Israele, piombo fuso contro la pace
Scrivo sotto l’effetto dell’emozione, davanti alle notizie che giungono dal Medio Oriente. Di un’emozione che sa di indignazione: un’indignazione profonda, quella che sola nasce dal sentimento dell’impotenza davanti a una ingiustizia enorme. Ingiustizia enorme, ingiustizia mostruosa, ingiustizia vergognosa: l’ingiustizia perpetrata dal mondo che ha consentito agli ebrei di costituire uno Stato “etnicamente puro” in Palestina, scacciando coloro che lì erano nati, figli di nativi, nipoti di nativi, pronipoti di nativi, andando a ritroso per centinaia e centinaia di anni. L’ingiustizia che ha preteso riparare al torto mostruoso subìto dagli israeliti con il razzismo sfociato nella “soluzione finale” nazista, commettendo un nuovo torto ai danni di un altro popolo, spossessato della sua terra, dei suoi costumi, della sua memoria, persino del suo paesaggio.
Un’ingiustizia che continua, e che, a dispetto delle oltre settanta risoluzioni dell’ONU, e delle reiterate condanne della “comunità internazionale”, nessuno ha intenzione di riparare. Meno che mai i governanti israeliani, i quali, nel susseguirsi delle maggioranze, nel succedersi di leaders, non hanno avuto alcuna autentica volontà di pacificazione. Se l’avessero avuta, avrebbero smesso la politica devastante, su ogni piano, degli insediamenti nei pochi ettari di terra e di zone urbane (Gerusalemme Est, in specie), ai danni, ancora una volta, della popolazione arabo-palestinese. Non hanno mai avuto alcun intendimento reale di acconsentire alla nascita di uno Stato parallelo, indipendente, dei Palestinesi, i governi di Tel Aviv, capitale dello Stato israeliano, il quale peraltro ha deciso unilateralmente di spostarla a Gerusalemme proclamandola, addirittura, “capitale unica eterna e indivisibile”, benché dagli accordi sottoscritti sotto l’egida dell’ONU, e delle grandi potenze, quella sia una città divisa, e, per di più, una città nella quale, comunque, vanno salvaguardate le diverse etnie, religioni, lingue, culture. Patrimonio dell’umanità, nel senso proprio e tecnico, città plurireligiosa, multietnica, sovranazionale.
Guardiamo alla realtà. Israele ha ostacolato in ogni modo la strada della pace – la famosa road map è una sciocca bugia a cui nessuno più crede – e mentre i palestinesi che vivono entro i confini israeliani sono ridotti alla condizione di iloti, di sub-cittadini, sulla base di un vero e proprio apartheid; coloro che sono invece nelle terre residue – scarse, e di fatto sottoposte a un ferreo, arcigno e criminale blocco perenne da parte dell’esercito con la stella di Davide – ossia a Gaza e in Cisgiordania (i cosiddetti Territori Occupati), sono impossibilitati alla stessa sopravvivenza. E, ad abundantiam, il potentissimo apparato militare israeliano, la micidiale potenza di fuoco della sua aviazione, pronta a sperimentare nuove armi, a cominciare da quelle proibite (in fondo, si tratta di experimentum in corpore vili: il corpo dei palestinesi, opportunamente deumanizzato da una propaganda che va ben oltre i confini israeliani), servizi segreti particolarmente efficienti e spietati, e, me lo si lasci dire, l’arroganza che nasce dalla convinzione di essere, comunque, sempre, dalla parte della ragione, ha favorito una politica che nel corso del tempo non ha quasi mai rivelato autentiche aperture all’altro, al di là delle tante retoriche dell’incontro, della buona volontà, dell’intesa indispensabile e della “necessità” dell’accordo.
Tutto ciò è stato possibile, e lo è tuttora, solo grazie al sostegno acritico, massiccio, in termini finanziari, politici e militari, che gli Stati Uniti concedono a Israele, che in realtà oggi è in grado di tenere sotto scacco persino il suo potente alleato-padrone. Tutto ciò è stato possibile grazie al silenzio inerte o complice di gran parte delle diplomazie e delle opinioni pubbliche dell’Occidente, in testa il nostro governo, il “migliore amico di Israele”, come confermano gli accordi militari, economici, culturali, anche assai recenti, sui quali una rete omertosa viene regolarmente distesa.
Dopo l’infame operazione “Piombo fuso” tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, che sterminò oltre 1500 abitanti di Gaza – perlopiù bambini –, lasciando centinaia di feriti gravissimi, gli israeliani, non paghi di condannare alla “morte lenta” le centinaia di migliaia di scacciati dalle loro case, come si espresse (parlando con Edward Said), un profugo in uno dei campi dove i palestinesi hanno trovato assai precario “rifugio”. E ben lungi dal cercare una soluzione alla “questione palestinese”, che avrebbe significato il ritiro degli israeliani almeno ai confini anteriori alla Guerra dei Sei Giorni (1967), e il rientro di tutti i profughi, gli israelini hanno portato avanti una strategia di terrore, di sopraffazione, di discriminazione, continuando a costruire nelle terre residue dei palestinesi, a scacciare chi ha la sventura di abitarvi, a tagliare i loro ulivi, a distruggere i loro agrumeti, a impedire ogni possibilità di vita.
L’arroganza è arrivata, ieri l’altro, all’attacco a una nave che tentava di rompere il blocco cui è sottoposta la popolazione innocente di Gaza. Un vero attacco militare, contro la flottiglia di navi di ong pacifiste che vogliono soltanto testimoniare la compassione, nel senso più alto e nobile, ai palestinesi di quella parte dell’opinione internazionale non corriva ai media, non eterodiretta da governanti ciecamente filo-israeliani. Un attacco che ha provocato morti, e feriti. Davvero bravi, eroici, i giovanotti di Tsahal (le forze armate di Israele). E cosa volevano fermare, questi coraggiosi? Un carico di armi? No. Ecco cosa tentavano di portare a Gaza gli attaccati: cemento, medicine, alimentari, sedie a rotelle…
E il mondo, ora, il mondo che farà? Esprimerà una “ferma riprovazione”, o forse, addirittura, si spingerà a un “severo monito”? I governanti di Tel Aviv, mentre hanno clamorosamente mentito sui fatti, non hanno rinunciato all’impudenza di dirsi “rammaricati”. Il ceto politico nel suo insieme, gli intellettuali, la cittadinanza nella sua stragrande maggioranza ribadiranno sicuramente il concetto, insistendo nel contempo, che Israele, nella sostanza, ha ragione anche quando sbaglia. Ebbene, personalmente credo e affermo che oggi Israele sbaglia anche quando ha ragione. E che, ormai, anzi, nessuna ragione è più plausibile. Nessuna ragione può ancora giustificare questo scandalo, questa ingiustizia mostruosa.
Lo scandalo, a ben vedere, è, se vogliamo essere franchi, la stessa esistenza di quello Stato. Ormai forse è troppo tardi per tornare indietro; ma non lo è per far sentire ai suoi dirigenti che essi non possono impunemente continuare sulla strada del terrorismo (di Stato, appunto; di gran lunga il peggiore), del misconoscimento di tutte le norme del diritto internazionale, della totale e ostentata ignoranza delle leggi: tanto di quelle codificate, quanto di quelle non scritte, e che rinviano, per ricorrere a una parola certo consunta troppo spesso abusata, alla civiltà.
Se Israele continuerà a spargere vento, insomma, come potrà sperare che la tempesta non arrivi? E come pensa di resistere a quella tempesta? Ammazzare tutti gli arabi del mondo sarà difficile. Se poi ad essi si pretende di aggiungere anche quanti lottano per i diritti degli arabi, e dei palestinesi in specie, la guerra infinita di Israele potrà raggiungere un
solo risultato: procurare odio antiebraico, generare altra violenza, suscitare un terrorismo suicida da parte di chi, non avendo più nulla da perdere, considererà la morte in battaglia come preferibile alla morte lenta.
Angelo d’Orsi
(1 giugno 2010)
| Condividi |
MicroMega rimane a disposizione dei titolari di copyright che non fosse riuscita a raggiungere.
