordinario dibattito che seguì la bozza della Costituzione degli Stati Uniti prima della sua adozione nel 1788. Son mancate, prima del Trattato di Lisbona, e mancano anche oggi, figure come Alexander Hamilton e James Madison, che riempirono i dibattiti americani con parole come "virtù", "libertà" e "bene pubblico", che oggi sembrano ridotte alle nuove, ma tutt’altro che consistenti, dichiarazioni del cancelliere Merkel, che per uscire dalla crisi ci vuole ‘più Europa’. Formula laconica, aliena da qualsiasi concreta e precisa decisione”.

Ecco, con tutti i limiti che un paragone del genere può avere dal punto di vista del rigore storico, appare disarmante e deprimente il confronto fra i protagonisti di quella rivoluzione e gli uomini e le donne che oggi, in Europa, sarebbero chiamati ad una impresa non certo inferiore per radicalità di implicazioni sulle generazioni future.

Da questo punto di vista l’assenza di “senso della storia”, di profondità intellettuale e politica di questi leader travalica i problemi contingenti, pur di enorme gravità e importanza. Se di una “eccezionalità” europea possiamo parlare, una eccezionalità che giustifica appunto una vocazione storica e un progetto di straordinaria ambizione, questa risiede proprio nel “modello sociale europeo”. Ovvero nel sistema inclusivo e universalistico di welfare edificato dopo il secondo conflitto mondiale che ha rappresentato la più avanzata e compiuta realizzazione pratica degli ideali di libertà, eguaglianza e fraternità sanciti dalla Rivoluzione francese. E’ la social-democrazia il nostro “concreto mito fondativo”. E non con riferimento ad uno specifico partito, bensì ad un ideale di democrazia e di liberalismo nei quali i diritti non sono solo formalmente enunciati, ma “sostanziati” da una capacità effettiva di rivendicazione da parte degli individui (dunque attraverso scuole, ospedali, asili nido, garanzie sindacali, contratti di lavoro collettivi, ecc.).

Molti hanno attribuito all’eccessivo “economicismo” il peccato originale di questa Europa. Ma nessun grande progetto politico può nascere senza il sostegno e il vettore delle dinamiche “materiali”. Anche gli Stati Uniti dei Thomas Jefferson, degli Alexander Hamilton e dei Benjamin Franklin – per citare un altro dei padri fondatori profondamente legato alla città di Filadelfia: ed è proprio alla fine di Benjamin Franklin Parkway, di fronte al Philadelphia Museum of Art, che è stata collocata, con un certo sprezzo del buon gusto, la statua di Rocky – dicevamo che anche gli Stati Uniti dei Jefferson, degli Hamilton e dei Franklin sono nati intorno ad una vicenda che oggi definiremmo “economicista”: la tassazione della madre patria inglese giudicata da un certo punto in poi su livelli incongrui e vessatori da parte dei coloni americani.

Ma è “economicista” anche la costruzione – frutto di accesi conflitti e contrasti fra i padri fondatori – dell’edifico della Federazione secondo il modello che bene o male è ancora oggi in vigore. Dopo la Dichiarazione di Indipendenza e la Costituzione del 1787, gli Stati Uniti “di fatto” nacquero con l’assunzione da parte del Tesoro dell’Unione, allora guidato da Hamilton, di tutto il debito pubblico delle ex colonie (debito che si era enormemente dilatato a causa della guerra per l’indipendenza). E con l’istituzione della Banca degli Stati Uniti (antesignana dell’odierna Federal Reserve, sebbene le sue vicende saranno molto tormentate e comprenderanno anche lo scioglimento da parte del presidente Andrew Jackson a metà dell’Ottocento).

Tutto sommato sono gli stessi temi di cui discutiamo oggi. In Europa diverse voci hanno invocato con forza gli eurobond, ovvero una forma di assunzione da parte dell’Unione dei debiti dei singoli Stati. E un nuovo ruolo per la Banca Centrale Europea, affinché venga ad essa conferito il
mandato di operare anche a favore dello sviluppo, dell’occupazione e della protezione dei debiti sovrani dagli attacchi speculativi, e non si concentri solo sul contenimento dell’inflazione.

In molti hanno sostenuto che giunti a questo livello di incomprensioni reciproche, se non di aperta ostilità fra i singoli stati europei, ben difficilmente l’Unione saprà fare quel salto di qualità politico da cui ormai dipende la sua stessa sopravvivenza. Con le previsioni storiche, però, è sempre bene essere prudenti. E naturalmente lo stesso vale per l’ipotesi contraria, quella caldeggiata da chi esclude categoricamente la stessa possibilità di una deflagrazione dell’euro e con esso dell’Unione europea. Vogliamo solo ricordare che non da minori contraddizioni e contrasti è stata segnata fin dalla sua nascita la storia del federalismo americano. Anzi. Fra il 1861 e il 1865 (più di ottant’anni dopo la fondazione) gli Stati Uniti piombarono in un spaventosa guerra civile che vide di fronte il Nord riunito intono alla Federazione guidata dal neopresidente Abramo Lincoln e il Sud secessionista. 5 milioni di persone presero le armi da ambo le parti su una popolazione complessiva di poco più di 30 milioni di individui. Al Sud morirono 300mila persone, un’enormità considerando che nelle colonie secessioniste vivevano non più di 9 milioni di persone (delle quali 3,5 milioni erano schiavi). In totale furono 620.000 i morti in quello che fu il primo vero conflitto dell’era moderna: si sperimentarono molte tecniche ed armamenti poi utilizzati nel corso della prima guerra mondiale, compresi sommergibili, navi corazzate, cannoni di lunga gittata per il bombardamento delle città.

Tutto questo per dire che i problemi che oggi si trova di fonte l’Europa, l’Unione europea come comunità di destino e progetto politico, sono gravi, ma non insormontabili. Quello che davvero manca è la capacità di immaginazione unita alla memoria del nostro passato drammatico, ma anche alla consapevolezza della preziosa unicità della nostra storia di conquiste civili e sociali.
Se il volto dell’Unione continuerà ad avere le sembianze di un cerbero a difesa di politiche di austerity che stanno condannando tutte le economie nazionali ad una infinita recessione non ci sarà futuro per l’Europa. Se la parola democrazia non tornerà ad avere un senso e un significato concreto di fronte all’apparentemente inscalfibile sovranità dei mercati finanziari, il sogno federalista apparirà sempre più come una camicia di forza della quale ci si vorrà liberare.

(7 luglio 2012)



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