In ricordo di Jonathan Schell
Jonathan Schell
E’ morto stanotte Jonathan Schell, giornalista e saggista tra i più influenti e impegnati, un raro esempio di coerenza democratica e rigore professionale. Amico e collaboratore di MicroMega, lo ricordiamo ripubblicando due suoi articoli.
| IRAN, UNA GUERRA DI DISARMO? , da MicroMega 4/2012 Il problema di come affrontare il programma nucleare iraniano è un enigma politico fondamentale per gli Stati Uniti e per il mondo intero. È anche il segnale di un punto di svolta nella storia del nucleare, che esige un nuovo modo di concepire lo sviluppo del rischio atomico, le strategie più appropriate per gestirlo e persino, più in generale, le origini e la natura del dilemma che ruota attorno agli armamenti nucleari. Da quando, alla fine di marzo, il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu ha lasciato le sponde statunitensi, sembrava probabile che almeno per qualche tempo – forse fino alla conclusione della stagione elettorale americana attualmente in corso – non ci sarebbero stati attacchi contro gli impianti nucleari in Iran, né da parte degli Stati Uniti né da parte di Israele. L’Iran ha accettato di incontrare il gruppo di contatto europeo [costituito dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu – Usa, Russia, Regno Unito, Francia, Cina – e dalla Germania] per discutere una soluzione diplomatica alla disputa, e ora l’attenzione si sposta su questi colloqui, che si svolgono all’ombra delle severe sanzioni imposte all’Iran dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nel frattempo in Israele si alzano voci illustri, tra cui quella dell’ex primo ministro Ehud Barak, che mettono in guardia contro un attacco. «Parlando troppo, e a voce troppo alta», ha detto Barak riferendosi al governo Netanyahu, «stanno creando un’atmosfera e un’escalation che rischia di diventare incontrollabile». E Yuval Diskin, che fino a poco tempo fa era a capo dello Shin Bet, l’Agenzia per la sicurezza nazionale, ha accusato il governo di «ingannare la popolazione» in merito alle possibilità di successo di un’eventuale aggressione israeliana ai danni dell’Iran. Infine Netanyahu, con una mossa che potrebbe rafforzarlo quale che sia la decisione che intenderà adottare sull’Iran, ha fatto entrare nel governo il partito Kadima che era all’opposizione. Ma i colloqui israelo-americani hanno sortito anche un altro risultato, non meno importante. A quanto pare la democrazia ha guadagnato tempo, ma a caro prezzo. Il presidente Obama ha approvato senza equivoci l’uso della forza militare, in caso di fallimento di altri mezzi, come estrema risorsa per impedire che l’Iran utilizzi il suo programma di arricchimento dell’uranio a scopi energetici come piattaforma di lancio per la costruzione di un arsenale nucleare. Il presidente non ha lasciato spazio ad alcuna ambiguità. In primo luogo ha escluso qualsiasi modus vivendi con un Iran dotato di armamenti nucleari. Un Iran che disponga di armi atomiche sarebbe «inaccettabile», ha detto, impegnando tutto il prestigio degli Stati Uniti per impedire un esito di questo genere. «I leader iraniani devono comprendere che io non sostengo una politica di contenimento», ha detto all’Aipac, la lobby di destra che difende gli interessi di Israele, «la mia politica è quella di impedire che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Questa dichiarazione bellicosa è stata fatale. Ha spazzato via in un sol colpo ogni ipotesi di ritorno a quel «vivi e lascia vivere» in materia che era stato messo in atto dagli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica e di altre potenze nucleari, Cina compresa. Quel che colpisce immediatamente nella forma assunta da questo sviluppo politico è il restringimento nella scelta delle «opzioni». Obama ha ripetuto più volte che «tutte le opzioni restano in tavola». Volendo dire che è contemplato anche l’uso della forza. Nel frattempo però altre opzioni, a partire dal contenimento ma senza limitarsi a questo, sono scomparse dal tavolo in questione una dopo l’altra. Obama ha le mani legate, o se le è legate da solo, al punto che ormai le scelte sembrano ridotte a due: gli Usa dovranno attaccare l’Iran adesso o aspettare più tardi? Devono colpire dopo che l’Iran avrà attraversato quale «linea rossa»? Come si è arrivati a questa restrizione delle possibilità? Come è accaduto che il presidente si sia trovato ridotto, nel caso di fallimento dei negoziati, a variazioni sul tema di chi dovrebbe lanciare l’attacco e quando? Eppure all’opera ci sono anche correnti più profonde dei meri calcoli politici. Un indizio per capirle si può cercare nella cospicua e sorprendente analogia, già sottolineata da molti osservatori, tra la politica di Obama nei confronti dell’Iran e quella, dieci anni orsono, di George W. Bush verso l’Iraq. Come Bush, Obama sospetta che il paese sviluppi armi nucleari. Come Bush, lo ritiene inaccettabile. Come Bush, esclude una soluzione di contenimento ispirata al vivi e lascia vivere. E soprattutto, come Bush considera la crisi particolare in questione (l’Iraq per Bush, l’Iran per Obama) come una schermaglia all’interno della causa globale e storica per contrastare la proliferazione degli armamenti nucleari e di distruzione di massa. Come ha sottolineato Tom Engelhardt nel suo Tomdispatch.com, Obama è un esponente ancora più puro, rispetto a Bush, di questa politica. Bush infatti si era affannato, seppure con scarsa plausibilità, per trovare una connessione tra il paese reo (nel suo caso l’Iraq) e la difesa diretta degli Stati Uniti (ricorrendo addirittura alla stravagante affermazione che i missili teleguidati iracheni avrebbero potuto colpire il territorio americano). Obama invece non evoca alcuna minaccia concreta, e fonda senza riserve le sue argomentazioni in favore della guerra esclusivamente sulla causa della non proliferazione. Lo sentiamo battere su questo tasto in un’intervista concessa di recente al solito Goldberg, il quale gli aveva chiesto se ritenesse necessario muovere guerra all’Iran anche nel caso in cui Israele «non facesse parte del quadro». La sua risposta è affermativa. Gli obiettivi della non proliferazione sono più che sufficienti. Come ha spiegato nel discorso all’Aipac, «un Iran dotato di armi nucleari minerebbe alla base quel regime di non proliferazione per costruire il quale ci siamo spesi in tanti». Ciò nonostante sarebbe troppo semplicistico concludere che Obama non ha fatto altro che ereditare la politica di Bush. Oltretutto, non è in realtà Bush l’inventore di questa strategia. Si tratta di una distinzione risalente a Bill Clinton che nel 1993, in un’occasione ampiamente dimenticata, arrivò sull’orlo di una guerra per impedire che la Corea del Nord si dotasse di armi atomiche. In quel caso erano già presenti tutti gli elementi ormai familiari nelle crisi irachena e iraniana: un paese che minacciava di dotarsi di armi nucleari (cosa che fece, nel 2006), sanzioni internazionali in conformità alle risoluzioni delle Nazioni Unite, scontri con gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), pressioni crescenti da parte di una «comunità internazionale» a guida americana, rischio di una guerra su larga scala e, per finire, disperati sforzi diplomatici dell’ultima ora. Un analogo tentativo in extremis, che nel 1993 si dimostrò efficace, fu intrapreso dall’ex presidente Jimmy Carter, il quale all’ultimo momento intervenne come mediatore per trovare un accordo con la Corea del Nord. Ma prima di questo tentativo, l’amministrazione Clinton aveva seriamente considerato l’ipotesi di una serie di attacchi militari su larga scala. Quella strategia fu denominata «Opzione Osirak», nome ispirato all’attacco israeliano del 1981 contro un reattore nucleare iracheno. Malgrado nessuno all’epoca potesse dire con certezza se la Corea del Nord avesse o meno le armi atomiche, la guerra in questione aveva il potenziale per trasformarsi in una guerra nucleare. In altre parole, le guerre di disarmo non sono un’invenzione di Barak Obama e neanche di George Bush; sono «sul tavolo» della politica americana da almeno due decenni. Il fatto è che – attraverso un processo di accumulazione passato quasi inosservato e iniziato subito dopo la fine della guerra fredda – gli Stati Uniti sono passati, per la prima volta nell’era del nucleare, a una politica di ricorso alla forza per arrestare la proliferazione. Una svolta, notata da pochi, che ha bruscamente invertito la rotta di una politica generale diametralmente opposta in vigore da lungo tempo. Tutti gli sforzi per la non proliferazione compiuti non solo dagli Stati Uniti ma anche da altri paesi (l’eccezione che conferma la regola è quella dell’aggressione israeliana a Osirak) sono stati condotti unicamente con armi politiche, nella gran parte dei casi mediante gli sforzi della diplomazia. Nessun presidente aveva mai fatto ricorso alla forza per fermare la proliferazione. Il trionfo globale di questa politica universale è stato il Trattato di non proliferazione nucleare proposto alla firma nel 1968, in base al quale cinque nazioni (Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito, Francia e Cina) ottenevano temporaneamente il permesso di possedere armi atomiche mentre tutti gli altri Stati firmatari, che oggi assommano a 184, vi rinunciavano volontariamente. Il doppio standard era tollerato perché le cinque potenze nucleari si impegnavano a sbarazzarsi, nel tempo, dei loro arsenali. Perché dunque è stata abbandonata una politica dimostratasi così efficace? Perché un’epoca universalmente riconosciuta come un periodo di fortissime tensioni (la guerra fredda) fu accompagnata da politiche di disarmo pacifiche, mentre un periodo fondamentalmente rilassato (il dopo-guerra fredda) è stato accompagnato dal ricorso a strategie bellicose? Ciò non significa che tutti i paesi della terra si costruiranno armi atomiche. Ma significa che a lungo andare qualsiasi nazione (e alcuni gruppi che non rappresentano una nazione), volendo, potrebbe farlo. Oggi si calcola che più di cinquanta Stati ne avrebbero la possibilità, ed è un numero in continuo aumento. La conclusione che ne consegue è chiara: nell’era nucleare, la sicurezza non può essere garantita dal fatto che alcuni paesi non possono costruire la bomba (prima o poi potranno farlo tutti), ma dalla loro scelta di non farlo, quella che in effetti hanno compiuto sottoscrivendo il Tnp. Per di più, essendo una scelta che non può essere fatta una volta per tutte, dev’essere costante nel tempo e restare valida nel lungo periodo. Nei primi decenni dell’era nucleare tuttavia queste verità elementari sembravano offuscate. In parte perché, per quanto inarrestabile, la proliferazione delle conoscenze scientifiche necessarie era molto lenta. Per diversi decenni la tecnologia nucleare rimase alla portata solo delle grandi potenze, le quali coltivarono l’illusione che il «club del nucleare» come avevano finito per chiamarlo, potesse restare a numero chiuso. In una certa misura, anche la divisione del Trattato di non proliferazione in due categorie di nazioni – gli Stati con l’atomica e gli Stati senza atomica – rifletteva questa illusione. Ma il fattore più importante fu l’avvento della guerra fredda, che scatenò la colossale corsa di americani e sovietici verso armamenti in grado di distruggere il mondo intero. Il dilemma nucleare finì quindi per indossare quella che potremmo definire la maschera bipolare, che ne occultò l’essenza multipolare. Di fronte allo smisurato pericolo rappresentato dalle due superpotenze, la proliferazione – un termine che finì per indicare soltanto le potenze minori che avrebbero potuto aspirare a entrare nel circolo – sembrava una preoccupazione secondaria. Anzi, il rischio nucleare sembrava così intrinsecamente associato alla guerra fredda che quando questa finì molti commisero l’errore di pensare che con essa finisse anche il pericolo atomico. Non riuscivano a rendersi conto che in realtà solo allora tale rischio cominciava a raggiungere quella forma matura a cui era destinato fin dalla nascita, per estendersi a tutte le latitudini; e che l’emergere di questo fatto esigeva un netto ripensamento della politica nucleare, una riflessione profonda quanto e più di quella intrapresa in precedenza. Perciò gli statisti si sono accorti con una certa sorpresa, dopo il 1989, che il rischio nucleare non apparteneva affatto al passato. La questione fu riportata bruscamente alla loro attenzione dalle decisioni prese in posti come P’yôngyang, Delhi, Islamabad e Teheran. Per qualche tempo la bomba era stata una specie di accessorio delle superpotenze, riservata all’élite del pianeta. Adesso invece si diffondeva nei vicoli più oscuri del mondo, come era stato predetto molto tempo prima, e qualsiasi delinquente avrebbe potuto metterci le mani sopra. Eppure la verità è che il problema della proliferazione non è un elemento andato ad aggiungersi al dilemma nucleare nel 1990, tanto per dire una data. È stato al centro di questa sfida fin dalla nascita, ed è anzi il cuore stesso del rischio nucleare. La proliferazione è il pericolo nucleare, e in realtà lo è sempre stata: dai primi passi del Manhattan Project, quando il primo dei proliferatori, gli Stati Uniti, ha cominciato ad attrezzarsi per preparare e utilizzare la bomba, fino al presente, con l’Iran che bussa alla porta dei paesi dotati di risorse nucleari. In questa situazione, una politica militare seria dovrebbe puntare al rovesciamento del governo iraniano e a una duratura occupazione del paese, l’unico obiettivo in grado di garantire un risultato più permanente. Un cambiamento di regime è il corollario indispensabile di qualsiasi guerra di disarmo che si rispetti. Ma anche solo prendere in esame un’idea così strampalata, sconsiderata, devastante e autodistruttiva come l’occupazione permanente dell’Iran da parte degli Stati Uniti, specie all’indomani del fiasco iracheno, significa respingerla immediatamente. Ed è ancora più certo che una follia di tal genere, improponibile anche in un caso simile, non potrebbe mai costituire la base di quella politica globale per la non proliferazione di cui abbiamo bisogno. Il presidente Obama, bisogna dirlo, ha lasciato intendere di essere consapevole della futilità della sua recente politica militarista. Come ha dichiarato a Goldberg, «voglio mettere in chiaro quanto sia importante per noi capire se questa faccenda si può risolvere in permanenza, anziché in modo temporaneo. Storicamente, le uniche occasioni in cui un paese alla fine ha deciso di non dotarsi di armi nucleari anche in assenza di un continuo intervento militare, sono quelle in cui il paese in questione ha deciso spontaneamente di rinunciare all’opzione». Per fortuna abbiamo a portata di mano una politica alternativa di non proliferazione. Consiste nel tornare – lavorando per ampliarla, approfondirla e portarla alla sua logica destinazione – alla precedente strategia di non proliferazione e di controllo degli armamenti per via diplomatica e con altri strumenti politici. La logica destinazione, che è essenziale perseguire se si vogliono davvero fare dei passi avanti, è quella non a caso abbracciata dallo stesso Obama – per quanto come obiettivo a lungo termine – nel discorso tenuto a Praga nell’aprile del 2009: un mondo privo di armi nucleari. A livello regionale, si tratta di perseguire l’obiettivo di un Medio Oriente privo di armi nucleari, rispondendo alla richiesta della Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione del 2010. Se siamo fortunati, l’accordo con l’Iran potrebbe risolvere la crisi attualmente in corso, ma nel lungo periodo il monopolio nucleare di Israele è insostenibile. Prima o poi ci sarà una nazione che cercherà di sfidarlo, e a quel punto torneranno in gioco tutte le scelte della disperazione – quella gamma ristretta di alternative che portano tutte al disastro. E la prossima volta potrebbe non esserci alcuna possibilità di accordo. A livello globale l’obiettivo non può che essere un mondo privo di armi nucleari. Un tale obiettivo è sempre stato un imperativo morale fin dai primi giorni dell’era atomica, quando il presidente Harry Truman propose alle Nazioni Unite l’abolizione del nucleare, sotto forma del piano Baruch. Oggi però è diventato una necessità assoluta, per una serie di ragioni. Perseguire attivamente questo scopo – non come «sogno» ma come progetto – apre la via a un vasto campo di azioni indispensabili per bloccare la proliferazione e avviare il rientro. Questa politica, pur non comportando più l’arroccamento in difesa del doppio criterio, non sarebbe priva di una certa «forza»: la forza della volontà comune di tutti i popoli della terra, finalmente allineati al loro governi, di vivere liberi dall’ombra del pericolo nucleare, che sia nelle mani dei possessori o dei proliferatori. (traduzione di Anna Tagliavini) |
TORTURA E VERITÀ , da MicroMega 4/2009 Al presidente Obama è toccato vedersela con le politiche e le pratiche di tortura avviate dall’amministrazione Bush. Poi, è parso diventare più cauto. Ha scoraggiato l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sui casi di tortura e, ribaltando la sua precedente posizione favorevole a rendere pubbliche le foto del Pentagono che documentavano abusi, si è invece opposto alla loro diffusione. Nel suo discorso del 21 maggio nella sede dei National Archives, è sembrato sforzarsi di creare uno schema che rendesse comprensibili le sue politiche, che però sono rimaste ben poco definite. Sorprendentemente ha fatto suo un certo numero di posizioni di Bush, comprese quelle sulle commissioni militari per i processi ai detenuti, l’uso privilegiato del segreto di Stato per coprire informazioni in ambito processuale e l’uso a tempo indeterminato della carcerazione preventiva – tutte cose da rivedere sì, ma è stato vago e generico nei modi per farlo. Comunque, tra voltafaccia e improvvisazioni, un certo proposito generale è rimasto fermo. In ogni parte del discorso Obama ha espresso il desiderio di concentrarsi sul «futuro» piuttosto che sul «passato». Come disse non molto tempo fa, lui è teso a «fare in modo che le cose vadano bene in futuro, piuttosto che guardare a quanto abbiamo fatto di sbagliato nel passato». Oppure, come ha detto nel discorso ai National Archives, «dobbiamo focalizzarci sul futuro», e nello stesso tempo opporre resistenza a quanti «hanno una gran voglia di focalizzarsi sul passato». Ma gli Stati Uniti possono veramente ottenere che le cose vadano bene in futuro semplicemente dando le spalle al loro passato? Da un lato, l’obiettivo reale è ancora incompleto. Dall’altro, i motivi per cui le cose sono andate male non sono ancora così chiari come può sembrare a prima vista. Perché gli Usa hanno optato per la tortura? Quali cambiamenti si profilano per lo stile di vita americano? È realistico pensare che come andranno le cose dipende dalle risposte a queste domande. Contemporaneamente la pratica della tortura – autorizzata dalla Casa Bianca, dal dipartimento di Giustizia e dal Pentagono – si andava diffondendo a tutti i livelli dell’intelligence e militari. Ben presto i prigionieri vennero torturati per ricavare prove dei legami Saddam-al-Qa‘ida. Come ha ammesso il colonnello Lawrence Wilkerson, capo di gabinetto dell’ex segretario di Stato Colin Powell: «Nell’aprile-maggio del 2002 un interrogatorio duro […] non aveva lo scopo di prevenire un nuovo attentato terroristico contro gli Usa, ma di scoprire “la pistola fumante” che collegasse l’Iraq ad al-Qa‘ida». E inoltre, come risulta dal recente rapporto sul trattamento dei detenuti reso dalla commissione del Senato per le Forze armate, il maggiore Charles Burney, ex psichiatra dell’esercito, ha confermato l’accusa: «Per buona parte del tempo», ha detto agli inquirenti, «eravamo impegnati a cercare di stabilire un legame tra al-Qa‘ida e l’Iraq e non ci riuscivamo… I più frustrati si sentivano incapaci di provare tale legame… c’era una pressione vieppiù pesante che spingeva a ricorrere a metodi adatti a produrre risultati nel più breve tempo possibile». La Cia prese in custodia Libi e cominciò a sottoporlo ad abusi. Quindi lo «consegnò» all’Egitto, dove fu sottoposto, tra gli altri tormenti, a forti pestaggi e relegato in una stretta gabbia per più di ottanta ore. Fu allora che egli rese la desiderata, falsa dichiarazione sui legami tra al-Qa‘ida e il governo iracheno. Ecco un caso che mostra in piccolo il rapporto tra tortura e verità. Ma perché quel che si guadagna è soltanto una «scena di potere»? Si potrebbe pensare che la tortura, più di ogni altra attività, sia un esercizio di assoluto potere. Il torturatore può fare tutto quello che gli passa per la mente al prigioniero totalmente indifeso. Può concedersi il tempo di decidere quali tormenti infliggere. Può sbattere la testa del prigioniero contro un muro, praticargli il waterboarding, ordinargli di pregare un dio che non è il suo, imbrattargli la faccia di escrementi, rinchiuderlo in un angusto contenitore, tenerlo sveglio per una settimana, appenderlo a una parete e picchiarlo a morte – tutte cose che sono state fatte nei campi di detenzione americani dopo l’11 settembre. Ma cosa è questo potere, e quanto si estende, oltre la camera di tortura? La Scarry osserva che lo Stato, negando il dolore della vittima, «trasforma la visione della sofferenza in qualcosa di totalmente illusorio ma, per i torturatori e il regime che rappresentano, in uno spettacolo di potere pienamente convincente». Ed è «proprio perché la realtà di tale potere è così fortemente contestabile, il regime così instabile, che la tortura viene usata». Il comportamento di Libi ne è un esempio puntuale. Lui ha fornito materiale per rafforzare un’illusione. L’illusione è stata usata per aprire la strada alla guerra. La guerra ha avuto un costo elevato proprio in termini di potere degli Stati Uniti. Il potere di produrre illusioni non equivale al potere nel mondo reale, e la guerra in Iraq è stata un disastro nel mondo reale. Non è un caso quindi che gli Stati Uniti abbiano approvato le torture ai più alti livelli di governo precisamente nel momento in cui iniziava il più rapido declino del loro potere globale nel corso della loro storia. La tortura è un ulteriore segno di debolezza, e la alimenta. È pura pantomima del potere abbondantemente perso altrove. Nella camera di tortura il superpotere unico ancora si sente superiore, quasi onnipotente. Non è così nei villaggi dell’Afghanistan, dell’Iraq e della valle dello Swat in Pakistan, o a Pyongyang o a Teheran. Il culto della forza può creare l’illusione di potenza nelle prigioni «segrete» (black site prisons). Fuori di esse si perde persino l’illusione. La ferita si fa più profonda. Anche se il torturatore scuote il mondo della sua vittima, allo stesso tempo assale le fondamenta del suo proprio mondo, anche se non lo sa. In realtà, la sua inconsapevolezza è una conseguenza della tortura, oltre che una condizione necessaria. Torturatore e vittima sono vicini l’uno all’altro, c’è un contatto fisico. Sotto ogni altro punto di vista, però, c’è tra di loro tutta la distanza che è possibile immaginare tra due persone. Nel vuoto morale e affettivo che si è creato simpatia, empatia, pietà, comprensione – qualunque forma di socialità – sono ridotte allo zero assoluto. Ecco perché, per dirla con le parole della Scarry, la tortura è sempre «un disfacimento di civiltà», e, probabilmente, segnala il degrado di una civiltà verso la barbarie in modo più attendibile di qualunque altra cosa. Il potere di uno Stato che tortura può essere progressivamente fittizio, ma il degrado della sua civiltà è reale. Certi sintomi si manifestano, di sicuro, non soltanto per la tortura in sé ma per la reazione della società a essa. Colui che deve fare un interrogatorio ha davanti a sé una scelta quando l’ordine di torturare gli arriva dall’alto. La gente può scegliere, quando i resoconti di quanto ha fatto vengono resi pubblici, come sta accadendo. Se la gente sceglie la negazione, la patologia della tortura tenderà a riprodursi nella società su vasta scala. Il risultato sarà una sorta di distorsione cognitiva, più o meno accentuata. Le capacità umane fondamentali cominciano ad atrofizzarsi oppure a essere menomate. Di certo gli abusi su esseri umani e gli abusi su parole vanno a braccetto. I termini che indicano quel fatto vengono sfumati, o estromessi dal linguaggio comune. Il rifiuto di confrontarci con la tortura come atto ci è costato la perdita della «tortura» come parola, che ora viene generalmente menzionata, quasi in obbedienza a un qualche editto, come «tecniche di interrogatorio rafforzate» oppure «metodi forti». Così circola per le redazioni dei giornali il termine tortura. Oppure considerate quanto spesso l’accusare chi ha effettuato o ordinato torture viene equiparato a «criminalizzare decisioni politiche». In questo caso, coloro che hanno realmente criminalizzato la politica – vale a dire quanti hanno ordinato crimini in nome della politica – godono di immunità, rovesciando la colpa su quanti vorrebbero perseguire i crimini «criminalizzandoli». Dopo tutto la tortura non si connota come crimine per chi obbedisce a una legge, ma per chi quella legge ha scritto e approvato, compreso il titolo 18 del codice penale Usa. L’applicazione di tale legge non «criminalizza» un’azione più di quanto un pubblico ministero criminalizzi una rapina in banca mentre accusa un rapinatore di banche. A un livello ancora più profondo, i legami più stretti che tengono insieme la vita umana – passato, presente, futuro – possono cominciare a scollarsi. È in questo contesto che il proposito del nostro nuovo presidente di far sì che le cose vadano bene in futuro ignorando cosa è stato sbagliato nel passato è inquietante. Qui il passato in sé rischia di essere sminuito da una sorta di colpevole associazione con la tortura. Gli altri due elementi, sebbene all’apparenza migliori, non ne escono indenni. Il pericolo è più evidente nel sistema giuridico, dove è proprio il passato – il presupposto della legge più i dati effettivi del caso – che determina il futuro. Un imputato per traffico di stupefacenti portato in aula non si sognerà dire al giudice: «Lasciamo stare il passato, concentriamoci a costruire un futuro giusto». Ma in gioco c’è più del sistema giuridico. Perché qualsiasi civiltà si possa immaginare, sicuramente si sviluppa tra passato, presente e futuro. Senza un passato a guidarlo, il giudizio sul futuro è ridotto a ipotesi campata per aria, e senza un giudizio avveduto sul futuro, vaghiamo perduti nel presente. (traduzione di Laura Franza) |
(26 marzo 2014)
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