Il paradosso di Moore. Ovvero: le “Larghe Offese” come patto tribale, ma anche squisitamente umanitario

Valerio Magrelli

I.
Il paradosso di Moore (1942), tratta dell’assurdità
di affermare una proposizione
e al contempo affermare di non crederci.
Detta “p” una proposizione, il paradosso recita:
“p, ma io non credo che p”, o in altro modo:
“Io credo che p, ma non p”. Nella versione classica
l’effetto è insomma: “piove, ma non ci credo”.
Entrambe le frasi descrivono uno stato di cose possibile.
Esaminate separatamente non hanno errori,
ma è nella loro interazione, che perdono di senso,
al punto che per Wittgenstein tale paradossalità
sarebbe molto prossima all’autocontraddizione logica.

II.
71 anni dopo, il paradosso torna, ma in politica:
basta cambiare la “p” con una “B” italiana.
Nel nostro Parlamento entrambe le fazioni
descrivono uno stato di cose possibile.
Esaminate separatamente non hanno errori,
ma è nella loro interazione, che perdono di senso,
al punto che a chiunque tale paradossalità
appare molto prossima all’autoconservazione clanica.

(8 novembre 2013)



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