Ilva, un pauroso finale
Antonia Battaglia
L’Ilva S.P.A. è fallita il 30 gennaio 2015, dopo un anno e mezzo di gestione statale (il primo commissariamento è dell’agosto 2013), con vari commissari che si sono succeduti e che non hanno “visto” né “saputo” far fronte al gravissimo stato di compromissione anche economico e finanziario del Gruppo.
Il Tribunale di Milano ha dichiarato oggi l’insolvenza, passaggio necessario per la nuova amministrazione straordinaria statale, mettendo in luce un buco di ben 2.9 miliardi di euro di debiti. Debiti verso indotto, fornitori, banche, INPS etc.
Una cifra inimmaginabile fino a pochi giorni fa, che potrebbe mettere in discussione alla radice il piano elaborato dal governo e inserito nell’ultimo decreto finalizzato a salvare lo stabilimento di Taranto. Questa enormità di debito, aggiunta alla indisponibilità dei fondi depositati in Svizzera (1.2 miliardi di euro appartenenti alla famiglia Riva) per l’opposizione delle autorità elvetiche, somma su cui il governo aveva puntato per realizzare il suo intervento, lascia alquanto allarmati sulla sostenibilità stessa di qualsiasi piano aziendale o ambientale.
I commissari, sotto gestione statale, certamente sapevano.
I governi altrettanto, ma si è preferito portare avanti l’agonia dell’azienda e della città, decreto dopo decreto, per arrivare a questa spaventosa situazione di deficit, che pesa su dipendenti, imprese creditrici, cittadini di Taranto e probabilmente anche sui contribuenti italiani.
Taranto ha sopportato malattia e morte, inquinamento e disastro ambientale. Le blande rassicurazioni date dai nuovi commissari solo due giorni fa, alla luce di questa paurosa novità, risultano ancora più irritanti.
A Taranto continua l’allarme diossina, trovata in 64 capi di bestiame di una masseria a 15 kilometri dalla città, bovini che saranno abbattuti nei prossimi giorni. Diossina rinvenuta nel latte vaccino a livelli oltre i limiti di legge, lo dichiara la Asl con un’ordinanza che sarebbe dovuta arrivare anni fa. Gli animali, che mangiano il foraggio prodotto sotto l’Ilva, possono accumulare agenti tossici che entrano nel corpo umano attraverso l’ingestione di latte, carne e formaggio. Un’ordinanza che avrebbe dovuto riguardare anche i controlli nei macelli per le carni bovine tarantine.
Risale al 2008 la denuncia di Peacelink, con la quale si segnalava alla Procura della Repubblica il ritrovamento di diossina nel formaggio prodotto vicino allo stabilimento Ilva. Nel 2014, era stato il latte a destare sospetti per i livelli di diossina oltre la legge (11,72 picogrammi per grammo di grasso contro il limite di 5,5 picogrammi), ma la Regione ha indugiato a lungo prima di arrivare alla decisione dell’abbattimento. La diossina ha così continuato a contaminare la catena alimentare e a creare danni transgenerazionali negli animali.
All’allarme lanciato l’anno scorso da Peacelink la politica locale ha risposto lamentando che “i soliti ambientalisti” portavano avanti una campagna mediatica distruttiva finalizzata a creare inutili allarmismi.
Se negli anni si è arrivati ad abbattere oltre 2000 capi di bestiame, per gli effetti causati dall’inquinamento, cosa sarà successo agli esseri umani?
Le perizie e gli studi sanitari disponibili si riferiscono al seppur recente passato, ma non fotografano la situazione attuale. Mancano i fondi per effettuare gli aggiornamenti dello Studio Sentieri e non sono stati predisposti i biomonitoraggi previsti in uno degli ultimi decreti. Non si indaga sul presente e si agisce in totale violazione del principio di precauzione, che richiederebbe almeno l’attuazione di una condotta cautelativa.
L’incertezza regna sovrana in ogni aspetto della questione Ilva, mentre Taranto agonizza.
Legambiente vicina a Partito Democratico e governo, mette nero su bianco, nel suo ultimo dossier “Mal d’Aria 2015”, che l’aria fra le migliori di Italia si respira nella Taranto dell’Ilva e che l’aria più sporca del Paese viene respirata non dove fantasiose Procure e attivi comitati lottano sulla base di dati scientifici e perizie.
Nel frattempo il Senato ha approvato il DDL 1345 sui delitti ambientali. Viene anche inserita una formula preoccupante, perché sarebbe reo di reati ambientali "chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale". E se il disastro venisse compiuto non abusivamente, non sarebbe esso quindi un disastro ambientale punibile? La legislazione ambientale del nostro Paese non appare assolutamente in grado di tutelare la salute umana né l’ambiente.
Il terribile inquinamento Ilva, tuttora in atto, è inoltre diventato a norma di legge da quando il nuovo decreto ha abolito de facto l’Autorizzazione Integrata Ambientale dello stabilimento e annullato la responsabilità penale per la dirigenza Ilva. Tutto è a norma di legge.
Da oggi, è ancora più difficile immaginare che, a fronte di un fallimento di questa entità, si possano superare i gravi problemi economici e finanziari ed affrontare realmente la questione inquinamento e bonifiche, che passeranno in secondo piano.
Chi pagherà per il danno arrecato alla vita e alla salute dei tarantini?
(3 febbraio 2015)
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