Il vento del gelsomino soffia sull’Europa
Marco Cesario
«Lasciate ogni speranza voi ch’entrate!» Se i palazzi della politica rappresentano un vero inferno per i giovani spagnoli, ci si può permettere di scomodare pure Dante – intellettuale civile per eccellenza – leggendo attraverso il prisma della sua lucida ed ironica disamina quelli che sono oramai diventati i gironi infernali della politica oggi: luoghi oscuri di corruzione, di perdizione, di osceno scambio di voti, di favori, di promesse elettorali (e oramai pure sessuali). In breve stiamo assistendo alla caduta senza fine, per dirla alla Schmitt, di quelle ‘categorie del politico’ o quantomeno ad una loro rielaborazione radicale. Perché dopo i fatti di Sidi Bouzid e di tutto ciò che è successo – e tutt’ora succede – nel mondo arabo ed ora anche in Europa, nulla può essere più come prima. La politica, stuprata quotidianamente nel linguaggio dai manieristi della retorica (i nostri beneamati ministri e deputati) ritorna al suo luogo d’origine etico: la piazza – l’agorà – il luogo deputato in cui il demos ritorna ad esprimere la propria libertà fondamentale che è quella dell’agire politico. Dal Cairo a Damasco, da Algeri a Madrid uno spettro s’aggira per l’Europa e il Mediterraneo: lo zoon politikon delle nuove generazioni che ritornano finalmente ad occupare gli spazi pubblici per cambiare il mondo in cui viviamo.
La primavera del gelsomino, un movimento globale
No, non è un nuovo ’68, questo movimento sembra più vasto, più trasversale, più globale tanto da essere stato capace di attraversare le terre di Maometto sconvolgendo logiche teocratiche millenarie e di arrampicarsi fin lassù, nel cuore del Celeste Impero (che, sia detto en passant, non ha trovato di meglio da fare che censurare la parola ‘gelsomino’ da tutti i documenti). Non me ne vogliano i puristi del ’68 e gli esegeti delle grandi rivoluzioni politiche del XX secolo ma il vento del gelsomino non sembra avere eguali nella storia della civiltà. Anche perché può appoggiarsi su conquiste tecnologiche inconcepibili in passato e sulla potenza invidiabile dei social network, di internet, delle televisioni satellitari e in generale della comunicazione globale di massa. Non dimentichiamo che il venerdì della collera che ha portato alla caduta di Mubarak è stato organizzato in quattro e quattr’otto su Facebook e che i post su Twitter hanno fatto più male a Ben Ali dei colpi di cannone. Ma se pure è vero che un battito d’ali di una farfalla in una zona del mondo è capace di provocare un terremoto a migliaia di chilometri di distanza, chi mai poteva prevedere che gli eventi di Sidi Bouzid – villaggio il cui nome rimarrà a lungo iscritto nella memoria storica di questo 2011 – potessero un giorno coinvolgere anche noi Europei, rivoluzionari dal palato fino, che non alziamo un dito neanche se abbiamo un fucile puntato addosso e che ci indignamo con fin troppa educazione soltanto quando il vicino ci scippa elegantemente la minestra fumante da sotto al naso?
Il contagio spagnolo
Piagata da una recessione che sembra non avere fine, devastata dalla crisi economica, giovane e dinamica ma stanca di un sistema corrotto e di politici che non sembrano più in grado di rappresentare il proprio popolo, la Spagna dei giovani e dei precari si è svegliata il 15 Maggio scorso con un forte mal di testa (e con un’idea ardente): la politica, cosi com’è, non sembra in grado di cambiare le cose. Va dunque cambiata. Che la parola ritorni alle piazze. A poche ore dalle amministrative del 22 Maggio la rivolta dei giovani ‘indignados’ che occupano Puerta del Sol continua a guadagnare terreno. La forza di questi movimenti è il consenso che riesce a creare all’interno della società civile. Vedere gli abitanti del quartiere che portano viveri ed acqua ai giovani che stazionano da giorni nella piazza è un’immagine contro la quale né Zapatero né Rajoy possono lottare. L’invito al boicottaggio delle elezioni poi è inequivocabile: «No les votes». Anche qui, nel paese di Cervantes, ritroviamo dunque un elemento che contraddistingue la politica nostrana: la politica come scandalo. Uno scandalo al quale bisogna porre termine. «¡Democracia real ya!» (ora vera democrazia!) è infatti lo slogan che scandiscono con forza i giovani del movimiento 15-M che per ora resta abbastanza eterogeneo ed orizzontale e nel qual confluiscono studenti, precari, mileuristas (in Italia è la «generazione 1.000 euro»), lavoratori e giovani della marcia Juventud sin Futuro del 7 Aprile scorso. Non è un caso che lo slogan dei giovani spagnoli riprenda il titolo emblematico del libello di Stephan Hessler «Indignez-vous!». Questo piccolo testo, che sprona le nuove generazioni ad indignarsi e a reagire attraverso «un’insurrezione pacifica», ha avuto tanto effetto sulla psicologia collettiva dei giovani quanto il gesto disperato ed eroico di Mohammed Bouazizi, quel lontanto Dicembre del 2010.
Dopo la piazza Tahrir anche Puerta del Sol?
Qualcuno certo ricorda ciò che accadde in Islanda nel 2008 o addirittura le assemblee popolari in Argentina nel 2001. In realtà, con le dovute differenze del caso, tutto sembra ricordare gli eventi di Tunisia ed Egitto, almeno nel protocollo simbolico. Molti commentatori menzionano infatti i diversi ingredienti che hanno fatto scoppiare le rivolte nel mondo arabo : l’alto tasso di disoccupazione giovanile (in Spagna raggiunge drammaticamente picchi del 42%), il precariato diffuso, il rigetto nei confronti di una visione marcia e oramai desueta della politica, gli orrori della partitocrazia, l’assenza di prospettive economiche e di futuro, il gap esistente tra vecchie e nuove generazioni, il politichese che oramai nessuno più parla o capisce (solo pochi capi tribù asserragliati come Iksos nelle riserve parlamentari). Se a questo mix di per sé già esplosivo si aggiunge la straordinaria potenza dei social network e la dimensione fortemente simbolica dell’occupazione permanente di una piazza importante della capitale, ecco che il quadro è completo. Certo la Spagna di Zapatero non è l’Egitto di Mubarak ma, come ha ricordato nella sua analisi su El Pais Jan Martinez Ahrens, il movimento del 15-M è già riuscito per ora a fare un piccolo miracolo: rubare completamente la scena alla campagna elettorale. E questo, in tempi oscuri – che il filosofo francese Régis Debray definì in tempi non sospetti come quelli de «l’obscenité démocratique» – è già di per sé una grande conquista.
(20 maggio 2011)
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