Il paese dei nati ieri

Massimiliano Boschi

I presupposti del disastro attuale c’erano tutti da vent’anni, da quando i magistrati avevano provato a mettere un “fermino” alle ruberie. Ma noi siamo sempre abituati a girarci dall’altra parte pur di non vedere dove si sta andando. Tranne poi urlare piagnistei quando si va a sbattere.



"Memento" è un film del 2000 in cui il protagonista, Leonard Shelby, a seguito di un incidente non riesce a ricordare nulla di ciò che gli accade ed è quindi in balia di chi vuole approfittarsi della sua debolezza. Privo della memoria è raggirato dai peggiori figuri. Nonostante i presupposti il film non è ambientato in Italia e il protagonista non è un nostro concittadino. E’ un peccato perché qui da noi il regista avrebbe potuto risparmiare ore e ore di casting scegliendo un protagonista già perfettamente calato nella parte in quanto afflitto dalla stessa sindrome. Perché se non siamo colpiti dalla stessa malattia di Shelby è difficile comprendere come l’Italia sia costretta a rivivere ciclicamente le stesse identiche situazioni, quelle in cui qualcuno sfrutta la "smemoratezza" (e l’ignoranza?) del popolo italiano per vendergli paccottiglia di quart’ordine a prezzi spropositati.

Una sindrome già notata da Giacomo Leopardi quando scriveva che la vita degli italiani era "senza prospettive di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo e ristretta al solo presente". D’accordo, Leopardi era un noto pessimista, che dire allora di Montesquieu che ancora prima, nel 1728, a seguito del suo "Viaggio in Italia" scriveva "le repubbliche italiane non sono che miserabili aristocrazie, che si reggono solo per la pietà che si ha per loro e in cui i nobili senza alcun senso di grandezza e di gloria, ambiscono soltanto a conservare il loro ozio e i loro privilegi "?

Le repubbliche sono diventate una sola, l’aristocrazia si è fatta casta, ma tutto il resto coincide perfettamente.
Se a quasi due secoli di distanza siamo costretti a rivivere le stesse situazioni è evidentemente che le esperienze passate non ci sono di grande aiuto. Certo, a molti può venire il dubbio che gli italiani scordino tutto volontariamente, soprattutto le proprie responsabilità, ma questo non toglie che i derubati di risorse, libertà e denari siano comunque la maggioranza, a fronte di una minoranza che si limita a conservare "ozi e privilegi" di cui sopra.

Meglio quindi pensare ad una sindrome “Shelby” che in questi mesi sembra colpire in maniera particolarmente intensa. Perché altrimenti non si spiega tutto questo odio verso i politici da quando al governo c’è Mario Monti. Prima il numero dei "garantisti" (sempre e solo verso i potenti), superava di gran lunga quella di chi puntava il dito contro politici corrotti e disonesti. Fino a pochi mesi fa ci toccavano i sermoni sul garantismo di Emilio Fede, Augusto Minzolini e Giuliano Ferrara, mentre oggi dagli stessi schermi, a tutte le ore, piovono grida contro i politici che "rubano mentre noi facciamo la fame".
Cosa sarà mai cambiato? Gli urlatori di oggi sono nati ieri?
E i "garantisti" di ieri che fine hanno fatto? Prima facevano le pulci alle ribattezzate "toghe rosse" anche se indagavano su corruzione nei tribunali, collusioni con la mafia e speculazioni sulle ricostruzioni del terremoto. Oggi, gli stessi, dalle stesse colonne urlano "alla forca" per "la casta" e "i ladri".

Tutti nati ieri? Tutti afflitti dalla sindrome di Leonard Shelby? O magari è banalmente colpa della crisi? Viene in mente una vignetta anni ottanta di Altan in cui un ragazzino si lamentava con il padre perché il mondo faceva schifo. Al che un annoiato genitore si limitava a chiedere: "Ti hanno rubato di nuovo le Timberland?".
Il punto, in effetti, pare essere proprio questo. Urliamo contro la “casta” solo perché non possiamo più permetterci gli stessi consumi e perché il “capo” è stato dimissionato da altri. Evidentemente il popolo italiano non è capace di prevedere i guai prima che arrivino. Possibile che serva sempre un aiuto esterno? Se non fosse stato per la guerra e per gli alleati ci troveremmo ancora i fascisti che scorrazzano per strada, se non ci fosse stata la caduta del muro di Berlino e la conseguente "mano libera" dei magistrati avremmo ancora la Dc di Forlani ed il Psi di Craxi, e se non fosse stato per la crisi economica mondiale e l’Unione Europea avremmo ancora un capo del governo deriso dall’intero globo terrestre.

Ora molti ripongono le proprie speranze in Beppe Grillo, ovvero nel comico che nel novembre del 1986 (26 anni fa) venne cacciato dalla Rai per aver fatto una battuta sui socialisti "ladri". Ai tempi non vi furono grandi attestati di solidarietà con il comico genovese che si trovò a ripiegare sulle pubblicità degli yogurt. Ma, evidentemente, siamo un Paese per cui vent’anni equivalgono ad un minuto scarso. Immobile nei decenni e, a leggere Montesquieu, anche nei secoli. Tutti pronti a girarsi dall’altra parte pur di non vedere dove si sta andando per poi urlare piagnistei quando si va a sbattere.

I presupposti del disastro attuale c’erano tutti da vent’anni, ovvero da quando i magistrati avevano provato a mettere un “fermino” alle ruberie ma sono stati bloccati molto presto. Principalmente dalla vittoria di Forza Italia che, guarda caso, in quegli anni aggregò attorno a sé proprio i più "forcaioli": gli ex missini di An e i leghisti. Tra i primi Franco Fiorito, "er Batman" che ai tempi lanciava le monetine a Craxi, mentre i secondi sono passati dal cappio di Luca Leoni Orsenigo sventolato in Parlamento, alle università albanesi dove comprare le lauree per il figlio del capo. Il popolo sovrano nel frattempo era evidentemente in altre faccende affaccendato. Perché nell’ultimo anno non vi è stato nessun peggioramento della situazione da questo punto di vista. Tutto era prevedibile.

“Non è vero che dopo Mani Pulite il campo è stato bonificato: sono oltre mille i politici, amministratori, imprenditori e mediatori processati e condannati negli ultimi anni per vicende di corruzione accertate soprattutto nei comuni dell’hinterland milanese” scriveva Gianni Barbacetto su MicroMega del novembre 2004. Mentre riguardo alla Regione Lazio, prima delle ostriche e champagne c’erano state la coca e i trans e prima ancora c’era Storace, a cui non servirebbe aggiungere altro ma, tra le altre cose, fu il protagonista del cosiddetto “Laziogate” che lo costrinse alle dimissioni da ministro della Salute. Va concesso solo che, in una situazione di totale libertà di manovra, la “casta” ha mollato ogni freno. Lidia Ravera che descriveva la “sottoumanità delle intercettazioni telefoniche” in un pezzo intitolato: “Gli scalatori della piramide del maiale ” doveva usare l’immaginazione per descrivere “i piccoli potenti mentre si spostano fra un’alcova, un ministro e uno studio tivvù”. Ora ci sono le foto con tanto di facce da maiale.

Dal canto suo, la sinistra restava incapace di prendere una posizione unica e definitiva su uno qualunque dei temi fondamentali della politica: dai diritti civili alle leggi sull’immigrazione, dalla corruzione alle politiche ambientali.
Per comprendere le dimensioni dell’immobilismo basti ricordare due righe dell’intervista di Michele Serra a Massimo D’Alema pubblicata su Cuore del 5 novembre 1994. Alla domanda di Serra: &q
uot;Quando finirà Tangentopoli?", così risponde D’Alema: "Quando ricomincerà la politica. Ma la politica richiede una nuova classe dirigente democratica in grado di riscrivere le regole". E a Serra non restò che ribattere: "Tu non sei un politico nuovo. Nella prima repubblica eri già un leader…"

Ecco sono passati quasi vent’anni, D’Alema era già “vecchio” allora, Tangentopoli non è mai finita, mentre la classe dirigente democratica lo è di nome, ma non di fatto. Questo non toglie che Massimo D’Alema continui a fare il “prezioso” sulla sua ennesima candidatura al Parlamento, senza contare che se vincesse Bersani siamo certi che ci toccherebbe ritrovarcelo ministro.

Non solo questo ci ha portato alla crisi odierna, pesantissima. Per uscirne, ovviamente, si spera nel nuovo uomo della provvidenza, che si chiami Grillo o Monti ha un’importanza relativa, perché comunque al massimo servirà a farci uscire dall’ennesima emergenza, pronti a ricascarci alla prima occasione. La crisi finanziaria è globale, ma il debito pubblico italiano è figlio del populismo, del clientelismo e della corruzione. Nel frattempo, i tagli lineari si susseguono, la legge sulla corruzione, invece…

(16 ottobre 2012)



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