Il Papa che abdica, un paradigma che cede

Massimo Di Gioacchino

Nell’anniversario della firma dei Patti Lateranensi, il cattolicesimo del XXI secolo si trova ad un passaggio epocale.



L’abdicazione di Benedetto XVI al soglio pontificio è una di quelle notizie che scardina i quadri di riferimento di un mondo. Essi non sono solo quelli del cattolicesimo romano ma indirettamente di gran parte di quella società, maggioritaria in Italia e in gran parte della Vecchia Europa, che nei secoli ha trovato nella tradizione cattolica e nel primato del papa i riferimenti della propria spiritualità e della proprio impegno politico. Lo straordinario affollarsi delle agenzie stampa delle dichiarazioni dei capi di stato di tutto il mondo attesta l’entità dell’evento. Ad oggi risulta impossibile pensare che le dimissioni non avranno effetti straordinari sulla vita interna della Chiesa, sulla sua impalcatura, ma soprattutto sull’ideologia che la sorregge.

Il primato del vescovo di Roma non è infatti uno dei vari modi di espressione della teologia romana, bensì da sempre il suo cuore pulsante. La tradizione cattolica lo vuole istituito da Cristo, che nomina Pietro suo successore: “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa…” (Mt 16, 18). Il Papa è, ancora oggi, nella teologia cattolica il vicario di Cristo in terra. La sua infallibilità è sancita dalla costituzione dogmatica Pastor Aeternus del 1870, ancora vigente. Il suo operato è considerato perennemente ispirato dallo Spirito Santo, come d’altronde la sua elezione, che non è un fatto umano bensì "divino".

Un papa che nel pieno delle sue capacità mentali – e in fondo anche fisiche, a meno che la vecchiaia venga considerata una malattia – rifiuta il ruolo che Dio e Cristo gli hanno conferito nel mondo, rappresenta una rottura nell’equilibrio storico proprio del cattolicesimo tra politico e spirituale. Quando Celestino V il 13 dicembre 1294 fece altrettanto, non solo ebbe bisogno di una bolla ad hoc che lo potesse dispensare, per “gravi motivi” (!), ma lo fece dopo solo 4 mesi, in circostanze e contesti assai diversi. L’impressione che se ne ebbe fu grave e si riversò nei celebri versi danteschi della Divina Commedia: “Che fece per viltade il gran rifiuto”. D’altronde il predecessore di Giovanni Paolo II, anche quando era ridotto ad uno stato di grave infermità fisica, non pensò mai di abdicare. Perché il Papa, in un periodo di tecnici, resta un sacerdote. La sua guida è prima di tutto spirituale, teologica. Gli sforzi mondani del Papa sono da sempre supportati da numerosi organi e figure che svolgono ogni tipo di impegno e che suppliscono, nel caso ce ne fosse bisogno, ai suoi impedimenti.

Nell’anno della fede, che la vuole dispensatrice di ogni energia volta a migliorare il mondo e portare il Vangelo agli uomini, il gesto che il sommo pontefice compie non può essere interpretato come un atto di coraggio, ma come una resa. Agli occhi umani il rifiuto ad un impegno gravoso è cosa comprensibile. Ma il Papa, almeno fino ad oggi, non era semplicemente un uomo ed il compito di guidare il suo gregge non gli derivava dagli uomini, ma da Dio. Questo la teologia cattolica lo ha sempre professato e su questo dovrà confrontarsi.

Tal compito sembra invece non sentirlo l’informazione più quotata. Alcuni commentatori autorevoli in queste ore si sono richiamati ad un presunto “diritto” del Papa a dimettersi, se stanco. Se questo principio già cozza con la più accomodante etica protestante, certo non aveva mai trovato ospitalità nel mondo cattolico. In passato molti sono stati i papi malati, e nessuno aveva invocato per loro un qualsiasi voglia diritto alla pensione. Non senza ragione il teologo (eterodosso) Vito Mancuso ha parlato di un “modo laico di dimettersi”. Pronunciate in riferimento a Ratzinger, solo ieri sarebbero sembrate assurde. Ma più indistintamente il coro maggioritario oggi recita: “E’ per il bene della Chiesa”. Come non far notare che il Papa stesso è il cuore della chiesa, ed un papa che abdica in fondo fa abdicare la chiesa stessa. Migliaia di preti che combattono, “soffrono”, nelle situazioni più disagiate del pianeta, stasera si troveranno a pregare per un Papa stanco, che non ce la fa a sostenere il proprio ruolo. Unico fra tanti, l’ex segretario privato di Giovanni Paolo II, il cardinale polacco Stanislao Dziwisz, ha dichiarato severo: “Dalla croce non si scende”.

C’erano stati segnali? In questi momenti è difficile uscire dalla constatazione della rottura di un paradigma. Di sicuro il gesto di Ratzinger non è stato una scelta personale. Paradossalmente è proprio la natura del suo potere, assoluto, gerarchico e irreprensibile, che espone il vicario di Cristo alla necessità di un confronto interno, in primis con l’alto clero. Questo è avvenuto probabilmente anche prima dell’annuncio delle dimissioni. Come dire: le cause ci sono, e non si riducono agli impeti della coscienza di un uomo.

D’altronde come non pensare all’affare Vatileaks del novembre 2010, alla fuga di notizie, al processo al maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, durante lo scorso autunno. Qualcuno aveva parlato di fronde interne al Vaticano, notizia subito smentita. Anche a suo tempo era stato difficile pensare che un uomo solo potesse compiere un gesto del genere, da sé. Qualcos’altro si era mosso pochi giorni fa, quando il ministro vaticano per la Famiglia, Monsignor Vincenzo Paglia, aveva invece aperto al riconoscimento di diritti (individuali!) per le coppie omosessuali. La svolta, in verità assai timida, aveva suscitato molto scalpore ed era apparsa come un segnale di cedimento rispetto a quella linea, conservatrice post-conciliare, che i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano assunto in maniera netta, seppur con stili diversi.
Tuttavia al calare della sera la vera cifra della giornata sembra venire dal paragone con la storia. Oggi, 11 febbraio 2013, nessuno si ricorderà della firma dei Patti Lateranensi. Qualcosa di più grande è successo.

(11 febbraio 2013)



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