Il Pd e la lettera di Draghi
Emilio Carnevali
In un suo celebre articolo uscito il 29 gennaio del 1982 sul manifesto Federico Caffè formulava una serie di acute e malinconiche riflessioni sulla «solitudine del riformista». Un lamento che certo non potrebbe sollevare il suo allievo Mario Draghi, che con Caffè si è laureato nel 1970 all’Università La Sapienza di Roma con una tesi intitolata “Integrazione economica e variazioni dei tassi di cambio”. Infatti la lettera cofirmata da Draghi e dal presidente uscente della Bce Jean-Claude Trichet – datata 5 agosto e resa pubblica dal Corriere della Sera lo scorso 29 settembre – non è stata accolta dal sistema politico italiano con quella indifferenza o addirittura «derisione» evocate da Caffè in riferimento al proprio caso, oppure da un altro grande economista italiano, Luigi Einaudi, che addirittura intitolò “Prediche inutili” una sua raccolta di scritti pubblicata alla fine degli anni Quaranta.
È ovvio che la assai maggiore capacità di convincimento del duo di vertice della Bce non è semplicemente da addebitarsi alla oggettiva bontà del programma prescritto – che il maestro di Draghi avrebbe bollato come ispirato dagli «strali del retoricume neoliberista (sempre dello stesso stampo)» – bensì al ben più persuasivo potere di intervento della stessa Bce sui titoli del debito pubblico italiano (in quei primi giorni di agosto il differenziale di rendimento dei btp con i bund tedeschi aveva sfiorato i 400 punti base).
Ma l’effetto dell’ormai celebre lettera sta andando molto oltre il recepimento di molte delle indicazioni ivi contenute da parte della manovra finanziaria varata dal governo nel corso dell’emergenza estiva. Insieme al “Manifesto delle imprese per salvare l’Italia” presentato da Confindustria ha costituito un importante fattore di coagulo nel movimento centripeto che sta interessando la politica italiana in questa fase di crepuscolo dell’era berlusconiana e di preparazione al “dopo”. Solo alla luce di queste dinamiche possono essere compresi anche i conflitti che attraversano il campo dell’opposizione, fondati su questioni solo apparentemente “politiciste” come le primarie, la legge elettorale, il governo di transizione e le elezioni anticipate.
La linea del fronte non si sovrappone ai confini delle varie forze politiche: taglia infatti a metà il Partito democratico, all’interno del quale si è recentemente sviluppato un acceso dibattito sull’opportunità di un “governo del Presidente” o di “salvezza nazionale”, cui potrebbe dare vita il Parlamento grazie ad un vasto accordo fra tutti i “soggetti responsabili” all’indomani della caduta di Berlusconi e dunque senza andare subito alle urne.
Di entrambi gli scenari in campo – governo di transizione vs elezioni subito – è stata data una lettura in termini di lotta per la leadership. Se si andasse direttamente alle elezioni il candidato “automatico” del Pd – anche in vista di primarie di coalizione – sarebbe l’attuale segretario Pierluigi Bersani. Nel caso di fine naturale della legislatura nel 2013, invece, ci sarebbe il tempo per riaprire la partita da parte della minoranza interna, magari sostenendo la corsa di un outsider come Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze incarna un profilo molto più funzionale ad un alleanza al centro che allo “schema di Vasto” (Pd-IdV-Sel), ma sarebbe nel contempo capace di pescare nel ricco mare dell’antipolitica nel nome di un “neo-nuovismo veltroniano” declinato in termini di lotta generazionale.
Limitare l’analisi di questi conflitti ad una pura questione di candidature e leadership sarebbe tuttavia fuorviante. Sullo sfondo si può scorgere una divaricazione strategica che ha avuto nella lettera della Bce e nel Manifesto di Confindustria solo le ultime manifestazioni in ordine di tempo. Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Pd e molto vicino al segretario Bersani, ha così commentato la missiva di Draghi e Trichet: «Soltanto parte delle raccomandazioni della Bce sono utili. È negativo anche ai fini dell’abbattimento del debito pubblico, come ormai dovrebbe essere chiaro, l’insistenza ideologica sulla flessibilità del lavoro e sul superamento del contratto nazionale, la completa disattenzione alla domanda aggregata e l’affidamento esclusivo alle misure supply side per lo sviluppo». Una critica chiaramente improntata a quel riformismo a forte identità “laburista” e keynesiana che ha caratterizzato – pur con qualche contraddizione – anche recenti documenti ufficiali del partito, come ad esempio il testo “Europa-Italia. Un progetto alternativo per la crescita. Contributo del Pd al Programma Nazionale di Riforme” presentato lo scorso marzo.
Molto diversa – lo ha notato per primo su questo sito Sergio Cesaratto – è stata invece l’accoglienza della lettera della Bce da parte dell’ala moderata del Pd.
A questo riguardo una delle prese di posizione più significative è venuta da Enrico Letta, che sulla missiva firmata Draghi e Trichet ha dichiarato: «È siderale la distanza tra quelle analisi e ciò che il governo ha concretamente fatto. Da lì dovrà ripartire il prossimo esecutivo». Anche sul Manifesto di Confindustria il vicesegretario del Pd si è espresso con parole di inequivoco sostegno: « È un testo in larga parte condivisibile che indica obiettivi ambiziosi e parte da una giusta analisi dei problemi dell’Italia e delle risorse a cui attingere per ripartire. È chiaro che non è l’attuale governo ad essere in grado di affrontare quelle priorità. Noi siamo pronti al confronto e alla sinergia con la volontà riformatrice che quel manifesto esprime».
Nella scia di Letta si è subito inserita la minoranza guidata da Walter Veltroni, Paolo Gentiloni e Beppe Fioroni. Ieri l’ex sindaco di Roma ha presieduto un’assemblea della sua corrente – MoDem – puntando il dito contro il «deficit di innovazione» che caratterizzerebbe la linea ufficiale del partito e ha stigmatizzando le posizioni critiche espresse nel Pd sulla lettera della Bce.
A questo punto è necessario chiedersi: quale tipo di governo potrebbe dare attuazione ad un programma delineato lungo le direttive di Trichet-Draghi e di Confindustria e, in ultima analisi, dentro una cornice non incompatibile con il “progetto del Lingotto” che ancora ispira l’iniziativa della minoranza veltroniana tornata combattiva dentro il Partito democratico? Certamente un “governo di pacificazione” – magari presieduto da un tecnocrate di indiscusso prestigio internazionale come Mario Monti – sarebbe più funzionale a questo disegno che un “governo politico” di centrosinista, soprattutto se dovesse stabilizzarsi l’alleanza del Pd con Vendola e Di Pietro. Un esempio fra tanti dei problemi che in questo secondo caso potrebbero sorgere: difficilmente IdV e Sel, dopo aver fortemente sostenuto i referendum sull’acqua e i beni comuni (e dopo aver incassato i dividendi politici di quella vittoria), accetterebbero senza colpo ferire la «complessiva, radicale e credibile strategia di riforme» bastata sulla «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali» attraverso «privatizzazioni su larga scala» che viene su
ggerita nel testo della Bce.
Bersani si trova come al solito nella difficile condizione di dover tenere insieme istanze molto distanti fra loro. Diversamente da Mario Draghi, il leader del Pd non è laureato in economia ma in filosofia, con una tesi su Gregorio Magno. Secondo questo grande papa del quinto secolo «tutti coloro che sono al potere devono tener presente in se stessi più l’uguaglianza della natura che la superiorità del grado e devono essere più lieti di aiutare gli uomini che di comandarli». Un insegnamento che può essere molto utile ad un leader di partito affinché non trascuri le virtù dell’umiltà, della mediazione e dell’ascolto. Ma coloro che vanno ascoltati non sono solo i dirigenti di una minoranza interna: siamo sicuri che la base e gli elettori del Pd, gli oltre tre milioni di donne e uomini che hanno partecipato alle ultime primarie per l’elezione del segretario, siano più d’accordo con Marcegaglia e Draghi che con i movimenti sociali impegnati nella difesa dei beni comuni e del welfare?
(11 ottobre 2011)
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