Il libro nero della classe dirigente italiana

Marco Travaglio

La prefazione di Marco Travaglio a "Sotto Processo. Tutti i procedimenti in corso dei potenti d’Italia" di Benny Calasanzio (Editori Riuniti), ventisei ritratti di uomini e donne che nonostante i guai con la giustizia sono ancora saldamente al timone del paese.



Conosco bene la materia piuttosto maleodorante in cui ha messo le mani Benny Calasanzio scrivendo questo libro. Insieme a Peter Gomez, ho scritto ben tre libri (La Repubblica delle banane, Onorevoli Wanted e Se li conosci li eviti) per fornire ai lettori-elettori le liste di proscrizione (e spesso anche di prescrizione) sui politici da non votare a causa dei loro guai giudiziari, e non solo per questi. Le famigerate “quote marron” del nostro Parlamento, sempre più simile a una comunità di recupero, fra pregiudicati, condannati in via provvisoria, prescritti, imputati, indagati. Ora Benny, giovane giornalista free lance e collaboratore del Fatto Quotidiano, amplia lo spettro d’indagine a tutta la classe dirigente italiana, raccontando le disavventure di magistrati, medici, imprenditori, senza ovviamente dimenticare i politici.

Storie molto conosciute (ma da quanti?), come quella dell’eterno imputato e impunito Silvio Berlusconi. Ma anche storie clandestine, come la vicenda di Emilio Riva, patron dell’Ilva di Taranto e socio della Cai-Alitalia, attualmente indagato per imbrattamento, disastro ambientale colposo, avvelenamento colposo di sostanze alimentari e getto pericoloso di cose, ma già nel 1998 condannato per tentata violenza privata (aveva ideato una sorta di ghetto in cui mettere a oziare gli operai anziani e i sindacalisti, così da costringerli a licenziarsi).

La tesi del volume, tutt’altro che peregrina, è che in Italia gli scandali scoperchiati dalla magistratura su quanti fanno e/o ispirano le leggi, ma sono i primi a non rispettarle, non suscitano alcuna riprovazione sociale da parte di milioni di persone, che si lasciano derubare e abusare col sorriso sulle labbra o nell’indifferenza generale. Spesso, anzi, votano o simpatizzano per chi li ha rovinati e così gli arresti, gli avvisi di garanzia, i rinvii a giudizio e le condanne fanno curriculum per la carriera politica, manageriale, imprenditoriale, dirigenziale. Illuminante, fra le mille, la parabola di Nicola Cosentino, per gli amici “Nick ‘o Mericano”, a lungo sottosegretario all’economia: sei o sette pentiti di camorra, ritenuti attendibili dalla Dda di Napoli, lo accusano di essere uomo del clan camorristico dei casalesi, quello di Gomorra, e i magistrati spiccano per lui un mandato di cattura per concorso in associazione camorristica. Ma lui si dimette dal governo solo in seguito alla mozione di sfiducia sposata da Gianfranco Fini e dai suoi fedelissimi, perché costretto dal premier Berlusconi preoccupato per la sopravvivenza del suo governo. Rimane, però, saldamente coordinatore regionale del Pdl in Campania.

Poi, naturalmente, quando gli stessi magistrati, in base alle rivelazioni degli stessi pentiti, arrestano decine di boss, sequestrando beni per qualche milione di euro, il governo plaude unanime, anzi, si appropria dei successi della magistratura e delle forze dell’ordine per spacciare all’opinione pubblica l’immagine di un esecutivo inflessibile nella lotta ai clan. È per episodi come questi, taciuti o minimizzati dalla televisione e dalla stampa di regime, che l’Italia è la vergogna d’Europa, anzi del mondo intero.

Il confronto con qualunque altra democrazia è imbarazzante e devastante. Barack Obama, appena insediato alla presidenza degli Stati Uniti, rinunciò a tre ministri appena designati nel suo primo governo: Tom Daschle, colpevole di un’evasione fiscale per 120 mila dollari (tasse non pagate per una vettura con autista messa a sua disposizione da una compagnia privata); Nancy Killefer (rea di non aver pagato per un anno e mezzo i contributi alla colf, peraltro poi versati successivamente); e Bill Richardson (oggetto di un’inchiesta per presunta corruzione). In Portogallo, durante una seduta del Parlamento, il ministro dell’economia Manuel Pinho si è rivolto a un deputato dell’opposizione facendo il gesto delle corna: il premier Josè Socrates ha subito definito il gesto del suo ministro «inaccettabile» e ha accolto su due piedi le sue dimissioni.

Niente a che vedere con le corna esibite da Berlusconi nel vertice mondiale di Caceres, in Spagna, sul capo del ministro degli esteri spagnolo Josep Piqué: quelle sono manifestazioni di ironia e di simpatia. Così come il dito medio continuamente alzato da Umberto Bossi, ministro delle riforme istituzionali e del federalismo, col condimento di qualche pernacchia. Infine, per limitarci solo alla cronaca degli ultimi mesi, la ministra degli interni inglese Jacqui Smith ha rassegnato le dimissioni a causa del marito, che aveva chiesto un rimborso allo Stato per l’affitto di due film porno. Dilettanti allo sbaraglio, al cospetto dei curricula criminali di certi “onorevoli” nostrani, che non mollano la poltrona nemmeno se dietro la porta ronzano le sirene della polizia o dei carabinieri.

Proprio sugli indagati per mafia o per reati collegati, il libro di Calasanzio è particolarmente meticoloso e preciso. Forse perchè, essendo nipote di due imprenditori che si chiamavano Borsellino e furono anch’essi uccisi dalla mafia nel 1992, ha per questi temi una sensibilità tutta speciale. Cita interi passi di ordinanze di custodia cautelare, verbali di intercettazione e testimonianze dei pentiti, senza commenti, mettendo il lettore nella condizione di farsi un’idea dalla semplice lettura di documenti ufficiali. Per esempio, a proposito di Totò Cuffaro, ex presidente della regione Sicilia, oggi senatore dell’Udc, condannato in primo e secondo grado per favoreggiamento aggravato alla mafia e imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, che durante una puntata di Annozero, con Calasanzio in studio, infangò la memoria dei suoi cari. La migliore risposta è quella che gli dà Benny: pubblicando il carta canta dei suoi processi.

L’obiettivo del libro, come del Fatto Quotidiano, è smuovere le coscienze degli italiani per aiutarli, con un’informazione il più possibile completa e asettica, a sapere e dunque a reagire. E magari a costringere, prima o poi, questa opposizione invertebrata a fare altrettanto.

A seguire pubblichiamo una sintesi di alcuni dei ritratti presenti nel libro

GIAMPAOLO GANZER
(generale dell’Arma, comandante del Reparto operativo speciale dei Carabinieri)
Questo personaggio è l’esempio massimo di quello Stato che, come scriveva un illuminato Leonardo Sciascia, non potrà mai processare se stesso. E anche quando sarà processato da un altro potere, quello giudiziario, si volterà dall’altra parte, facendo spallucce. Giampaolo Ganzer, sessantuno anni, generale dell’Arma dei Carabinieri, dal gennaio 2002 a oggi è ancora comandante del Ros. Ancora, nonostante il macigno che gli è crollato addosso sotto le sembianze di una condanna a 14 anni e 65mila euro di multa dall’ottava sezione pena-le del tribunale di Milano, presieduta da Luigi Capazzo. Un sorriso beffardo, a questo punto, è inevitabile e dunque concesso. La corte lo ha riconosciuto colpevole di “aver costituito un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, alfine di fare una carriera rapida”.

MARIO MORI
(generale dell’arma e prefetto. E’ stato comandante
del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri e direttore del Sisde fino al 2006)

Lui è il perno attorno a cui gira la cosiddetta “trattativa”. Era lui ad incontrare Vito Ciancimino. Ed è sempre lui, Mario Mori, l’artefice della mancata perquisizione del covo della belva Riina da parte dei Ros, che per diciotto giorni viene lasciato in balia dei mafiosi, i quali portano via tutto e hanno anche il tempo di tinteggiare le pareti. Attualmente il generale rimane sotto processo, assieme al colonnello Mauro Obinu, anche per concorso esterno in associazione mafiosa per la mancata cattura, nel 1995, di Bernardo Provenzano.

PIERGIORGIO ROMITI E PAOLO ROMITI
(ex dirigenti di Impregilo e Fibe, società controllata)
I due Romiti sono indagati per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture durante l’emergenza immondizia a Napoli. L’Impregilo è l’aggiudicataria dell’appalto per la costruzione degli inceneritori in Campania, con un progetto come merito tecnico dalla commissione esaminatrice della gara d’appalto e soprattutto irrealizzabile: prevedeva di produrre più materiale organico stabilizzato rispetto alla quantità di organico presente nei rifiuti. Come se si presentasse un impianto per produrre più vino rispetto all’uva pigiata.

EMILIO RIVA
(proprietario Ilva di Taranto)
Nel 2001 il tribunale di Taranto ha dichiarato Emilio Riva, il figlio Claudio e altri dirigenti Ilva colpevoli di tentata violenza privata, per avere demansionato un gruppo di impiegati dell’Ilva nel 1998. La sentenza è stata confermata nel 2006 dalla corte di cassazione. In pratica Riva, e per questo è ricordato con affetto dai sindacalisti, inventò una dura forma di mobbing, utilizzando la palazzina Laf, laminatoio a freddo, un vero e proprio lager in cui venivano rinchiusi i lavoratori di cui il patron si voleva liberare. Una sorta di licenziatoio, arredato solo con scrivanie e sedie, senza computer o scaffali. Qui gli operai erano tenuti in ozio, con le mani in mano, senza compiti. Ben settanta dipendenti sono stati rinchiusi nella palazzina: hanno accusato depressione e tentativi di suicidio. Il lager è stato sequestrato solo nel 1998 dalla procura di Taranto.

STENO MARCEGAGLIA
(patron del gruppo, padre di Emma, presidente di Confindustria)
Commendatore dell’Ordine della Corona del Belgio. Cavaliere del lavoro. Medaglia d’oro Anita Garibaldi. Insignito della laurea honoris causa in ingegneria dei materiali dal politecnico di Milano. Il 13 dicembre 2006 arriva un riconoscimento internazionale anche dal tribunale di Brescia: una condanna con mensione, nel processo Italicase-Bagaglino, a 4 anni e 1 mese per il reato di bancarotta preferenziale e l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Anche il resto della famiglia non è estraneo alle aule giudiziarie. A Milano, nel processo per la tangente Enipower, il figlio di Steno, Antonio, nel marzo del 2008 ha patteggiato 11 mesi di carcere e condanna sospesa, la confisca di 250mila euro oltre a 500mila euro di pena pecuniaria. Il cavalier Steno è attualmente indagato nell’ambito di un’inchiesta su un vasto traffico illecito di rifiuti dalla procura di Grosseto.

CESARE GERONZI
(banchiere e dirigente d’azienda italiano, presidente delle assicurazioni Generali)
Ha anche un sito internet Cesare Geronzi. Ci sono le sezioni curriculum breve, curriculum sintetico, onorificenze e biografia. Anche facendo attenzione, nessuna traccia della narrazione delle sue avventure giudiziarie. Un vero peccato: avrebbe potuto dedicarvi un’intera sezione del sito, vista la moltitudine di esperienze accumulate. Dopo l’accennata condanna in primo grado nel processo Italcase-Bagaglino, poi assolto in appello, a dargli lustro è stato senza dubbio il crac Parmalat. E’ indagato per usura aggravata e concorso in bancarotta fraudolenta. Secondo l’accusa, Cesare Geronzi avrebbe costretto Callisto Tanzi, patron della Parmalat, ad accollarsi la società Ciappazzi del gruppo Ciarrapico, pluripregiudicato (dallo sfruttamento del lavoro minorile, alla truffa pluriaggravata), amico di Berlusconi, ora naturalmente a scontare le condanne in Parlamento. L’investimento sarebbe stato finanziato da Capitalia, di cui Geronzi era presidente, con tassi da usura. Anche nel filone dell’inchiesta Eurolat, in corso a Parma, società del gruppo Cragnotti per la produzione e commercializzazione del latte, Geronzi è stato rinviato a giudizio per estorsione (capo d’accusa poi caduto) e bancarotta societaria il 5 aprile 2008. atti che quell’operazione fu frutto di un ordine, partito ovviamente dalla questura guidata da Izzo.

HARALD ESPENHAHN
(amministratore delegato del gruppo italiano ThyssenKrupp)
L’amministratore delegato dell’Ast ThyssenKrupp di Terni, Harald Espenhahn, è detentore di un record da Guinnes, tutto italiano: è il primo dirigente industriale in Italia a essere rinviato a giudizio per omicidio volontario con dolo eventuale, riguardo al rogo nell’industria che nel dicembre scorso, a Torino, costò la vita a sette operai. Il gup di Torino, Francesco Gianfrotta, infatti, ha accolto tutte le tesi sostenute dall’accusa rappresentata dai pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso, mettendo nero su bianco che all’amministratore delegato della Thyssenkrupp si è rappresentato la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea Apl5 dello stabilimento di Torino, e ha accettato il rischio. Per Gianfrotta, Espenhahn, nonostante fosse a completa conoscenza dei problemi prendeva dapprima la decisione di posticipare dal 2006/2007 al 2007/2008 gli investimenti antincendio per lo stabilimento di Torino, pur avendone già programmata la chiusura, e poi la decisione di posticipare l’investimento per l’adeguamento della linea cinque a epoca successiva al suo trasferimento da Torino a Terni. Egli ha omesso di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi con riferimento alla linea Avrebbe dovuto mettere a norma lo stabilimento torinese, ma non lo ha fatto e in questo modo non ha evitato il disastro.

NICOLA IZZO
(vicecapo vicario della polizia ed ex questore di Napoli)
A seguito del pensionamento del prefetto Luigi De Sena – spiegano sul sito internet della polizia – Nicola Izzo è stato nominato dal ministro dell’interno – su proposta del capo della polizia e con l’assenso del presidente del consiglio – vice capo della polizia con funzioni vicarie. Nicola Izzo, lo stesso Nicola Izzo, oggi è iscritto nel registro degli indagati per turbativa d’asta nell’ambito dell’inchiesta che sta tentando di far luce sulle presunte irregolarità nell’assegnazione dei lavoriinseritinelpacchettosicurezza, varato a Napoli e provincia nel 2007 dal governo Prodi, per far fronte all’emergenza criminalità. Durante la sua permanenza a Napoli, Izzo era stato duramente contestato per la gestione del No Global Forum, che si era svolto a Napoli il 17 marzo 2001. I no global quel giorno manifestavano contro il Global Forum che era in corso al palazzo Reale. Ci furono durissimi scontri tra i mani-festanti e la polizia. Parecchi giovani furono fermati, addirittura almeno un centinaio prelevati dai lettini degli ospedali e portati alla caserma Raniero Virgilio. All’interno della struttura, secondo le testimonianze, la gente fu pestata ulteriormente, minacciata di morte, umiliata fisicamente e psicologicamente, costretta a subire intimidazioni sessuali, obbligata ad assistere a inneggiamenti al fascismo o persino a inscenarli forzosamente.

(8 novembre 2010)

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