Il giovane Gramsci fra liberismo e socialismo
Rosario Patalano
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Luca Michelini è da tempo impegnato in un progetto di ricerca sui rapporti tra prassi politica e teoria economica nelle diverse tradizioni di pensiero che hanno caratterizzato il secolo scorso. Il suo ultimo volume, "Marxismo, liberismo, rivoluzione: saggio sul giovane Gramsci 1915-1920" (La Città del Sole, Napoli), concentra l’attenzione sulla composita formazione intellettuale e politica di Antonio Gramsci nei primi anni della sua militanza politica.
Dall’analisi degli scritti giovanili di Gramsci emerge, secondo Michelini, un problema interpretativo (“problema Gramsci”), costituito dalla continua contaminazione della matrice marxista con influenze (assonanze) provenienti soprattutto dalla tradizione liberal-liberista italiana di Maffeo Pantaleoni, Vilfredo Pareto, Luigi Einaudi. Si chiarisce così un altro elemento della composita formazione del giovane Gramsci che si aggiunge all’influenza dell’idealismo crociano e dal sindacalismo rivoluzionario già emerse in precedenti ricerche storiche.
La spiegazione di questa contaminazione, apparentemente contradditoria, tra due tradizioni, quella liberal-liberista e quella social-marxista, è risolta da Michelini sul piano della prassi. Il giovane Gramsci trova nella polemica del liberismo italiano un efficace strumento per far emergere tutte quelle “istanze libertarie, antiparassitarie, antiriformiste, antistataliste e antiburocratiche”, che oggettivamente rafforzano le contraddizioni che portano al superamento della società capitalistica. La lezione a cui Gramsci si riferisce è quella che già Marx ed Engels hanno tracciato nel Manifesto: la borghesia deve svolgere a pieno la sua funzione progressiva e la lotta di classe deve dispiegarsi al massimo, affinché il proletariato possa emergere come forza politica autonoma.
Gramsci percorre lo stesso itinerario che ha caratterizzato la vicenda intellettuale e politica del sindacalismo rivoluzionario di Arturo Labriola e Enrico Leone, ma senza cadere nella subalternità alla economia pura. L’incontro tra Gramsci e il liberal-liberismo avviene soltanto sul piano della prassi, è in qualche modo mediato e neutralizzato dallo storicismo che costituisce un efficace antidoto alla tentazione scientista e positivista che Labriola e Leone non riescono ad evitare.
Gramsci riconosce che la polemica antistatalista del liberismo esercita sulla società italiana, arretrata perché ancora basata su strutture semi-feudali (si pensi al Mezzogiorno del latifondo), una funzione rivoluzionaria, caratterizzandosi come un potente alleato per combattere il riformismo che invece si fonda sul riconoscimento e la difesa di interessi particolari. Questo elemento non sfuggirà a Piero Gobetti che proprio sull’idea di un liberalismo rivoluzionario dialogherà con Gramsci, comprendendo che l’unico vero programma di emancipazione liberale poteva essere realizzato solo con la rivoluzione socialista.
Il tema del rapporto tra liberismo e strategia del movimento operaio si riprodurrà nella cultura politica italiana negli anni Sessanta, per superare la crisi dell’esperienza di centro-sinistra. La questione fu posta da Claudio Napoleoni e Franco Rodano dalle colonne della Rivista Trimestrale, dove il tema liberista tradizionale della lotta ai privilegi corporativi fu riproposto come base per una nuova politica di modernizzazione della società italiana.
La lettura del volume di Michelini offre spunti interessanti per comprendere quanta distanza separi la battaglia disinteressata dei liberl-liberisti del secolo scorso dal riformismo liberista di sinistra (oggetto critico di un altro recente volume di Michelini) che si è ridotto ad una semplicistica "ideologia del cambiamento", i cui esiti o sono stati puramente trasformistici o hanno finito per assecondare interessi reali che nulla hanno a che vedere con obiettivi di progresso e modernizzazione sociale.
Di fronte alla nuova stagione politica che si apre con la seconda fase del governo Monti, potrebbe essere utile per una parte della sinistra ritrovare la prospettiva “storicista” gramsciana al fine di evitare la subalternità ideologica di questi ultimi anni ai modelli neo-liberisti.
* Università di Napoli “Federico II”
(13 gennaio 2012)
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