Imparare a essere giovani

MicroMega

di Pierfranco Pellizzetti

Rinnovare la politica? Certo che sì; e il più rapidamente possibile. A patto che neppure per un istante si venga sfiorati da suggestioni riferibili a quel “largo ai giovani” caro alle retoriche del Ventennio.
In effetti, rinnovare la politica ringiovanendola non ha nulla a che vedere con il mero e burocratico dato anagrafico. Se devo pensare alla presenza di un vero ragazzino nel dibattito pubblico italiano, mi viene in mente per primo il nome dell’ottuagenario Paolo Sylos Labini. Amici mi fanno quello di Vittorio Foa.
Il fatto è che “giovani” non “si è”, “si diventa”. Perché – in generale – l’entrata nella vita adulta avviene all’insegna del conformismo. Un tempo come apprendimento del lessico familiare e relativa interiorizzazione dei suoi modelli (stereotipati) di rappresentazione; oggi – in misura prevalente – quelli del branco, del gruppo comunitario dei coetanei, con annessi stilemi e mode imitative. Sicché i giovani che entrano in politica, lo fanno prevalentemente attraverso meccanismi cooptativi che tendono a omologarli: si inizia da aspiranti “liderini” e ci si trasforma rapidamente in notabili. I cui discorsi e i cui comportamenti sono il calco di quelli dei boss di riferimento. Del Potere come pensiero pensabile. E – a quel punto – gli “under qualcosa” sono persi per ogni ipotesi di discontinuità che non sia teatralizzazione truffaldina del giovanilismo.
Debora Seracchiani ci delude perché, nonostante il classico “faccino pulito”, ragiona come un navigato routinier della politica politicante? L’astro nascente del centrosinistra fiorentino Matteo Renzi ci sorprende quando motiva la sua contrarietà alla concessione della cittadinanza nella città del Giglio a Beppino Englaro (sentenzia il giovane centenario: “una scelta che divide”. Sic.)?
Nessuno stupore: questi “under qualcosa” sono rimasti vecchi. Non impareranno (probabilmente) mai a diventare giovani, perché si sono definitivamente imbrancati.
Per imparare a diventare giovani occorrono ragazzi e ragazze ancora intellettualmente vergini, da aiutare a non lasciarsi imbrancare. Magari andandoli a cercare col lanternino nel popolo di facebook o tra le cosiddette “tribù del pollice” (quelli che intrecciano socialità attraverso gli SMS e le tecnologie indossabili della comunicazione mobile).
Questo – credo – il compito primario di noi ragazzini con i capelli bianchi, che continuiamo a coltivare il pensiero non omologato e critico; “contro” o laterale che sia.
Non per fornire ai figli e nipoti soluzioni o modelli (le nostre soluzioni, i nostri modelli), quanto per svolgere ciò che le gergalità formative definiscono funzioni di “coaching”: dare una mano a trovare la propria originale posizione in campo. Non prefigurabile preventivamente.
Se vogliamo salvare i giovani e aiutarli a diventare giovani, prima di tutto dobbiamo imparare noi stessi a comunicare con loro apprendendone la lingua e familiarizzando con le regole del nuovo spazio mediatico in cui essi abitano.
In ogni caso, salvando loro salviamo anche noi stessi.
Salviamo la speranza in una politica che sia totalmente diversa dalla broda fangosa in cui stiamo grufolando ormai da tempo immemorabile.

(17 giugno 2009)



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