Il presidenzialismo che c’è già

MicroMega

di Emilio Carnevali

Le parole che Berlusconi ha pronunciato ieri di fronte alla platea degli imprenditori brianzoli – “cari amici imprenditori, state tranquilli, alla democrazia e alla libertà ghe pensi mì…” – suonano ancor più sinistre ora che, a seguito della bocciatura del Lodo Alfano, si è riaffacciata l’ipotesi di una “grande riforma” in senso presidenzialista con la quale il premier potrebbe sparigliare le carte e chiamare il Paese a quel referendum sulla propria persona che è sicuro di poter vincere.

Lo scenario appare ancor più inquietante alla luce di un’ulteriore considerazione: il presidenzialismo, di fatto, c’è già.
Il tratto qualificante del sistema parlamentare (ciò che lo distingue da un ordinamento di tipo presidenzialista) è costituito dal rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo. In un Parlamento sostanzialmente “nominato” dai leader dei partiti sono più i parlamentari della maggioranza a doversi assicurare la fiducia del capo del Governo che viceversa.

Per quanto poi concerne i processi di produzione normativa, è ormai da tempo che assistiamo a una serie di abusi, come il continuo ricorso ai decreti legge e ai decreti legislativi delegati, del tutto incompatibili con un assetto costituzionale fondato sulla centralità del Parlamento. La questione di fiducia (che obbliga il Parlamento a votare sul testo originario di un articolo di legge, facendo cadere gli emendamenti presentati dall’opposizione) è ormai utilizzata con estrema frequenza non solo “contro l’opposizione” ma anche “contro la maggioranza”, per costringerla, sotto la minaccia delle dimissioni del Governo, a votare un testo non gradito. E molto spesso è posta su maxi-emendamenti che assemblano diversi progetti di legge in un solo articolo, che viene dunque approvato con un solo voto (eludendo così l’articolo 72, comma 1, della Costituzione, secondo il quale la votazione della legge deve avvenire “articolo per articolo”).

È dall’inizio degli anni ’80 che nel nostro Paese si parla di una “grande riforma” per rafforzare i poteri del capo del governo. Dopo il fallimento del cosiddetto “decalogo Spadolini” (primo governo Spadolini, 1981-1982) si è aperta la fase delle Commissioni parlamentari per le riforme istituzionali. Ma sia la commissione “Bozzi” (1983-1985) che la Commissione Iotti-De Mita (1992-1994) si sono mosse ancora nel solco di una forma di governo di tipo “parlamentare”.

È con la bicamerale di D’Alema (1997-1998) che si è passati a proposte di innovazioni di tipo semi-presidenzialista. Nel frattempo era anche intervenuto il mutamento della legge elettorale in senso maggioritario che ha gravemente indebolito i vincoli posti dai Padri Costituenti – i quali presupponevano un sistema di tipo proporzionale – all’azione delle maggioranze parlamentari per le iniziative di revisione della Costituzione.

La centralità dell’esecutivo e l’insofferenza per le minoranze detentrici di un presunto potere di veto (ostacolo al “primato della decisione”) sono dunque elementi che si sono affermati con il concorso attivo – culturale prima ancora che politico – dell’opposizione (solo per citare l’esempio più recente è possibile ricordare l’appoggio dato dal Partito democratico e dall’Italia dei Valori allo sbarramento al 4% alle elezioni europee con il quale si sono tolte di mezzo le liste di sinistra. La speranza implicita era quella di assorbirne l’elettorato orfano non tramite l’iniziativa politica bensì in virtù del ricatto elettorale del “voto utile”).

Lo scenario che oggi ci si para dinnanzi è dunque frutto dell’incontro fra questo processo di lungo periodo e le pulsioni autoritarie della cultura d’azienda (istituzione verticale per eccellenza) del nostro Presidente del Consiglio. Individuare le responsabilità e fare autocritica sono i due presupposti per poter condurre un’opposizione all’altezza della situazione.

(13 ottobre 2009)

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