Il No B. Day e la “messa in mora” del Partito democratico
di Giovanni Perazzoli
Le doglianze per la mancata partecipazione del Partito democratico alla manifestazione del 5 dicembre sono naturalmente comprensibili e legittime. E tuttavia, c’è qualcosa in esse che resta fuori fuoco.
La manifestazione non poteva essere appoggiata dal Partito democratico, semplicemente perché, se ci fosse stato un partito d’opposizione, questa stessa manifestazione non ci sarebbe stata.
Lamentare che il Pd non c’era, rischia di avere lo stesso senso che lamentarsi che non c’è la notte quando c’è il giorno (o viceversa).
È vero che questa è stata la prima grande manifestazione al mondo organizzata attraverso internet e senza l’appoggio dei partiti: un “miracolo italiano”, come ha scritto Curzio Maltese. Ma il punto da sottolineare è che i cittadini non si sono autorganizzati, grazie a internet, “al di fuori” del maggior partito d’opposizione, ma proprio a causa e in ragione della sua latitanza. Quando Bersani dice che il Pd ha il compito di “interpretare” le istanze che vengono da “queste nuove energie”, non dice che “queste nuove energie” prendono la parola contro l’assenza (nel migliore dei casi) del suo partito.
Se si vuole definire il significato politico della manifestazione del 5 dicembre, prima ancora che alla sua motivazione manifesta – le dimissioni di Berlusconi –, bisogna guardare al suo significato politico implicito, che è la “messa in mora” del Partito democratico. Il fiume di persone che si è riversato in piazza scavalca evidentemente il Pd.
È equivoco perciò catalogare la mancata partecipazione del Pd come un “errore”. È un regalo di credibilità che si fa al Pd. Chi non vede che della sua cavillosa ambiguità, questo partito ha fatto una ragione d’esistenza?
La mancanza di credibilità non si deve solo al singolare rapporto che questo partito ha con “il principale esponente dello schieramento avversario”. Il centro-sinistra non ne ha quasi imbroccata una anche indipendentemente da Berlusconi. Fa paura quando evoca la necessità di un “grande progetto politico”, visto quello che ha prodotto in passato. Tanto per ricordare qualcosa, ha prodotto una riforma della scuola e dell’università catastrofica (mantenendo alla grande, peraltro, baronie di ogni sorta); non è stato in grado di sostenere una battaglia seria sulla laicità e sui diritti civili; non ha riformato lo stato sociale per portare l’Italia negli standard europei.
Il Pd ha preso la sua strada. È davvero dannoso continuare a supplicarlo di guardare democraticamente verso questa o quella manifestazione organizzata “dal basso”. Queste richieste stabiliscono ruoli e assegnano patenti e alla fine strappano delle parole ambigue, delle partecipazioni “a titolo personale”, che non servono ad altro che a continuare una lunga agonia, aumentando la confusione. Lo stesso Ignazio Marino, in ultima analisi, rinforza l’equivoco, e porta voti a una forza che li disperde.
Abbiamo bisogno di una sinistra moderna e liberal, o, se si preferisce il termine di conio italiano, liberalsocialista: una forza laica, che si proponga, come programma minimo, di recuperare almeno la distanza con il resto d’Europa. Avremmo bisogno di scongelare non solo i voti raffreddati dentro il Pd, ma anche quelli perduti dentro partiti-bandiera come i Radicali, Rifondazione, Verdi etc. Anche loro, tutto sommato, non dovrebbero gioire per quanto è avvenuto il 5 dicembre.
Il grande problema per la sinistra italiana non è strappare il popolo della televisione alle illusioni e agli inganni, ma strappare alle illusione e agli inganni il proprio stesso popolo. La manifestazione del 5 dicembre, come altre manifestazioni oceaniche che ci sono state negli ultimi tempi, rappresenta forse proprio questa cambiamento. Sono il segno di una progressiva emancipazione dai “marchi registrati” delle sinistra italiana. È il miracolo che si attende da questa nuova generazione.
(11 dicembre 2009)
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