Il nuovo ecosistema delle notizie

Pierfranco Pellizzetti

“Questa è la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente!”. La celebre frase con cui l’impavido direttore del Day Ed Hutchinson (Humphrey Bogart) annuncia al gangster mafioso Thomas Rienzi (diventato polacco nella versione italiana) che l’ultima edizione del quotidiano destinato alla chiusura smaschera i suoi crimini, nel film Deadline (L’ultima minaccia, 1952), convinse molti della mia generazione di nutrire un’incrollabile vocazione a fare il giornalista.

Dubito che mezzo secolo dopo (2005) analogo effetto seduttivo sia stato prodotto nei giovani d’oggi dalla pur apprezzabile story-movie Good Night, and Good Luck di George Clooney; nonostante l’epicità della lotta del commentatore televisivo Edward Murrow contro gli orrori del maccartismo.

Perché, nel frattempo, è avvenuta una radicale trasformazione nel modo stesso di fare notizia: il passaggio dalla cultura scritta e dell’oralità radiofonica (riscontrabile anche nella battaglia di Murrow, giornalista formatosi in quel medium) alle modalità imposte dalle nuove forme di comunicazione di massa, in cui l’immagine prevale sull’idea e relative concettualizzazioni.

Insomma, l’ecosistema dell’informazione è da tempo in piena mutazione genetica.
A questo tema cruciale, soprattutto per i sommovimenti che va determinando nella stessa natura dell’ordine democratico, è dedicato il recentissimo saggio di Paolo Costa (La notizia smarrita, Giappichelli, Torino 2010).

Costa, vecchio “cuore gobettiano”, insegna giornalismo e new media nell’Università di Pavia; per cui, con la sua impostazione manualistica, il volume è specchio delle esigenze didattiche che lo hanno originato. Ma nell’analisi volutamente asettica, supportata da una ricchissima messe di dati e informazione, fa sempre capolino il vecchio cuore liberale di cui si diceva; e l’intento diventa quasi esplicito: formare mentalità critiche in grado di muoversi in maniera “kantianamente adulta” nell’universo mediatico in formazione, limitando al minimo i rischi di farsi afferrare dai suoi tentacoli manipolatori; di sfuggire ai condizionamenti della mente effettuati attraverso la produzione di pensiero pensabile.

Dunque, il rapporto tra informazione e democrazia. Del resto una questione che si dibatte dagli inizi del Novecento, nella querelle – che divise il pensiero liberale nordamericano – tra John Dewey e Walter Lippmann. Con il grande giornalista a propugnare il ruolo della propria categoria come intermediaria tra notizia e pubblica opinione, mentre il filosofo prospettava la nascita di comunità civiche cementate dal sapere collettivo. Ciò che allora si chiamava civic o public journalism e ora preferiamo definire citizen journalism.

Il tutto in uno scenario informativo che viene dichiarato in crisi quasi dal suo nascere. Perché – osserva Costa – non è Internet la causa dell’attuale malessere della carta stampata. A partire dal fatto che complessivamente i lettori nel mondo sono in aumento (se nel 2003 gli acquirenti di giornali erano 486 milioni, nel 2007 diventavano 532), seppure con una crescita non distribuita (il balzo in avanti è in prevalenza asiatico) e con evidenti spaccature generazionali (il readership, la presa sul lettore, risulta del 4,52% nella fascia oltre i sessant’anni, mentre precipita al 2,4 tra i ventenni).

In effetti le ragioni di sofferenza vanno anticipate di svariati decenni rispetto all’irruzione del web nelle nostre vite. Questo in quanto il modello jeffersoniano del “giornale cane da guardia del cittadino” è andato in frantumi nel momento in cui la stampa si faceva industria di massa. E la data fatidica risale al lontano 1848, quando il Times di Londra installò la prima rotativa; che andava a sostituire l’antico torchio rendendo possibile la produzione di un numero di copie identiche in breve lasso di tempo. Appariva così – dice Costa – l’informazione di attualità, ovvero la notizia. Ma anche tutta una serie di non trascurabili effetti collaterali: dai processi di concentrazione capitalistica che cannibalizzavano le testate minori al formarsi della lobby degli editori.

Soprattutto, l’irruzione pervasiva della pubblicità, con tutti i suoi mastodontici effetti di condizionamento. L’inevitabile svolta del ruolo della carta stampata dal watchdogging alla più asettica gestione della notiziabilità al servizio del grande pubblico e delle vendite. Il tutto raccontato nel mito della terzietà dell’informazione giornalistica.

Oggi l’intromissione dei new media fa nascere un nuovo mito, quello della produzione dell’informazione dal basso, grazie a uno spazio autogestito di comunicazione orizzontale; nel superamento della catena tradizionale “fatto – giornalista gatekeeper (varco e negoziatore di significati) – opinione pubblica”.

Di certo Internet si sta rivelando uno straordinario diffusore di attivismo attraverso i processi comunicativi e un potenziale contropotere (dei 200 milioni di blog ipotizzati al mondo, la metà sono cinesi); tanto che sono blogghisti alcuni dei principali operatori della notizia vittime della censura dei regimi di cui raccontavano le malefatte (dal sino-dissidente Hu Ja, incarcerato, all’iraniano Mir Sayafi, morto ammazzato). Ma è una trasformazione dell’ecosistema informativo in progress; con aspetti preoccupanti, come quell’eccesso di militanza che stinge in una faziosità a scapito dell’attendibilità. Un effetto che si ritrova anche in recenti imprese nella carta stampata nostrana; dove registriamo una marcata tendenza all’invettiva; che sta all’analisi riflessiva come l’antico comizio da strada al ragionamento pubblico.

Anche in questo caso contorsioni di una democrazia in sofferenza, già a partire dall’essenziale processo di agenda setting. Ricordando le parole di Cristopher Lasch de La ribellione dell’élite: “la democrazia ha bisogno di un vigoroso dibattito pubblico, non di informazione. Naturalmente anche l’informazione serve, ma soltanto quel tipo di informazione che si origina nel dibattito”.

(3 settembre 2010)

Condividi Bookmark and Share



MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.