Il Pd e la crisi involontaria

Andrea Fabozzi

, il manifesto, 11 novembre 2010

«Perché si perde tutto questo tempo?» ha chiesto ieri il segretario del partito democratico. Forse perché proprio lui, Bersani, sta (l’espressione è sua) «traccheggiando». Ieri, qualche minuto dopo che Gianni Letta aveva certificato la fine del governo, il segretario del Pd ha annunciato che è partita la raccolta di firme per la mozione di sfiducia a Berlusconi. «È partita» fa un po’ ridere, visto che si tratta di raccogliere 63 firme e il Pd ha 206 deputati e una mozione del genere avrebbe potuto presentarla – in cinque minuti – mesi fa. L’annuncio, evidentemente, serve per dare un’impressione di movimento, per fare ammuina. Così come la preannunciata mozione di sfiducia a Bondi è stata solo preannunciata, non presentata dopo il crollo di Pompei. Altrimenti il ministro sarebbe andato giù portandosi dietro il resto del governo.

Perché, invece, il Pd presenta adesso la mozione contro Bondi, con il risultato che sarà discussa, se tutto va bene, tra un paio di settimane? La spiegazione ufficiale – «volevamo sentire prima il ministro» – è un’altra barzelletta, perché era poco probabile che Bondi potesse annunciare che la domus dei gladiatori è stata ricostruita. È evidente invece che Bersani ha preferito non mettere in difficoltà Fini piuttosto che mettere in difficoltà Berlusconi. Altrimenti perché, per fare qualche altro esempio, l’emendamento al trattato con la Libia che ha costretto Fini a uscire allo scoperto è stato un’iniziativa dei radicali? E perché il Pd all’ultimo momento ha accettato di rinviare il voto sulla decadenza del deputato Drago, un’altra scelta che mette in imbarazzo i finiani?

Perché il Pd ha scelto di «traccheggiare» da luglio, da quando Fini si è diviso da Berlusconi, o addirittura da aprile, da quando i due hanno platealmente rotto, scegliendo come stella polare della sua azione politica il governo di transizione. Bersani ha legato allora il suo destino a quello di Fini e da allora c’è rimasto attaccato. Porsi il problema di cambiare la legge elettorale, dunque cercare di far durare la legislatura con un’altra maggioranza, all’inizio poteva non essere sbagliato.

Sbagliato è stato andare avanti per mesi con quell’unico obiettivo. Lo hanno fatto per interesse personale, per paura delle elezioni? Forse la verità è persino peggiore, visto che a un certo punto anche il Pd ha capito che Berlusconi era precipitato nel suo punto più basso e che più debole di così non sarebbe mai stato. Anche a quel punto, però, Bersani ha continuato a preferire le ragioni dell’alleanza (ipotetica) con Fini e Casini a una scelta chiara e comprensibile. Poi se qualcosa è cambiato è stato perché Fini si è staccato, non perché Bersani si è mosso.

Per mesi, quando si sono moltiplicate le giornate di protesta e le manifestazioni contro il governo morente, fino al 16 ottobre della Fiom, Bersani ha scelto di puntare tutto sulla tattica parlamentare cercando un paracadute prima del salto nel vuoto – una volta pensò di averlo trovato in Tremonti. Poi, quando avrebbe potuto creare mille incidenti in parlamento, ha deciso di puntare sulla piazza. E anche qui a modo suo, anzi a modo solo suo. Infatti ha risposto no a Vendola e agli altri che gli chiedevano di fare dell’11 dicembre una manifestazione comune della coalizione di centrosinistra. Una porta in faccia ai potenziali alleati che si spiega col ritorno della tentazione «maggioritaria». Per vedere il Pd suicidarsi nello scontro a sinistra, e rianimare Berlusconi nel frattempo, tanto valeva tenersi Veltroni.

(11 novembre 2010)

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