In tv pochi big del Pdl. E pure confusi
Stefano Milani
Ammettiamolo, è stato un lunedì televisivo post-elettorale piuttosto noioso. L’esito schiacciante del voto non prevedeva dichiarazioni di default, tirate fuori dopo ogni chiamata alle urne. Banalità del tipo: “c’è stato sostanziale pareggio”, “abbiamo guadagnato due punti percentuali se consideriamo che l’altra volta eravamo divisi”, “il voto va visto in una visione più nazionale”, “di mamma ce n’è una sola” e via discorrendo. Questa volta no: i vincitori tronfi davanti la telecamera ad annunciare agli italiani la Liberazione e i vinti, sguardo basso, a chiedere venia ai propri elettori e a ripetere che si è persa una battaglia ma la guerra è ancora lunga. In battaglia però di solito ci si va con le truppe migliori, ieri invece il Pdl ha schierato soldati poco più che di leva. E se lo Stato Maggiore, Cavaliere in testa, era in missione a Bucarest, ieri a spiegare agli italiani le disfatte di Milano, Napoli, Cagliari, Trieste, mancavano anche i generali.
Uno come Gasparri che pur di riempire di spam le agenzie rilascia dichiarazioni contro l’oroscopo giacobino di Branko, ieri non ha proferito parola. Non ha chiamato nessuno “comunista”, né un insulto alla magistratura rossa né un’offesa gratuita ad una donna. Idem per La Russa che l’avevamo lasciato martedì scorso a Ballarò bearsi perché “a Milano vinciamo noi”. I telespettatori non hanno potuto godere neanche della Santanché e delle sue lezioni di stile su future zingaropoli, invasioni islamiche e masanielli con le manette. E così Lupi, Capezzone, Giovanardi. Tutti afoni per un giorno.
Al loro posto le riserve, utilizzate come fanno le squadre di calcio a fine stagione in partite dal risultato ormai ininfluente. Eccolo dunque Quagliariello su La7 commentare in diretta i primi disarmanti risultati di Milano e Napoli e chiedere con una certa tenerezza “ma a Varese abbiamo vinto, no?”. Implacabile Mentana a scoppiettare intention-pool e proiezioni come fossero pop-corn, intervallati da sadiche risatine di quello che un tempo fu direttore del Tg5. Il povero esponente di centrodestra abbozza, prova a replicare (“Comunque neanche il Pd ha vinto”), ma alla prima interruzione pubblicitaria vorrebbe alzarsi con la scusa di andare al bagno e fuggire da quello studio a gambe elevate. Ma è costretto a restare lì, gomito a gomito con un Belpietro dall’espressione più corrucciata del solito che sventola bandiera bianca: “Hanno vinto gli estremisti”.
Si arriva a sera e nel salotto di Vespa ci sono appena tre poltrone. Una è per l’onorevole Cicchitto (ad onor del vero l’unico big berlusconiano a metterci la faccia) che utilizza sei minuti e dodici secondi netti per spiegare cosa è realmente accaduto. La sua dirimpettaia, Anna Finocchiaro, appena quattro secondi per dire: “Non c’ho capito niente”. E Cicchitto ci riprova: “A Napoli il voto è stato di pancia. A Milano… a Milano è più complicato”. Prova a dargli una mano il direttore Feltri: “Dopo il cazzotto bisogna rialzarsi subito”, ma le parole non sono in sincro con l’espressione del viso piuttosto tirata che nasconde un certo scetticismo. Si cambia canale e a Matrix l’avvocato del premier è il sodale Verdini, unico sconfitto (insieme a Bechis) in uno studio affollatissimo di seconde e terze linee (Livia Turco, Claudio Martelli e nientepopodimenoche l’addetto stampa dell’Udc). Il coordinatore prova a tenere botta ma ammette: “Abbiamo perso”. Certo “finora avevamo sempre vinto” e, dunque, “siamo noi ancora in vantaggio”. L’anello di congiunzione tra Vespa e Vinci è il leghista Salvini che pin-ponga con le due trasmissioni per bastonare un po’ Silvio e mettere in guardia i milanesi: “Ora beccatevi la moschea”. Sì, d’accordo ma voi ridateci Gasparri!
(31 maggio 2011)
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