Il rischio del ristagno globale

Paolo Guerrieri

Com’è avvenuto durante altre profonde crisi del passato, non sorprende che anche oggi torniamo a domandarci se il sistema capitalistico – oggi dominante – sarà in grado di sopravvivere e/o sulla base di quali riforme saprà favorire una definitiva uscita dalla crisi.

, l’Unità, 4 novembre 2012

La grande crisi economica e finanziaria esplosa nel 2007-2008 è lungi dall’aver esaurito i suoi effetti e rende oltremodo incerte le prospettive a breve e medio termine.
Com’è avvenuto durante altre profonde crisi del passato, non sorprende che ci si domandi con sempre maggiore frequenza se il sistema capitalistico – oggi dominante – sarà in grado di sopravvivere e/o sulla base di quali riforme saprà adattarsi e rinnovarsi in modo da favorire una definitiva uscita dalla crisi. Una Conferenza internazionale svoltasi la scorsa settimana in Cina a Pechino nell’ambito del World Beijng Forum ha offerto una serie di risposte, che rivestono un qualche interesse. Provo a sintetizzarle qui di seguito con rapidi tratti.

Largamente condiviso è il dato di partenza della discussione: a cinque anni dall’inizio della grande crisi lo stato dell’economia globale appare tutt’altro che rassicurante. Un netto rallentamento della dinamica di crescita è in atto a livello mondiale, alimentato dalla fase recessiva in corso in Europa, da una anemica ripresa negli Stati Uniti, dalla brusca frenata del ritmo di espansione in Cina e nella maggior parte dell’area emergente. In assenza di significativi mutamenti si profila il rischio concreto per tutta l’area avanzata, inclusi Stati Uniti e l’area Euro, di un periodo prolungato di ristagno economico, stile giapponese, che si potrebbe estendere di qui al 2020.

Anche la causa di fondo di andamenti così deludenti è largamente condivisa: l’esplosione di una crisi economica e finanziaria, completamente diversa da quelle cicliche del secondo dopoguerra e derivante da un eccesso strutturale di debiti, sia privati che pubblici, finalizzato a sostenere per oltre dieci anni, grazie alla smisurata crescita dell’intermediazione finanziaria, domanda di consumi e bolle immobiliari, coinvolgendo famiglie-consumatori, banche e governi. Da qui ha preso, poi, le mosse un processo prolungato e costoso di forzoso deleveraging (riduzione dell’indebitamento), al fine di aggiustare i dissestati bilanci. È un processo tuttora in corso e che continuerà a lungo, come dimostrano analoghe esperienze del passato.

È sempre l’esperienza storica a insegnarci che una crisi da eccesso di debiti ha due maggiori conseguenze. Una di natura politica legata alla distribuzione dei costi del necessario aggiustamento, sia tra Paesi – in Europa coinvolge Paesi creditori e debitori – che all’interno dei Paesi, soprattutto tra comparto finanziario e settori dell’economia reale. La seconda è una conseguenza più di carattere economico, in quanto il deleveraging finisce inevitabilmente per creare un vuoto di domanda effettiva, a livello nazionale e globale, che è il fattore determinante del ristagno prevalente in tutta l’area avanzata.

Per contrastarlo sono state finora tentate sia politiche di sostegno e stimolo alla domanda effettiva, di stampo keynesiano, soprattutto in alcuni Paesi, come gli Stati Uniti; sia politiche basate sull’offerta, le cosiddette riforme strutturali, in particolare in Europa. Hanno entrambe funzionato poco e male. Perché non sono state in grado di stimolare un nuovo durevole ciclo espansivo, e ciò a causa del circolo vizioso in cui appare oggi intrappolata l’area avanzata e in cui rischia di trascinare anche la Cina e il resto dei Paesi emergenti, che è così riassumibile: le forze di mercato non sono autonomamente in grado di generare una ripresa rapida della domanda, ma non riescono a generare neppure l’aggiustamento strutturale dal lato dell’offerta in assenza di una espansione della domanda.

Si può uscire da questa trappola del ristagno? Soluzioni economiche in realtà esistono. Certo non generici sostegni alla domanda di consumo; servono in realtà, unitamente a riforme strutturali nei singoli Paesi, massicci investimenti a medio e lungo termine, pubblici e privati, in una serie di comparti in grado di creare posti di lavoro oggi e accrescere la produttività in futuro (quali in particolare infrastrutture materiali e immateriali, istruzione, mobilità, energie rinnovabili). Solo in questo modo sarà possibile stimolare la domanda e aggirare contemporaneamente le strozzature esistenti dal lato dell’offerta, sia nell’area più sviluppata che in quella emergente.

Le difficoltà maggiori non sono rappresentate dalle risorse per il loro finanziamento, che si possono reperire in vari modi; quanto da fattori politici legati al conflitto distributivo sui costi dell’aggiustamento. All’interno dei Paesi è l’economia reale che sta pagando i maggiori costi, mentre il comparto bancario e finanziario è uscito dalla crisi ancora più concentrato e potente. La finanza, in effetti, rappresenta oggi il vero tallone d’Achille del sistema capitalistico, l’epicentro di una nuova possibile crisi globale dagli effetti ancora più devastanti di quelli sperimentati in questi anni. Di qui la priorità assoluta di un processo di riforma del comparto finanziario, che sia vasta e profonda, all’insegna dell’imposizione di più regole, più capitale, meno debito, più trasparenza. Ma è proprio quanto il fenomenale potere delle lobby finanziarie è riuscito finora a bloccare, pressoché ovunque, spingendo l’economia globale verso una fase di ristagno. Se non si riuscirà a rimuovere questo stallo, il rischio è che possa estendersi all’intero decennio in corso.

(5 novembre 2012)



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