Il precipizio o la salvezza

Paolo Flores d'Arcais

, il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2010

Cari Di Pietro e Vendola, forse sono io che prendo lucciole per lanterne, ottenebrato da un pessimismo ingiustificato. Alcune cose, tuttavia, continuano ad apparirmi terribilmente chiare. Quella fondamentale, per cominciare: se Berlusconi vince le elezioni anticipate diventa il prossimo presidente della Repubblica, trasforma la Corte costituzionale in una privatissima “corte dei miracoli”, cambia la Costituzione come più gli piace, e per sfregio nomina Previti e Dell’Utri senatori a vita. Vi chiedo perciò una volta di più: avete un solo argomento (argomento razionale, non “pio desiderio”) per convincermi che esagero? Sarei felicissimo di ascoltarlo e darvi credito, ma empiricamente parlando Berlusconi ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che appena può fa strame di democrazia senza il minimo ritegno e con ogni mezzo. Se vince attuerà il suo programma originario, confessato a suo tempo per interposto Previti: non farà prigionieri. Trovo perciò agghiacciante la “normalità” con cui le forze politiche non berlusconiane stanno affrontando la situazione. Neppure da irresponsabili ma da allucinate, in una cecità volontaria (e dunque più che mai colpevole) di fronte all’esito che il loro piccolo cabotaggio rende scontato: l’assassinio delle democrazia italiana nata dalla Resistenza.

Secondo elemento: Berlusconi vuole le elezioni al più presto perché sa tutti i crimini che ha commesso (o che hanno commesso i suoi più stretti sodali e complici), e che ogni giorno potrebbero venire scoperti, malgrado la rete ormai evidente (perché nella punta dell’iceberg intercettata) di toghe di regime che ha approntato. Deve perciò strangolare definitivamente la possibilità che la legge possa valere “eguale per tutti”, prima che il disvelamento giudiziario di ennesime ruberie o mafiosità faccia traballare e tracollare i suoi consensi. Inoltre, vuole andare alle urne con questa legge elettorale, e soprattutto con l’attuale dominio totalitario sul sistema televisivo.

È il tempo di lottare, non di guardare
D i fronte a una situazione di così cristallina tragicità, possibile che le forze non berlusconiane continuino a cincischiare? Possibile che – pur continuando a restare divise su tutto il resto – non vogliano trovare subito quel minimo comun denominatore capace di togliere a Berlusconi gli strumenti (legge elettorale e monopolio tv) di un eccidio costituzionale annunziato? Possibile che abbiano tutte la vocazione delle vittime sacrificali? Perché Berlusconi offre a tutti monili ghirlande e tappeti di fiori, al culmine dei quali per chi non obbedisce perinde ac cadaver ci sarà però sempre e solo il coltello affilato dell’officiante. Fini sembra alla fine averlo capito, che con il dominus del Giornale sarà un mors tua vita mea, e un sussulto di istinto di sopravvivenza potrebbe accadere anche agli altri, se noi cominciamo a fare la nostra parte: a lottare anziché stare a guardare.

E dunque, cari Di Pietro e Vendola, perché non cominciate (cominciamo) ad incalzare tutte le forze politiche con proposte adeguate? Perché tanto il Pd non ci starà mai, mi risponde Antonio. E dobbiamo puntare sulla manifestazione della Fiom di novembre, mi ammonisce Nichi. Al primo vorrei ricordare che il Pd non sa quello che vuole, e comunque quello che vorranno e faranno gli altri dipende sempre, almeno in parte, da quello che vogliamo e facciamo noi (da quanto e come lottiamo). Altrimenti sarebbe più logico accoccolarsi fatalisticamente sulla riva del fiume. Se in questi anni non ci fosse stato chi nel paese (i movimenti) e in Parlamento (Di Pietro) ha tenuto alta la bandiera della legalità, credo che la “rottura” di Fini su questo tema non sarebbe mai avvenuta. Al secondo vorrei suggerire il timore – niente affatto campato in aria – che se non impediamo a Berlusconi di vincere le elezioni quella di novembre potrebbe essere l’ultima manifestazione della Fiom.

Una strategia d’azione su 3 linee
E cco perché credo sia molto più che urgente, sia – alla lettera – improcrastinabile, una strategia d’azione che si muova contemporaneamente su tre linee: preparare per fine settembre una grande manifestazione nazionale di tutta la società italiana ancora civile, con l’obiettivo “Fuori Berlusconi, elezioni democratiche, basta criminali al potere, governo di legalità”; proporre una nuova legge elettorale a tutte le forze non berlusconiane; lanciare una martellante campagna informativa e propagandistica sulla sicurezza dei cittadini, dimostrando come le leggi di Berlusconi (ma purtroppo anche tante del centrosinistra) la mettano vieppiù a repentaglio favorendo ogni genere di criminalità. E come i diritti dei lavoratori, oggi calpestati, siano l’altra faccia della liberazione dalle cricche.

È possibile che tutto ciò non serva. Che malgrado un’ondata di passione civile, e di resipiscenza e intelligenza delle forze politiche, Berlusconi riesca a imporre le elezioni secondo il quando e il come della sua volontà. In tal caso le affronteremo, anche se non democratiche. Ma aver dispiegato il massimo di lotta per impedire elezioni truccate avrà intanto accresciuto le chance dell’opposizione. Mezzo secolo fa, contro la legge truffa, le opposizioni non si dedicarono a minuetti, mobilitarono il Paese. Ma soprattutto si tratterà di andare alle urne senza ripetere gli errori del passato. Per parlarci chiaro: si tratta di trovare un candidato da contrapporre a Berlusconi che non regali all’aspirante duce la carta dell’antipolitica, risorsa strategica sulla quale dal 1994 si vincono e si perdono le elezioni (e che poi “antipolitica” non è, ma sacrosanta voglia di una politica autentica, non più sequestrata dalle nomenklature partitocratiche).

Già nel ‘94 la vittoria era certa, se il narcisismo non avesse spinto il Pds a candidare un politico di mestiere e per sovrammercato l’ultimo segretario del Pci. Bastava una figura di indipendente di sinistra, di cui era ricca la società civile.

Davanti il precipizio o la salvezza
E bastò un “mezzo e mezzo”, rispetto al ceto politico di mestiere, quale era Prodi, per vincereduevolte.Dunquenonsarà Chiamparino, e meno che mai Bersani, ma non sarai neppure tu, caro Nichi, a poter davvero raccogliere tutto il potenziale di passione civile che credo sia già maggioritario nella società e che va traghettato integralmente nelle urne. Di fronte a momenti che possono segnare il precipizio o la salvezza di un paese, mettere la sordina ad aspirazioni personali legittime, e in soffitta i patriottismi di bottega, è il minimo che si possa pretendere. Cerchiamolo, questo candidato, anche attraverso le lotte. Su cinquanta milioni di italiani è statisticamente impossibile che non ce ne sia più d’uno.

(13 agosto 2010)

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