Keynes, la crisi e la dittatura della finanza

Antonio Tricarico

L’attuale crisi è figlia del processo di finanziarizzazione dell’economia sviluppatosi negli ultimi trent’anni. Ecco perché se ne potrà uscire solo promuovendo radicali politiche di «definanziarizzazione della società». Per gentile concessione dell’editore anticipiamo uno dei saggi contenuti nel volume collettivo “Come si esce dalla crisi” (Alegre).



Per salvare i mercati finanziari e uscire da una recessione senza fine gli ultra-liberisti, improvvisamente “riconvertiti”, auspicano politiche fiscali e monetarie espansive di stampo keynesiano, pur se abbinate con inutili politiche di taglio alla spesa sociale. Gran parte delle forze di sinistra invocano lo stesso, però con la richiesta di abbandonare buona parte dell’austerità e difendere i diritti sociali nuovi o acquisiti. È lecito chiedersi se oggi sia sufficiente un intervento keynesiano per risolvere i problemi che attanagliano ormai da cinque anni le economie avanzate, e in particolare i paesi della loro periferia, tra cui l’Italia.

A giudicare con maggiore attenzione, si potrebbe anche dire che politiche monetarie espansive sono state seguite con vigore dalla Banca centrale americana – con il piano di “alleggerimento quantitativo” – in parte dalla Banca centrale dell’Inghilterra e recentemente dalla Banca centrale giapponese. In varie forme è già avvenuta una qualche creazione di base monetaria, ben oltre il mantra monetarista che ha contraddistinto gli ultimi trent’anni e previsto una netta separazione tra banche centrali e ministeri dell’economia e finanze, ossia tra politiche monetarie e politiche macroeconomiche e fiscali.

Tali interventi non hanno prodotto inflazione significativa, ma sono stati accolti con grande favore proprio dai mercati finanziari, divenuti un po’ keynesiani anch’essi in questo frangente. Il caso europeo è stato particolare, poiché un possibile intervento diretto espansivo della Banca centrale europea è stato prevenuto dai trattati dell’Ue e dallo statuto della stessa Banca centrale di Francoforte. Ciononostante la banca centrale ha creato ingente liquidità per il sistema bancario europeo, con il programma Ltro. Insomma, potremmo dire parafrasando il detto di Milton Friedman, che pacchi di soldi sono stati lanciati da elicotteri in corsa che sorvolavano paesi e città, anche se spesso questi pacchi sono finiti nella mani delle solite banche e pochi altri.

A fronte di tali interventi monetari post-liberisti ed espansivi, molto più limitati sono stati quelli sul fronte fiscale. Solo recentemente in Giappone, e in parte negli Stati Uniti nel settore delle infrastrutture, lo Stato ha aumentato la sua spesa in maniera anti-ciclica, mentre il dogma dell’austerità per fronteggiare l’aumento del debito è andato nella direzione opposta nella gran parte dei paesi, sopratutto in quelli europei. A questo approccio hanno fatto eccezione gli ingenti salvataggi pubblici del sistema bancario nel 2008 (biennio 2008-2009) in particolare nel mondo anglosassone.

Se fosse ancora vivo, lo stesso John Maynard Keynes, guardando al contesto della globalizzazione liberista che ha creato un unico mercato globale dei capitali e dato la stura a un processo di spiccata finanziarizzazione, probabilmente sconsiglierebbe di applicare politiche espansive sia fiscali che monetarie per non acuire il problema, ossia l’espansione ulteriore dei mercati finanziari, la cui crescita a dismisura è stata la risposta alla crisi nella sfera produttiva negli ultimi decenni e ora è alla base della crisi finanziaria ed economica che viviamo.

Il mondo della globalizzazione finanziaria, ben diverso da quello di Keynes

Due sono i motivi centrali di questa tesi che sfida molto il senso comune anche di sinistra in questi anni.

Il genio della finanza è stato liberato dalla lampada e contrariamente a quanto raccomandato con forza dal celebre Lord inglese, è andato ben oltre i confini nazionali. Il primo – e unico per profondità – mercato globale creato negli ultimi 40 anni è stato quello dei capitali, in seguito alla liberalizzazione monetaria del 1971-73, quindi a quella dei movimenti di capitale negli anni Ottanta, quella bancaria e dei servizi finanziari degli anni Novanta e all’ingegneria finanziaria negli ultimi 15 anni, che ha creato l’immenso sistema bancario ombra. In tale unico mercato globale dei capitali – con pochissimi paesi in grado di sottrarsi – promuovere politiche espansive monetarie è controproducente, poiché la liquidità, per altro già in eccesso sul pianeta, tenderebbe a spostarsi dove è possibile un’accumulazione con ritorni maggiori. In breve, sia la liquidità fornita dalla Bce per le banche, sia quella che sarebbe concessa anche ai governi indebitati, finirebbe in ogni caso nei mercati di capitale (nel secondo caso tramite l’ingente pagamento del servizio del debito ad attori chiave dei mercati finanziari) e quindi acuirebbe la crisi. Oggi stabilizzare i mercati finanziari con politiche espansive significa gonfiarli ancora di più, creando nuove bolle e le crisi di domani.

La controprova di questa tesi è l’atteggiamento attuale di Wall Street e dei mercati finanziari globali che, di fronte allo spettro di una chiusura dei programmi di alleggerimento quantitativo da parte della Federal Reserve nel 2014, ricattano i decisori monetari con manovre speculative al ribasso su diverse piazze borsistiche e finanziarie pur di costringerli a foraggiare ancora l’espansione dei mercati e il loro aumento surrettizzio del valore dei beni finanziari scambiati in questi.

Si aggiunga anche che nel corso della crisi tutti i dati ci dicono che la ricchezza accumulata dalle élite globali è aumentata, come certificato dall’ultimo Rapporto annuale sulla ricchezza nel mondo del fondo britannico Pimco. Ossia, l’espansione monetaria ha aiutato a prevenire una svalutazione del capitale consentendo una ulteriore extra-estrazione di valore e turbo-accumulazione principalmente nella sfera finanziaria da parte di coloro già ricchi ed in cerca di nuovi investimenti profittevoli di breve termine. Se prendiamo ad esempio il caso dell’Italia oramai da anni in recessione economica, il numero di Paperoni presenti continua a salire. Nel 2011 erano 168mila le persone che potevano contare su una liquidità superiore al milione di dollari, mentre nell’anno appena trascorso la cifra è salita a 176mila, per un patrimonio complessivo che ammonta a 336 miliardi di dollari – secondo quanto certificato dal rapporto annuale World wealth report, che studia l’evoluzione demografica dei ricchi nel mondo, in collaborazione con la Royal Bank of Canada. Tutto questo escludendo i beni vincolati come investimenti a lungo termine, opere d’arte o case, bensì calcolando solamente i capitali pronti a un uso immediato.

In secondo luogo, la crisi attuale è la stessa crisi di accumulazione – troppa ricchezza privata rispetto agli investimenti disponibili in grado di dare un elevato ritorno – iniziata negli Usa sin dalla fine degli anni Sessanta. Una crisi che Keynes aveva conosciuto prima del 1929, ma non ai tempi del New Deal e della ricostruzione post-Bretton Woods quando, dopo la distruzione di molto del capitale mondiale in seguito alla Seconda guerra mondiale, iniziava un nuovo ciclo capitalista con l’egemonia statunitense e la centralità dell’economia del petrolio. Negli anni Settanta la risposta alla crisi di accumulazione fu la creazione di mercati glob
ali anche per assorbire l’eccesso di produzione, insieme a una pesante deflazione sul lavoro. Alla fine degli anni Ottanta, però, questa soluzione ha ricreato la stessa situazione in seguito alla contrazione della domanda aggregata dei lavoratori impoveriti e all’aumento della concentrazione di ricchezza in nuove élite finanziarie – che si potrebbe definire una nuova classe globale.

La risposta a questa nuova forma della stessa crisi di accumulazione è stato di fatto un intervento “keynesiano privato” tramite l’indebitamento strutturale di tutti gli attori economici (imprese, banche e famiglie) nei confronti dei mercati finanziari. Come l’egemonia del mantra liberista, non volendo fare intervenire lo Stato in economia i governi hanno foraggiato l’indebitamento di tutti gli altri attori economici per far attuare a questi politiche espansive a vantaggio ulteriore della sfera finanziaria. Questo in breve è stato il decollo della “finanziarizzazione”, un processo degli ultimi 20 anni in cui il commercio delle merci “soldi” e “rischio” è stato molto più profittevole del commercio di beni e servizi, con enormi implicazioni su dove il capitale è stato investito. Ciò ha comportato un’esposizione sempre maggiore di tutti nei confronti dei mercati finanziari per il soddisfacimento di bisogni primari (pensioni, salute, abitazioni, istruzione, etc.) con chiare implicazioni sociali e per le istituzioni democratiche.

Finanziarizzazione come estrazione di ricchezza facilitata dalla trasformazione dello Stato

Rispondere, quindi, a una crisi di accumulazione immettendo più liquidità o creando moneta non va che a vantaggio dei mercati finanziari e del loro processo di accumulazione, non più direttamente collegata a una base materiale, ma basata sulla circolazione di flussi finanziari pubblici a vantaggio dell’accumulazione privata. Da cui il rinnovato interesse per le partnership pubblico-private che oggi vengono promosse dai governi in una nuova forma altamente finanziarizzata – ossia con il coinvolgimento centrale dei mercati di capitale privati – come una via per rilanciare la crescita economica.
Si può dire, quindi, che con la crisi del 2007-2009 – dovuta a una scarsità di beni finanziari sufficienti e profittevoli su cui investire rispetto alla mastodontica ricchezza privata accumulata ˗ la crisi di accumulazione si sta progressivamente “disaccoppiando” dalla crisi di sovrapproduzione. Sta facendo tutto ciò tramite il meccanismo di introduzione di nuovi mercati reali o virtuali per la generazione di nuovi beni – asset – finanziari profittevoli su cui investire. Da qui il forte interesse per i mercati delle commodity, per il debito pubblico come meccanismo di estrazione di ricchezza dalla collettività, la mercificazione finanziarizzata della natura (la cosiddetta green economy) e la promozione delle infrastrutture finanziarizzate come nuovo mantra per far ripartire la crescita economica (si veda al riguardo la proposta dei project bond europei e italiani).

In tutto ciò, come avanzato dal programma Cresc dell’Università di Manchester – esperienza accademica pioniera nella definizione del concetto di finanziarizzazione dell’economia e della società – le imprese finanziarie che operano sui mercati aperti di capitale vanno pensate come enormi industrie estrattive di ricchezza dalle comunità e dalla collettività a vantaggio dei pochi, pur di continuare una extra-creazione di profitto che il semplice sfruttamento del lavoro non garantisce più. Da qui una forma ulteriore di accumulazione per sottrazione di ricchezza all’intera società, principalmente basata su un’ulteriore mercificazione e privatizzazione dei “beni comuni” propedeutica allo svolgimento incontrastato del processo di finanziarizzazione – come evidenziato da David Harvey in diversi suoi saggi negli ultimi anni.

Va sottolineato che sarebbe anche errato pensare che in nome del dogma liberista e monetarista lo Stato rinunci a intervenire in economia, secondo una logica interventista anti-ciclica da molti identificata con il pensiero di Keynes. Non solo i mastodontici salvataggi delle banche avvenuti in molti paesi (e ben poco in Italia in forma diretta, almeno per il momento), ma l’intero processo di finanziarizzazione ci dimostra che siamo in presenza di uno Stato che si ritira da alcuni settori, ma che è sempre più forte in altri quando si tratta di foraggiare l’espansione dei mercati finanziari, luoghi centrali nella gestione delle nostre società. Non solo lo Stato ha puntato su politiche monetarie espansive di un certo tipo, o sulla bassa tassazione delle rendite finanziarie anche in paesi come l’Italia, ma anche su una sistematica promozione di partnership pubblico-private che fallendo hanno lasciato un conto salato da pagare (leggi alla voce debito pubblico), nonché la trasformazione privatistica della gestione di meccanismi bancari pubblici centrali, ancora esistenti, come la nostrana Cassa depositi e prestiti.

In breve il ruolo dello Stato è stato progressivamente trasformato dal processo di finanziarizzazione nell’attore centrale per la promozione, costruzione ed espansione di mercati di capitali privati al fine di consentire un’estrazione di profitto sopra la media per pochi investitori finanziari. Un esempio emblematico del nuovo ruolo dello Stato nella finanziarizzazione è il caso delle infrastrutture e delle nuove modalità del loro finanziamento. Nel contesto della crisi le grandi infrastrutture sono tornate in cima all’ “agenda del fare” dei governi di mezzo mondo al fine di rilanciare la crescita e la ripresa economica. Ma questa volta il rilancio delle infrastrutture e delle collegate partnership pubblico-private rappresenta qualcosa di più della semplice agenda di privatizzazione. Ciò che lo Stato costruisce oggi sono i sussidi, gli incentivi fiscali, i mercati di capitale, i regimi di regolamentazione e altri sistemi di sostegno necessari a trasformare le infrastrutture in una nuova classe di asset con ritorni superiori alla media per gli investitori. Non si tratta, quindi, come alcuni penserebbero a sinistra di un ritorno dello Stato come investitore nell’economia fuori dalla logica liberista per soddisfare i bisogni di sviluppo a cui il mercato non è in grado di far fronte, ma di una nuova risposta alla sovra-accumulazione che rafforza ulteriormente il legame strutturale Stato-privato finalizzato a estrarre profitto per il settore privato.

Perciò per i tanti comitati locali colpiti dalla realizzazione dei grandi progetti non si tratta soltanto di fermare gli spesso drammatici impatti ambientali e sociali – come la saga della Val Susa ci insegna – bensì di bloccare la costruzione da parte dello Stato dell’infrastruttura finanziaria che rende possibile progetti faraoinici che altrimenti non sarebbero appetibili per gli investitori in cerca di extra-profitto. Infatti, molti dei nuovi meccanismi di investimento – quali i fondi di private equity sempre più partecipati anche dalle istituzioni pubbliche – cercano ultra-profitti che spingono al massimo la finanziarizzazione del settore delle infrastrutture, dalla produzione di macchine e materiali fino allo sviluppo delle singole mega-opere, con enormi implicazioni su quali infrastrutture vengono alla fine finanziate e su chi in ultima istanza ne beneficia. Ad esempio, i poveri saranno sempre più esclusi dall’accesso alle infrastrutture e i progetti selezionati per il finanziamento favoriscono la generazione di lauti profitti per il settore privato piuttosto che l’interesse pubblico.

A questo si aggiunga che lo Stato ha sempre più un ruolo repressivo – e q
uindi più forte – nei confronti delle comunità che si oppongono alle mega-opere scelte per il finanziamento, non soltanto per consentire che queste siano realizzate, ma che poi siano anche utilizzate in un modo che generino gli extra-profitti attesi dal settore privato finanziario.

Di fronte ad una tale trasformazione del ruolo dello Stato, lottare per una semplice redistribuzione della ricchezza nella società non è sufficiente, dal momento che se la ricchezza, pur redistribuita tra più persone e classi sociali, continua a essere gestita sui mercati di capitale globali per soddisfare i principali bisogni nella società (pensioni, assicurazioni sanitarie, educazione, edilizia e così via) l’extra-estrazione di valore promossa dalla finanziarizzazione continuerà e di conseguenza anche la sottrazione di ricchezza e beni comuni alla collettività nel suo complesso. Perciò la redistribuzione della ricchezza va necessariamente accoppiata con una definanziarizzazione generata da un drenaggio sempre più ampio della ricchezza dei lavoratori e della collettività dalla sfera dei mercati di capitale globale, fino al punto di aprire un contenzioso con questi e portare anche una parte della ricchezza dei ricchi fuori da questa sfera di turbo-accumulazione.

La specificità della crisi europea “del debito”

In questa prospettiva la stessa discussione sulla crisi dell’Unione europea e il dramma della creazione dell’unione monetaria risulta parziale e falsata se non si affrontano le cause strutturali alla base degli squilibri macroeconomici nell’Ue, nonché della trasformazione del sistema bancario e finanziario in questa regione. Anche gli eurobond o una transfer union non basterebbero a risolvere il problema. Anzi nel lungo termine potrebbero stabilizzare la situazione sempre e soltanto a vantaggio dei mercati finanziari, se non si mette prima mano ad altre questioni più profonde. L’introduzione dell’euro ha solamente accelerato un processo già iniziato con il Trattato di Maastricht, che si basava su politiche industriali mirate all’export – per un’Europa che doveva competere nel mondo come potenza egemone – e di ristrutturazione in tal senso del sistema finanziario per compiacere alla City di Londra e alle nuove élite finanziarie emerse con il liberismo. Il progetto europeo è la vittima principale del processo di finanziarizzazione della società come risposta alla crisi di accumulazione, di sicuro oggi più profonda in Europa che negli Stati Uniti o in Giappone. Le attuali politiche continentali cercano di rispondere a questa crisi con ulteriore turbo-finanziarizzazione di tutta la società – inclusa la natura – e una maggiore deflazione sul lavoro. In breve, l’Ue nella competizione globale sogna di sfruttare il vantaggio competitivo della finanziarizzazione fintantoché il gioco non crollerà definitivamente.

La crisi del debito pubblico è centrale e funzionale alla creazione di nuovi beni finanziari su cui i capitali accumulati possono investire e riprodursi. Ad esempio ogni anno l’Italia genera 300 miliardi di euro di titoli finanziari con tassi discreti per gli investitori – e paradossalmente lo scudo anti-spread garantirà interessi fissi e sicuri in futuro. È chiaro infatti che le politiche di austerità combinate con un aumento della tassazione regressiva falliscono nel risolvere il problema del debito, ma garantiscono il ripagamento degli interessi sul debito, questione più importante per i creditori. E per quanto riguarda i cittadini italiani, quante tasse pagheranno sarà funzione sempre più dell’andamento dei mercati di capitale e delle loro esigenze – cioé in breve la stessa finanza pubblica è stata finanziarizzata, ossia resa dipendente nelle sue funzioni intrinseche, quali la tassazione, dai mercati finanziari globali.

Il fine ultimo della gestione della crisi del debito – come fu in occasione della crisi finanziaria del ’92 in Italia – è quello di promuovere una più profonda privatizzazione dei beni pubblici. Ma questa nuova ondata di privatizzazioni avverrà in maniera finanziarizzata, ossia i nuovi beni privatizzati dovranno subito generare una mole molto più grande e profittevole di asset finanziari oltre a quelli reali, per garantire una extra-estrazione di profitto. Si vedano, ad esempio, le attuali discussioni su come privatizzare i beni demaniali tramite la creazione di fondi di private equity a cui parteciperà la Cassa depositi e prestiti.

Come andare oltre Keynes?

Allora è centrale chiedersi su cosa si dovrebbe focalizzare un’azione di opposizione radicale a tale progetto, così da aprire uno spazio politico per la promozione di politiche alternative di definanziarizzazione della società e per riappropriarsi della finanza pubblica e dei beni comuni.

Nonostante l’urgenza di arginare la disintegrazione finale del sistema di welfare tramite politiche di austerità, riguardo alle alternative da mettere in campo bisognerebbe spostare l’attenzione dalla logica espansiva – fiscale o monetaria che sia – e dallo stesso mito dell’impossibile ri-regolamentazione dei mercati finanziari e concentrarsi su come togliere linfa vitale dal basso a questi stessi mercati. Va sottolineato che la crisi ha svalutato ben poco il capitale finanziario privato accumulato e gestito sui mercati globali. L’unico modo per svalutare parte del capitale, se escludiamo drammatiche devastazioni collegate a guerre, come la storia ci insegna, o quanto meno arginare la sua crescita smodata, è quello di ricondurne una parte significativa in una diversa sfera a più “ridotta” accumulazione, gestita nell’interesse pubblico, generando così una lunga fase transitoria in cui cambino i rapporti di forza tra capitale e lavoro, e tra capitale e comunità centrate sui beni comuni.

In pratica, bisogna prevenire da un lato che siano prodotti nuovi asset – opponendosi in tal senso in maniera sistemica a nuove privatizzazioni così come alle grandi opere infrastrutturali – e dall’altro creare nuovi meccanismi di finanza pubblica di investimento che operino fuori dai mercati di capitale privati e anzi assorbano parte della ricchezza privata sottraendola alla gestione di questi mercati.

In tale prospettiva dare un nuovo ruolo alla finanza pubblica non implica soltanto tornare a modelli del passato, significa anche usare la finanza pubblica non solo come strumento di redistribuzione e soddisfacimento di bisogni essenziali della popolazione fuori da logiche di mercato, ma soprattutto come strumento chiave per definanziarizzare l’economia e i mercati, aprendo così uno spazio per una riappropriazione della gestione della ricchezza secondo logiche di interesse della collettività e non di pochi. Questo in una prima fase avverrebbe ancora nell’ambito di logiche di accumulazione, seppur vincolata e “calmierata”, ma nel lungo termine potrebbe avvenire secondo principi di una società dei beni comuni ben oltre l’accumulazione capitalista.

Tre sono gli assi su cui operare strategicamente nel medio termine secondo gli obiettivi esposti sopra.

È centrale mettere in discussione il pagamento degli interessi sul debito come primo passo per rinegoziarlo contro gli interessi dei mercati finanziari. In tal senso il processo politico – e non solo tecnico – dell’audit del debito, sia a livello locale che nazionale, è tatticamente molto importante. Gestire in altro modo l’“emergenza” debito significa sottrarsi alle logiche dominanti imposte dai mercati finanziari e forzare questi a rinunciare ad una parte della loro extra-accumulazione basato sul finanziamen
to del debito pubblico degli Stati.

In secondo luogo bisogna riappropriarsi della Cassa depositi e prestiti e della sua gestione pubblica e per finalità sociali, invertendo la logica di privatizzazione e anzi utilizzando questa istituzione per reincanalare in mani pubbliche ricchezza privata, ben oltre lo stesso risparmio postale. In questo modo si offrirebbe anche una possibilità per creare le condizioni utili agli enti locali per aggirare i vincoli odiosi del patto di stabilità. A questo si aggiunga anche l’importanza di promuovere una diversa gestione della ricchezza che confluisce nell’Inps, nonché nei fondi privati integrativi. Tutte queste misure consentirebbero di spostare ricchezza privata in meccanismi pubblici che dovrebbero agire fuori da logiche di mercato, riducendo così opportunità di accumulazione finanziarie sui mercati di capitale globali.

Infine, cambiare l’attuale sistema di tassazione in senso maggiormente progressivo, incrementando significativamente la tassazione delle rendite finanziarie e proponendo una patrimoniale concentrata principalmente sulla ricchezza finanziaria privata accumulata – ben 3.300 miliardi di euro in Italia, due volte il Pil e più di una volta e mezzo il debito pubblico. In tal senso è anche necessario tassare le transazioni finanziarie per sgonfiare la mole di operazioni gestite dai mercati finanziari e ridurre le opportunità di investimenti speculativi che diano extra-profitti. Contrariamente, quindi, a quello che spesso si dice della Tassa sulle transazioni finanziarie, il fine ultimo non è stabilizzare i mercati, ma ridurli e sgonfiarli il più possibile. Questo tipo di scelte sulla tassazione della finanza dirotterebbero inevitabilmente parte della ricchezza verso investimenti di lungo termine e meno speculativi, fuori dalla pura sfera finanziaria.

Come gestire la transizione?

Ma non ci si può illudere che, anche qualora vi sia in Italia un governo di vera discontinuità con le politiche seguite fino ad oggi, nell’attuale contesto politico europeo e nel più ampio mercato unico globale dei capitali sia così semplice mettere in campo iniziative politiche forti sui tre assi sopra menzionati senza trovare un’opposizione brutale delle élite finanziarie e degli altri governi da queste mossi.

Alcune funzioni chiave vanno riattivate per gestire la brusca transizione che scelte eterodosse produrrebbero a livello politico e finanziario.

In primis, è fondamentale reintrodurre un controllo dei movimenti di capitale a livello nazionale, che ovviamente non significa autarchia finanziaria, ma opposizione a una fuga indiscriminata dei capitali italiani all’estero, per evitare di essere svalutati o limitati dalle politiche nazionali. Con la recente crisi finanziaria di Cipro e l’intervento sui generis della Troika nel paese – incluso l’utilizzo di parte dei risparmi dei più ricchi risparmiatori per salvare le banche con la concomitante imposizione del controllo di movimenti di capitale – si è raggiunto un punto di svolta. Le stesse istituzioni europee violano i tanti sacri trattati europei – che prevedono la liberalizzazione totale nella Ue e verso l’esterno del movimento dei capitali – e per la prima volta reintroducono un controllo dei capitali. Per altro qualcosa che lo stesso Fondo monetario internazionale ha tollerato con il caso di successo dell’Islanda, che ha superato la sua crisi drammatica a pieni voti. In questo modo anche noi ci tuteleremmo da eventuali fughe di capitali o entrate di capitali altamente speculativi nel paese.

Quindi, oltre a una Cdp ripubblicizzata per gli investimenti nel futuro della collettività fuori da logiche di mercato con i soldi dei risparmiatori postali, è necessario dotarsi di alcune banche commerciali pubbliche per sostenere il credito di breve termine ed evitare contraccolpi nella produzione industriale. Ciò risulta ancora più necessario qualora si proceda a misure importanti di regolamentazione del sistema bancario, quali una separazione vera tra banche commerciali e banche di investimento.

Di conseguenza, è anche necessario approntare una regolamentazione bancaria differenziata tra i due tipi di banche, andando a rivedere alcuni dei cosiddetti parametri di Basilea e soprattutto muovendo anche la Banca centrale a fornire una liquidità adeguata alle banche commerciali pubbliche con il fine di permettergli di prestare in alcuni casi anche a perdere, se nell’interesse della collettività ˗ ad esempio il salvataggio di alcune imprese in difficoltà con la crisi, secondo criteri chiari e trasparenti che chiedano anche una trasformazione verso l’equità e la sostenibilità ambientale del business delle stesse imprese beneficiarie del credito pubblico.

Infine è centrale che siano definite politiche industriali che chiariscano per chi e cosa va prodotto secondo nuovi criteri di redistribuzione del lavoro fuori da logiche globalizzanti spesso a danno del lavoro e dell’ambiente.

È possibile attuare queste misure di “accompagnamento e prevenzione” durante una lunga transizione a livello nazionale anche se altri paesi europei non si muovono sullo stesso solco, e in ogni caso tali scelte non sono in conflitto necessariamente con la legislazione europea. Ciò che è necessario è un governo di forte profilo politico in grado di resistere alle pressioni europee e dei mercati e quindi capace di aggregare consenso a livello europeo generando dinamiche analoghe anche in altri paesi, soprattutto della più colpita periferia europea. Solo in questo modo si aprirebbe uno spazio politico efficace per sfidare la Bce e la Commissione europea e ottenere un cambio di rotta nelle politiche e nell’assetto istituzionale europeo nel lungo termine.

Chiedere di più di semplici politiche keynesiane

La finanziarizzazione è un processo sistemico e ciclico di trasformazione del capitalismo, e non c’è tempo in questa sede per approfondire la questione. È molto difficile individuare come l’attuale fase possa finire e se aprirà un nuovo ciclo capitalista – con una nuova “impresa capitalista” che incorpori le principali minacce che oggi l’attuale impresa affronta – o porterà al passaggio verso un nuovo sistema non basato sull’accumulazione.

In questa fase, guardare alla ricchezza e alla sua accumulazione è perciò ancora più importante che guardare alla circolazione della moneta o all’espansione della base materiale e della sfera produttiva. O per meglio dire abbracciare la definanziarizzazione “con un’uscita da sinistra” è condizione sine qua non per affrontare le questioni collegate a quelle politiche industriali e alle loro forme di finanziamento, a partire dal contesto europeo. Politiche espansive fiscali nel breve termine servirebbero per annientare la follia dell’austerità fine a se stessa e salvare parte del sistema di welfare; ma allo stesso tempo tali politiche non potranno mai dare una prospettiva di cambio di modello di sviluppo, anche fuori della logica di accumulazione, sia nel breve che nel lungo termine. Non a caso oggi anche alcuni attori sui mercati finanziari, preoccupati del crollo senza fine della domanda aggregata su cui si innesta il processo di finanziarizzazione, chiedono che i tagli siano più contenuti e intelligenti – e magari rafforzino il ruolo dello Stato come fautore della finanziarizzazione dei servizi pubblici, a prescindere dalla forma di proprietà delle aziende che li forniscono alla cittadinanza.

Per concludere, oggi anche Keynes lo ammetterebbe se fosse ancora in vita: se il genio del capitale finanziario non viene ricatturato e rimesso nella lampada, reintroducendo prog
ressivamente un controllo dei movimenti di capitali – tanto che una vera Tobin Tax dovrebbe mirare a questo più che a stabilizzare i mercati o a produrre nuovo gettito per salvare le banche o ripagare il debito ˗ è illusorio pensare che politiche espansive e redistributive tramite un nuovo new deal, magari tinto di verde, ci tireranno fuori dalla crisi riportandoci agli anni d’oro del capitalismo del dopo-guerra mitigato da un solido contratto sociale con il lavoro. Per questo la sinistra deve chiedere di più di stereotipate politiche keynesiane e avanzare proposte di azioni e politiche trasformative, al pari del potere trasformativo che la finanziarizzazione ha oggi nella società a tutti i livelli.

(4 dicembre 2013)



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